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Fahrenheit 9/11: si vede, non si legge

Un’occasione sprecata per far capire anche in Europa cos’è la democrazia di Bush. La reazione degli spettatori che guardano “Fahrenheit 9 \11”, memoria ordinata in un film specchio del tempo, soprattutto delle anime che lo attraversano, viene appannata dalla superficialità del produttore Usa o del distributore italiano. Forse per risparmiare non hanno doppiato i dialoghi del film che ha vinto a Cannes, lungometraggio con protagonisti tutt’altro che raccolti per strada, nulla a che vedere col botta e risposta di un quarto d’ora Tv quando il decifrare la traduzione scritta sul panciotto di chi parla, è fatica sopportabile.

Moore ha immaginato il film come manifesto elettorale da distribuire negli Stati Uniti prima dell’elezione del presidente. E chi fa i conti ha fatto finta che l’inglese lo sappiano tutti, ma non è vero, e poi l’esotismo del documento, voce gracchiante di Bush figlio, è stato preferito alle cadenze educate dei doppiatori romani. Può essere la raffinatezza da portare a un festival, non nelle sale della gente qualsiasi di un posto che ha un’altra lingua. In qualche modo la sintesi delle diciture aiuta a capire, ma è solo un aiuto. Un po’ come accostarsi a “L’uomo senza qualità” o “L’amore ai tempi del colera”, per innamorarsi di Musil e Garcia Marquez sfogliando i riassunti del Bignami.

Nella sala buia o leggi le diciture che corrono sullo schermo o assapori il ministro della giustizia neocom che infila un pettine sporco in bocca per tenere a posto, con lo sputo, il ciuffo dei capelli. E far bella figura al fianco del suo presidente.

Gli spettatori si dividono. Sotto i 40 anni sono allenati alle doppie letture mescolando immagini e parole con la rapidità acquisita dalla pedagogia dei fumetti, uso di computer e telefonini coi quali i Nuovi stanno crescendo. Verso i cinquanta l’acrobazia diventa faticosa. Quando Carlo della Corte, soprattutto Umberto Eco e Oreste del Buono hanno raccolto attorno a Linus la generazione che nella provincia Italia restituiva nobiltà ai fumetti, Pier Paolo Pasolini restava freddino. Non è che i fumetti non gli piacessero: lo turbava il linguaggio. Non riusciva a ordinare la sincronia tra immagini e parole. E non ce la faceva ad emozionarsi. “Sono cresciuto sfogliando altre abitudini e mi ci trovo bene. Deve essere l’età che non è avanzata, eppure risente della cultura precedente…”.

Ecco la sindrome che dopo la prima mezzora precipita nello stress le folle di “Fahrenheit”. Dondolio delle teste impegnate a seguire il tic tac delle frasi in sincronia col movimento di chi è costretto a tener conto degli ondeggiamenti delle prime file anche loro a caccia delle parole coperte da ombre umane. Piano, piano la sala beccheggia come un barcone alla deriva. E lo schermo diventa una specie di prima pagina dove ogni pochi secondi cambiano i titoli. Le immagini si trasformano in coreografie non indispensabili alla comprensione della trama. Peccato perdere certe facce. È già successo in altri film non doppiati perché poco commerciali ( mentre “Fahrenheit” lo è grazie alla simpatia di cui gode Bush ) ma il racconto di avventure o intrighi trascinano l’attenzione con un intreccio nel quale lo spettatore si immerge, e a volte ne anticipa silenziosamente le conclusioni quando il regista del racconto non è esaltante. Di “Fahrenheit 9\11” è noto il finale, non il percorso che Michael Moore attraversa con l’ironia di un americano non tranquillo. Spettacolo che i sottotitoli in fila sullo schermo trasformano, piano, piano, nell’ arrampicata terzo grado di una montagna di parole.

Applausi, risate dei più giovani, ma, attorno, il silenzio della generazione che non può distrarsi. Arranca, sillabando. Il problema è che i quarantenni o i ragazzi in fila per il biglietto non vengono dai sospiri di Comunione e Liberazione o dalle curve nord Forza Italia: entrano per chiudere i buchi della memoria aggrappandosi a Moore. La loro analisi morale è già chiara. Più o meno sanno per chi votare. Il film diventa un ripasso che mette ordine alla storia distribuita ogni giorno da giornali e Tv, spesso con l’ipocrisia di giocare sulle dimenticanze nelle quali i problemi della quotidianità affogano le notizie.

La memoria di “Fahrenheit 9\11” scuote lo spettatore con la domanda: “perché hai bevuto in silenzio le atrocità bene educate dei signori in doppiopetto ? Sapevi. Ogni mattina i giornali raccontavano e commentavano; accusando, difendendo. Tu dov’eri ? Adesso ripassiamo”. Ripasso indispensabile ai capelli grigi moderati: cominciano a dubitare che il bel mondo promesso sia meno bello. Come tutti vanno al cinema per ricostruire gli anni nei quali cresce la paura. A differenza dei giovani, non si sono ancora decisi ad accertare chi ne è davvero l’ispiratore. Preferiscono alla realtà “le scelte di campo”. Ma le scelte ormai traballano e la decisione di guardare un film-verità ne testimonia la debolezza sempre più profonda. Con domande semplici: per quale ragione si diventa terrorista, kamikaze, assassino senza pietà ? Chi soffia alle loro spalle ? E con quali interessi ? Nel film di Moore le novità sono limitate per i lettori non distratti, ma danno ordine alle voci dei protagonisti che scandiscono decisioni sulle quali i palafrenieri di piccoli e grandi rais enfatizzano giocando sul non-ricordo e trascinando un po’ di opinione pubblica in polemiche insensate. Poter ascoltare Bush, Colin Powell, Condoleezza Rice, Cheney, capi Cia, insomma, tutti quelli che hanno deciso le guerre preventive per difendere la democrazia degli interessi, in buona parte privati, suscita emozioni che sconsolano ma invitano a rileggere le cronache diffidando di slogan e apparenze. I signori di una certa età entrano al cinema con questa apprensione. Forse cercando risposte nella memoria ricomposta. Ma inciampano in risposte difficili da inseguire; lampi di traduzioni in pillole. Quando un responsabile dei servizi racconta al Congresso del colloquio col Presidente, tre settimane prima del terrore 11 settembre, e ricorda che Bush gli chiedeva di trovare motivi plausibili per invadere l’Iraq, gli spettatori grigi si sentono traditi dai giornali ai quali affidano ogni mattina la comprensione, e dalle Tv che li aggiornano prima del sonno. Scoperte che trasformano in caricature i sermoni dei dipendenti del grande Comunicatore: “per carità, non tirate fuori ancora la Cia…”. Battuta da ripetere agli amici del bar, ma le certezze cambiano ascoltando il racconto dell’uomo Cia nella cornice solenne della Commissione Usa che indaga sull’angoscia delle Torri Gemelle. Diventa difficile dar credito alle interpretazioni manovrate dai soliti gregari del solito potere. Non solo in Italia. Una scena sconvolgente racconta del documento che i deputati neri presentano al Senato per contestare Bush. Serve la firma di un solo senatore e l’inchiesta automaticamente parte. Ma i neri non hanno nemmeno un senatore e nel Paese campione di democrazia non un solo senatore democratico e bianco, appoggia la causa dei deputati democratici e di colore. Bush la scampa. Gli interessi finanziari delle lobbies tagliano gli schieramenti e sbriciolano i sacri principi delle Costituzioni. Chi vuol chiarezza presenta documenti che non sono né pacifisti, né guerrafondai. Accendono dubbi dei quali l'uomo qualunque fatica a liberarsi ed ha diritto ad indagare. Ma i diritti vanno e vengono nel labirinto degli interessi. Il racconto di Moore vive di queste voci, ma un conto è ascoltarle, meditando; un conto inseguire i messaggi con l'angoscia del perdere le parole chiave nella sintesi scolpita sullo schermo. Pur aggrappati alla precarietà delle didascalie, giovani e meno giovani ammessi da Moore ad ascoltare le voci di chi ordina, scoprono la filosofia che anima chi distribuisce infelicità alle immense folle. A memoria viene in mente l’osservazione di Aldo Capitini, primo pacifista della nostra storia: “C’è chi considera l’uomo il mezzo per raggiungere uno scopo, quasi arnese da sostituire in qualsiasi momento. In fondo ucciderlo è solo il rumore di un oggetto che cade”. Ecco l’irritazione verso il mercato che risparmiando nel doppiaggio ha impedito di capire, ma bene, a coloro che hanno bisogno di uno stupore per soppiantare il timore dell'apparire irriverenti. Il mondo non è un manicomio crudele, come dimostra Moore a chi è riuscito a leggerlo fino in fondo. Dietro l’apparenza della pazzia c’è un metodo, forse la volontà dell’accumulatore di beni di mettere in campo comparse disperate, ma di secondo piano, nello spettacolo guidato dalla regia della furbizia

Maurizio Chierici – L'UNITA' - 05/09/2004




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