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Il Fantasma Autoritario

In America Latina chi perde non si rassegna e subito protesta, ma i giorni passano e insistere è faticoso. Solo una volta è andata male. E' andata male a Fujimori. Aveva truccato le elezioni in Perù con mano sbadatamente pesante: le preferenze superavano di qualche migliaio di voti il numero di chi aveva votato. Ufficialmente Chavez ce l'ha fatta anche se non piace al 40 per cento dei venezuelani. Abitano nelle case normali della città, rimpiangono i partiti di tradizione europea: socialcristiani, socialdemocratici.

Trent'anni di una democrazia rappresentata col garbo che la ricchezza del petrolio permetteva, ma quando il petrolio scivola sotto i 20 dollari a barile, la grazia scompare e cadono le maschere del perbenismo. Alla fine degli anni '90 la crisi che travolge il paese scoperchia le curiosità. Anche l'informazione scopre che il benessere dei galantuomini mandati a casa da un tragico mani pulite, non aveva programmato un solo metro di ferrovia o qualche ospedale per le campagne abbandonate. Con i capitali in fuga e la violenza che scoppia, Chavez vince a mani basse 6 anni fa e per altre 7 volte (l'ultima i referendum) si ripresenta agli elettori che continuano a credere alle sue promesse. Che non mantiene, almeno in parte, ma qualcosa fa. E nel vuoto, quel qualcosa basta. Anche se l'opposizione avesse vinto Chevez avrebbe continuato ad essere il protagonista. Rangel, generale fedele e vicepresidente ne avrebbe preso il posto per annunciare fra 30 giorni la data delle nuove elezioni. Chevez non vi avrebbe preso parte riservandosi di riscalare la poltrona importante nel 2006. E Rangel forse la spuntava cavalcando l'apparato dell'ufficialismo, ma se perdeva, al termine della lite fra gli 11 leader della Coordinadora, il nuovo capo dello stato (inconsistente Mendoza) era obbligato a convivere per due anni con un parlamento devoto a Chavez, così come gli sono devote forze armate, banca centrale, procura e corte suprema. Nelle due americhe funziona così. Per il Venezuela si annunciavano due anni di inquietitudini che il prezzo del petrolio non poteva sopportare. La gente, soprattutto, non si sarebbe rassegnata.

Nel continente trasformato da oligarchie e multinazionale nel laboratorio a cielo aperto del liberismo selvaggio, chi comincia la politica dalla parte della gente senza nome, resta un mito incancellabile anche se retore, populista, autoritario e non elegante, come Chavez. Il quale non somiglia per niente a Peron che non aveva una sola idea: sceglieva solo le idee degli altri mentre Chavez mantiene la testa del paras e sono gli altri che devono piegarsi. Eppure quando dopo 18 anni d'esilio, 1973, l'oligarca torna in Argentina, il mito lo aspetta e la gente vota Peron con lo stesso trasporto. E' successo anche a Daniel Ortega leader di un sanguinoso sandinismo travolto dagli scandali nel Nicaragua alla deriva, eppure è una speranza che galleggia. Ecco perché nel bene e nel male i venezuelani dovranno fare i conti con l'influenza di Chavez o del suo fantasma chissà per quanto tempo. Il dialogo diventa indispensabile dopo le inevitabili settimane di schermaglie. Gli oppositori orfani della protezione Usa dovranno rassegnarsi. Per il momento solo il mercato è d'accordo: adesso che il petrolio vola verso i 50 dollari al barile, in un attimo ha deciso che Chavez può raffreddarlo. Di qualche centesimo perché l'Iraq va sempre peggio: ma se Chavez avesse perso a quale quota sarebbe finito? Ecco perché l'opposizione è stata battuta a Wall Street dove gli gnomi della finanza hanno fatto i conti senza aspettare le parole di Carter.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 17/08/2004




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