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Lo zucchero amaro di Fidel

Nell'immaginario americano Cuba era la zuccheriera del mondo. Nei ricordi del mondo. Nei ricordi delle figlie del Che (soprattutto i racconti di Hildita, vaga la memoria di Aleidita, troppo piccola) c'è sempre una domenica noiosa passata a guardare il padre mentre taglia la canna, ministro che dà l'esempio trasformando il sudore della zafra (raccolto( in un mito che affascina i ragazzi del '68. In Europa si organizzano squadre di volontari per dare una mano ai cubani volontari per obbligo. Entusiasmo che l'età matura acquieta nelle comodità ricercata dai figli dei fiori post barricaderi. Anche all'Avana cambiano le cose. Da qualche mese nelle razioni mensili della libreta (tessera annonaria) i cubani scoprono il candore di uno “zucchero sottile come polvere”. Viene dal Brasile, il governo sta trattando con gli Usa perché il basso costo dei mercanti di San Paolo si appesantisce col trasporto da porti lontani. Gli Stati Uniti sono a un passi, prova ad aggiungere lo zucchero a uova, pollame, carne dei quali l'Avana è diventato grande importatore.

Non potrebbe nutrire un milione e mezzo di turisti senza far spesa dall'altra parte del mare. Acquisti diretti: dribblano embargo e triangolazioni nelle inevitabili Cayman. Bush chiude due occhi e autorizza il commercio pretendendo il pagamento cash per accontentare la lobby agropecuaria dei “moderati” che gli garantiscono voti alle elezioni. Contanti e subito. Un sistema non contemplato dalle regole della globalizzazione obbliga gli affari con l'Europa a sospirare i soldi.

Monocultura addio

Ma la strada dello zucchero brasiliano è lunga anche se resta più conveniente che farlo crescere in casa. Ed è la fine della maledizione della monocultura, anche di un mito. Le ragioni della riconversione silenziosa si adattano a tre mutazioni senza ritorno. Il prezzo internazionale dello zucchero continua a calare. Il primo mondo delle diete si rifugia nei dolcificanti. Il terzo mondo della fame è mercato troppo povero per consolare l'autarchia (ormai formale) di Cuba. Insomma, produrre zucchero non è un affare. All'inizio del secolo lo zucchero copriva il 71 per cento delle esportazioni, proprietà in gran parte straniere. Quasi il 90 per cento sbarcava negli Usa,. Delle ricette segretissime di Coca Cola e Pepsi, lo zucchero cubano era il solo ingrediente rivelato. Embargo e sintesi chimiche hanno cambiato l'impasto dei caramelli. Da 43 anni ne fanno a meno. Il secondo motivo che spiega l'importazione va cercato negli impianti antidiluviani abbandonati dalle multinazionali mandate via dalla rivoluzione. I russi hanno tentato di rimetterli in sesto con una tecnologia che già faceva sorridere l'Europa. Non solo nel raccolto – ecco la necessità di migliaia di braccia, costo zero – anche nella raffinazione della canna. A il mercato di Mosca non aveva pretese. Né i cinesi che si rivolgevano a Cuba andavano per il sottile. Purtroppo la produzione nazionale non bastava ad accontentare i grandi clienti i quali ripagavano con petrolio e armi, interscambio preferito anche da tanti paesi democratici negli aiuti ai paesi meno fortunati. E l'Avana comprava in Brasile per continuare il commercio. Si rivolgeva a un'economia con quantità enormi di canna in parte trasformata in alcol per non far crollare il mercato e sostituire la benzina nei serbatoi delle auto. Tecnologia avanzata, costi minimi se paragonati al dispendio di energie richieste dallo zucchero cubano. Quando Mosca sparisce, restano i rottami e un sistema talmente antiquato da non reggere la concorrenza. Comincia per Cuba una dipendenza che si allarga: oggi è una necessità.

Altro motivo, l'invecchiamento della popolazione. Diminuisce come in Italia quella attiva; crescono i pensionati: 1 milione e 464 mila su 11 milioni di abitanti. Ogni società dalla buona cultura sceglie la pianificazione matrimoniale. Cuba è il paese dove nascono meno bambini in America Latina: 11,7 ogni mille abitanti e se la parabola continua fra quindici anni crescita zero. Intanto gli anziani si moltiplicano. Invecchiare è un lusso ancora proibito, ma a Cuba i vecchi diventano troppi. Età media 75,3 anni, più longevi che nel Cile dei miracoli e della Costa Rica, Svizzera dei Caraibi. L'anno scorso è stato fondato il “club dei 120 anni”. Eugenio Selmàn, presidente dello strano circolo, con la felicità di chi annuncia “una conquista della rivoluzione” ripete che il suo paese “vanta il più alto numero di centenari del mondo”. Ecco il paradosso di una realtà dove l'opulenza resta un miraggio ma la miseria è l'ultimo gradino, si fa per dire, meno drammatico della povertà dei posti attorno.

Ridurre del 60 per cento la coltivazione della canna, vuol dire chiudere 70 delle 156 fabbriche dalle quali esce lo zucchero. Un milione di persone cambiano mestiere. Vivono in strani villaggi: “batey”, unità di lavoro con attorno cinque, sei mila abitanti. Senza municipio, né rappresentanza politica: dirigenti, tecnici e braccia, mogli e figli che devono solo rispondere al Ministero dello Zucchero. La loro vita si organizza all'Avana.

Le colture verranno cambiate: mais, frutta, ortaggi. Ma per i quattrocentomila che sudavano nelle fabbriche il destino è un altro. Sono state create università municipali. Corsi di riqualificazione per preparare i disoccupati al nuovo lavoro ancora non rivelato dalla programmazione centrale. &0 mila operai con la scuola dell'obbligo (otto classi) potranno aspirare ad una maturità, soprattutto tecnica. E chi ha già la maturità (15 mila) si aprono le porte della laurea. Il loro stipendio continua a correre, 200, 350 pesos al mese, un po' meno ed un po' più di 10 dollari mantenendo la protezione sociale di case, luce, libreta, studi, sanità e trasporti dei cubani che non hanno perso il posto. Le “batey” diventeranno villaggi come tutti gli altri uscendo dal ghetto dai registri del ministero. Resteranno 71 raffinerie; si comincia a ristrutturarle. Altre 14 fabbricheranno rum la cui bontà non è ripetibile con la canna d'importazione. Sarebbe come fare il parmigiano-reggiano con latte svizzero.

Ogni impresa godrà di una certa indipendenza ma dovrà presentare bilanci “rigorosi” sulla produzione e sulle vendite. L'ordine distribuito somiglia alle direttive di ogni holding del nostro mondo. Lo Stato pretende di conquistare mercati con utili abbondanti. Sono passati 45 anni da quando il Che predicava nazionalizzazione e sparizione della moneta la quale doveva sopravvivere solo per gli scambi con l'estero. Cuba si sta convertendo al capitalismo facendo tesoro dell'esperienza cinese e vietnamita.

La trasformazione economica può essere un segno della transizione politica con l'uso strategico di una cultura generale che distingue l'isola da gran parte dei paesi dell'America Latina. Sembra capire che l'obiettivo sia farla diventare una società di servizi. Mano d'opera consapevole, alto numero di laureati, tecnici ed ingegneri. Il turismo è forse solo il primo segmento di un'esperienza da allargare. Sta funzionando dopo aver capito che non bastano palme e mare. Dieci anni fa, gli anni grigi di quando comincia il periodo speciale, black out e sconcerto per quel ritrovarsi soli senza protettori socialisti, nei grandi alberghi ordinare un panino voleva dire un'attesa di due ore prima di vedere arrivare banana. Oggi camerieri rapidi come i camerieri pugliesi. Stappano il vino annusando il tappo per capire se va bene o no. Insomma, ce l'hanno fatta, hanno imparato. Ma è il primo di altri laboratori, o è il solo progetto uscito dai primi computer? E poi: come potranno reggere la concorrenza quando paghe e stipendi si avvicineranno alla normalità dei lavoratori del mondo di là dal mare? In apparenza l'evoluzione sembra inarrestabile. Nel '90 era quasi impossibile telefonare dall'Avana a Miami per un cubano normale. Oggi è facile con la teleselezione. I telefonini si vendono in pesos. Ogni due ore parte e arriva un aereo dalla Florida. Una volta la settimana i jumbo sbarcano visitatori da Los Angeles e New York e il salone di prima classe del nuovo aeroporto costruito dai canadesi, sono per lo più sbarrati ai prima classe d'Europa: possono goderne solo i vip delle compagnie Usa. Nel salone d'onore dell'hotel Nacional ho ascoltato i discorsi soddisfatti di James Edmonds, dirigente del porto di Houston, e Pedro Alvarez, direttore Al Import cubana. Avevano appena firmato l'accordo che prevede un collegamento stabile per navi passeggeri e merci tra Cuba e il Texas. Edmonds si è impegnato a far sì che che “si tolgano le restrizioni in modo da festeggiare il viaggio inaugurale quanto prima”.

Cuba e l'embargo

Non potendo attrarre capitali per l'embargo, Cuba “esporta braccia intelligente” in quattordici paesi. Medici, ingegneri, tecnici agricoli. Dal Sudafrica a Paraguay, Venezuela, Guatemala. Pagati in dollari: il 75 per cento resta allo Stato.

Allora la transizione è proprio cominciata? Dopo la nave di Houston possono sbarcare fabbriche o maquilladoras dove mani esperte mettono assieme pezzi di macchine o computers, costi dieci volte minori che negli stati Uniti. E si torna agli stati Uniti il cui destino resta da sempre intrecciato a quello cubano, da sempre condizionando la politica di Castro tesa a contrastare “l'invasione”, ossessione che gli ha fatto perdere di vista l'evoluzione strutturale e psicologica del paese. Se ne è accorto solo dopo l'addio di Mosca, ma l'equilibrio tra passato e futuro resta difficile: aperture e chiusure repentine; liberalismi e paure che aprono prigioni o ripristinano le condanne a morte. Un tipo di transizione che si annuncia con l'aumento nella frammentazione dei poteri destinati a regolare ogni battito della società. In passato gli uomini guida controllavano l'ideologia, poi la burocrazia, adesso il mercato. Feudi con poteri parziali assoluti ma ogni filo si ricongiunge nel palazzo del potere unico.

In questo l'Italia sopravvive benino: Telekom controlla quasi il 30 per cento della ristrutturazione telefonica: investimento 600 milioni di dollari. Secondo posto per Parmalat: a Cuba non ha problemi. Succhi di frutti congelati per Santal e marmellata. Poi, il turismo. La Cascina della Compagnia delle Opere (figlia secolare di Comunione e Liberazione) ha ristrutturato un albergo a Varadero e costruito un club vacanze a Santa Lucia. Finito il programma se ne è andata. L'ultima visita di Formigoni all'Avana risale a un anno fa. Da Veneto e Friuli arrivano mosti per rinforzare le deboli vendemmie di Pinar del rio. Ormai nei ristoranti si offre vino cubano assieme ai famosi sigari. Quindici anni prima del trauma zuccherario, il taglio di Davidoff che da un secolo vendeva al mondo la produzione dell'isola, ha fatto tremare le tabaqueras di stato. Ma i nuovi sigari che ormai crescono nelle piantagioni di Santo Domingo, coltivati da un milione di emigranti haitiani, vita da schiavi (per metà impegnati nello zucchero per rum di un altro transfuga da Castro: la Bacardi); questi sigari non hanno avuto la fortuna sperata. E la Cuba dei servizi ha aperto Habana Club in ogni club d'Europa.

Se la realtà vive nello spazio operoso ma incerto della transizione economica, dietro i vetri degli alberghi la vita non cambia. Difficile. La libreta fa sopravvivere le famiglie due settimane, poi devono arrangiarsi. Nelle città per mangiare, nelle campagne per stemperare la durezza del periodo speciale: trasporti ancora a cavallo e la malinconia sociale di chi immalinconisce sentendosi dimenticato.

Maurizio Chierici – L'UNITA' - 05/04/2004




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