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Intanto sul fronte della Florida

Sta per succedere qualcosa dall'altra parte del mondo mentre gli occhi guardano l'Iraq. Petrolio alle stelle, riserve esangui, Cina e India che consumano come non era mai successo; ma non solo. Otto Reich, responsabile del Dipartimento di stato per l'Emisfero Occidentale, si è improvvisamente dimesso “per dedicarsi privatamente alla campagna elettorale del presidente, soprattutto in Florida.

Soprattutto fra cubani e latinoamericani che vivono a Miami. Nei mesi che portano alle elezioni, sgualcito dalla guerra preventiva, Bush si aggrappa a un “privato” così. E' vero che potrebbe tirare il fiato con la cattura di Bin Laden, speranza fomentata dal dubbio: Bin Laden è davvero vivo? E quanti sono i Bin Laden che l'invasione irachena ha moltiplicato nell'Islam?

Senza il trofeo della barba famosa ammanettata in Tv, la Casa Bianca diventa di giorno in giorno residenza provvisoria. Kerry comincia a bussare alla porta. Non resta che trionfare sui vecchi mostri. Castro, ma anche Chavez signore dell'oro nero. E' il secondo fornitore degli Stati Uniti. Anche se predica contro “l'odiato persecutore”, il presidente venezuelano si comporta si comporta con la puntualità commerciale dell'uomo d'affari che sa distinguere i sentimenti dai conti di cassa. Puntualità che ormai non basta all'emergenza. Per trent'anni i governi socialcristiani e socialdemocratici del Venezuela hanno venduto sotto banco una quantità di greggio più o meno uguale alla produzione del Kuwait. Non passava dogana, mai saputo chi comprasse, né chi intascava il dovuto. Prezzo da saldi di fine stagione, tre o quattro punti in meno del mercato, ma i miliardi di dollari erano tanti. Qualcosa si sa: dietro le scatole cinesi dei filtri di società paravento, spuntano società “non lontane” alle imprese che oggi governano gli appalti in Iraq, dalla ricostruzione del “bombardato” agli eserciti privati. Come nel vecchio gioco dell'oca, torna la rete delle holding economico-militari della famiglia Bush, della famiglia del ministro della tortura Rumsfeld, della famiglia del vice-presidente Cheney e dei beniamini del potere repubblicano. Patria e soldi. Spunta ancora Otto Reich: tra un impegno politico e l'altro fa il lobbista della Lokeed Martin, fornitrice importante del Pentagono al quale vende i nuovi caccia “Joint Strike Fighter”. Ne è anche azionista: il Reich che vuol vendere si rivolge al Reich schierato con chi vuol comprare. Affare fatto. Il primo capitolo del contratto assegna alla “Lookeed” Martin 226 miliardi di dollari. Lo documenta il libro uscito da Piero Manni: “Eurobusiness in Iraq”.

Il rischio di ripercorrere simili labirinti è la noia: sempre gli stessi nomi, amici che invecchiano accumulando. Adesso vorrebbero ricominciare dallo shopping fuori dogana del greggio venezuelano. Potrebbe dare fiato non solo a Wall Street e agli interessi del clan, ma all'intera economia. E canalizzare politicamente le vendite di questo petrolio potrebbe aiutare la strategia elettorale alla quale la Casa Bianca affida le ultime carte che l'Iraq ha lasciato: quei mostri che da mezzo secolo minacciano la democrazia americana da sventolare ai cubani della Florida. Cuba senza greggio venezuelano, Castro spegne le luci.

Da mesi a Miami battono il tasto: o Bush mantiene la promessa di rovesciare Castro o noi ce ne ricorderemo al momento del voto. Voto che non riguarda solo il presidente di oggi, anche il presidente che la famiglia allena per la corsa di domani, Bush Tre, governatore della Florida. Insabbiata a Baghdad, la Casa bianca di Bush Due sta pensando alle gomme di riserva.

I segni sono più o meno gli stessi degli ultimi anni. Si irrigidisce l'embargo, e Cuba, ormai decimo cliente degli Usa nelle importazioni dirette di prodotti agricoli )perfino zucchero), deve sopportare un altro giro di vite. Il documento firmato solennemente da Bush entusiasma i falchi dell'esilio, ma i moderati (dicono loro) della fondazione cubano americano di Jorge Mas Santos, figlio di Mas Canosa, non sono d'accordo. Esasperare l'isolamento, impoverisce chi tira la cinghia e “aiuta il gioco di Castro gonfiando il risentimento verso gli Stati Uniti”. Malumore, perché la stretta tocca le tasche di tutti, di qua e di là dal mare. Compagnie aeree della Florida temono il fallimento. Voli ridotti al lumicino. Ogni due ore andavano e venivano tra l'avana e Miami: è quasi finita. “Mettere nell'angolo il regime per aprire le porte alla democrazia è il dovere di ogni popolo libero”, annuncia Colin Powell. Cominciando dalle rimesse. I cubani che vivono negli Usa mandavano un miliardo e 200 milioni di dollari l'anno ai parenti dell'isola. Era la voce attiva più alta del bilancio di Castro. Superava gli incassi del turismo. Rimesse tagliate: non più ad amici, parenti e familiari ma solo “a madre, padre e fratelli”. Cifra massima: 100 dollari al mese. Restrizione che ha funzionato come minaccia in Salvador assicurando il trionfo della destra radicale: se vince la sinistra – avvertivano – saranno cancellate le rimesse degli emigranti che lavorano negli Usa. Il Salvador va avanti con i soldi di chi si arrangia fuori, ed ha votato come gli si chiedeva per salvare il pane. Limitazione nei viaggi: ogni cubano che abita negli Stati Uniti fino a ieri tornava a casa una volta l'anno. Volo ormai permesso, ogni tre anni e con le tasche mezze vuote: 50 dollari per giorno di permanenza. Erano 164. Oltre ai tagli, Bush apre la borsa ai patrioti della libertà: 36 milioni di dollari in più alle associazioni anticastriste e finanziamento immediato al sorvolo dei C-130 del Comando Solo (milizia di oppositori che si allena a sbarcare a Cuba); C-130 come antenna per distribuire in ogni angolo dell'isola le trasmissioni di tele Marti e radio Marti, emittenti controllate dal Dipartimento di Stato. Dopo gli anni magri di Clinton e gli anni distratti del generale-presidente, la nuova linfa rianima la speranza di “rovesciare l'anticristo”. E strane icone si aprono nella lista dei siti web che “El Nuevo Herald” (versione spagnola del “Miami Herald”) mette a disposizione dei cubani in esilio. Tipo: “Da Militare a Militare”. Il colonnello in pensione dell'esercito degli Stati Uniti, Orlando Rodriguez Alvarez, invita a lottare per “la democrazia e la riunificazione della famiglia e della nazione cubana: dovere e obbligo morale”. Si prega contattarlo.

Castro reagisce alla Castro. Il telegiornale dello scorso lunedì fa tremare la gente. Voce grave dell'annunciatore, linguaggio solenne. Il cuore del Paese si ferma. Quando parlano così arriva tempesta. Ancora una volta la rivoluzione viene aggredita, ripetono con malinconia. Embargo più duro: stanno per cominciare nuovi sacrifici. Aumenta il pieno di benzina. Chiusura temporanea dei negozi in dollari. Riapriranno ma coi prezzi alle stelle. Sospesa la vendita di elettrodomestici, mobili, telefoni, eccetera, di produzione capitalista. Tutto resta come prima solo per i manufatti cinesi. Subito Castro guida la marcia di un milione e 300 mila persone fino all'auditorio a ridosso della Sezione d'Affari degli Stati Uniti. Promette: resisteremo, non passeranno. Una volta tanto bisogna dar ragione all'ambigua stirpe dei Canosa di Miami: l'acquisto diretto con pagamento cash dei prodotti Usa, ha allungato la lista d'attesa dei crediti che gli esportatori europei sperano di incassare da tempo infinito. La nuova crisi permette ai cubani nuovi rinvii. Bush ha regalato un alibi stupendo agli uomini che vorrebbe rovesciare.

Copione fosco, eppure somiglia ad ogni vecchia tensione finita in niente. Ma questa volta Bush è nei pasticci e deve fare qualcosa di concreto altrimenti precipitano i voti. Assicura Roger Noriega, origine cubana come Otto Reich al quale faceva da spalla nella gestione dell'Emisfero Occidentale, “i risultati dell'indurimento del blocco cominceranno a dar frutto fra qualche mese. Subito dopo l'estate...”, ma subito dopo l'estate gli Usa votano il presidente e la lobby Bush spera di trasformare Castro nello spot della disperazione.

Otto Reich è il regista dello spot. Prima di lasciare la poltrona del Pentagono ha fatto un giro anche in Italia, incontri ufficiali e incontri privati. Appartiene al club integralista dei falchi repubblicani. Carriera di rispetto cominciata quando era ragazzo, agente di quarta fila a Santiago del Cile agli ordini di Vermon Walker (capo Cia per l'America Latina) quell'11 settembre 1973: il nemico si chiamava Salvador Allende. Poi in Honduras per lavorare con Oliver North: organizza con la precisione di un capostazione il girotondo armi-droga dell'operazione Irangate per rifornire i contras impegnati a rovesciare i sandinisti del Nicaragua. Gli è maestro di cinismo l'ambasciatore John Dimitri Negroponte, dal prossimo luglio ambasciatore a Baghdad. Nel '76 Reich è l'americano tranquillo dell'ambasciata di Caracas, quando Posada Carriles (un mese fa condannato a Panama per aver cercato di uccidere Castro e altri tre presidenti latini) coordina l'attentato che fa scoppiare nel cielo delle Barbados l'aereo dove viaggiava la nazionale cubana di scherma: 73 morti. Viene arrestato un uomo d'affari della Florida, dottor Orlando Bosch Avila. Misteriosamente evade di prigione prima del processo. Due anni fa ha confessato nell'intervista fiume a una Tv di Miami, di “sapere molte cose” sull'aereo bruciato, ma di non voler ammettere d'essere l'autore dell'impresa “per non autoaccusarsi”. A chi chiedeva “non è che la bomba l'ha messa lei?”, ha risposto “preferisco tacere”. Vive sotto protezione in un luogo sconosciuto della Florida dove Reich si è appena trasferito. Prima di lasciare il Pentagono, Reich ha scritto un memoriale lungo 497 pagine “risultato di un lavoro che riassume la mia vita. Mi auguro contribuisca a distruggere Castro e Chavez per ripristinare la democrazia all'Avana e in Venezuela”. Non perdona a Chevez di avergli un po' guastato la carriera. Sempre per caso, era ambasciatore a Caracas due anni fa quando si accende un golpe che subito si spegne, e Chavez torna presidente 36ore dopo. Trentasei ore sono bastate a Washington per riconoscere formalmente il governo dei golpisti, primo e unico paese al mondo. L'ambasciatore Reich ne ha dato l'annuncio in TV commentando: “Finalmente il Venezuela volta pagina”.

Nel Venezuela dei nostri giorni dove i cortei e gli scontri provano a costringere Chavez alla verifica di un referendum revocatorio, all'improvviso si apre un capitolo nuovo. Quasi per caso la polizia ferma un bus sul quale viaggiano 56 militari in divisa. Scopre che non sono venezuelani, ma paramilitari colombiani in cammino verso il centro di Caracas. Confessano di appartenere alle milizie dell'Autodifesa Unita, esercito privato, estrema destra, pagato da latifondisti incerti tra grano e coca: mercenari addestrati da ex ufficiali israeliani. Sempre per caso, Carlos Castano, loro comandante storico, sparisce venti giorni fa. “Forse lo hanno ucciso...”, è il sospetto diffuso dai fedeli. Ma qualche giorno dopo anche moglie e figlia se ne vanno da Bogotà con un biglietto per Miami. Nessuno sa più nulla. Il terzo miracolo, due giorni or sono: dopo anni di scontri armati, cominciano a deporre le armi i 25 mila miliziani della destra paramilitare. Si accordano col governo Uribe, talmente apprezzato da Washington da invitare il premier a cambiare la costituzione colombiana per non abbandonare la poltrona che conta. Intanto Condoleeza Rice manifesta pubblicamente inquietitudine per l'atteggiamento di Chavez che “sta destabilizzando l'America Latina”. Insomma, l'ultima missione di Otto Reich comincia così.

Maurizio Chierici – L'UNITA' -17/05/2004




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