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Il Columbus Day e il voto degli italiani

Fra un po' comincia una campagna elettorale lunga 18 mesi. Prima le regionali, poi la speranza di ridare dignità al governo. All'improvviso gli emigranti vengono riscoperti. Da Trascurati ad accarezzati: 12 deputati e 6 senatori sono un partitino sul quale tanti vogliono mettere le mani. Cominciano le grandi manovre a volte risfoderando una cultura impropria, vecchia Italia, amate sponde.

Poche righe per capire come si sta lavorando, ma anche come provino a rappresentarsi in modo diverso gli spagnoli dell'odiato Zapatero.

L'occasione è il Columbus Day, anniversario dello sbarco di Colombo, festa tricolore che la Citizen Foundation degli italo americani fa marciare sulla Quinta Strada dal 1929. Commozione nello sfogliare le facce degli emigranti di quel '29. Gli occhi cercano il fotografo con la voglia di cercare il futuro. L'entusiasmo non è cambiato, e nella diversità delle proposte tecnologiche, anche i contenuti ricordano più o meno lo spettacolo esportato sulle ali dei trasvolatori. Italo Balbo sfidava l'oceano per “salutare in Brasile ed Argentina i figli d'Italia, 11 ottobre: “Alla festa che promuove la cultura italiana e le sue radici negli Usa, un equipaggio della Polizia Stradale a bordo della Lamborghini Gallardo, indossando la livrea di stato, sfilerà immediatamente davanti alla polizia di New York. Si è voluto così rendere partecipe i tanti connazionali presenti negli Stati Uniti ad una delle più belle sorprese che caratterizza l'anniversario 152 della fondazione della polizia di stato. Ai tanti elementi della tradizione presenti nella parata (ndr. trombe di bersaglieri, ottoni dei carabinieri, passo da triumviro del vice presidente Fini) si è aggiunto a l'immagine nuova della Polizia Stradale che mette tecnologia e potenza al servizio dei propri compiti istituzionali di prevenzione, di soccorso, di trasporti sanitari e di repressione degli illeciti stradali ad alto rischio infortunistica. Al volente una ragazza dalla coda bionda: spunta sotto il berretto. Pur ripulita dalla prosa dell'ufficialità, la nota non svela ai figli d'Italia il mistero più intrigante. In quale modo avvengono i “trasporti sanitari” nel siluro Lamborghini? E quale esempio morale il siluro può suggerire ai fans a proposito “dell'illecito stradale” responsabile delle stragi del sabato sera? Monito contro l'alta vellicato. Forse. Ma gli italo-americani non ne hanno bisogno: negli usa tutti sanno che sopra i 130 si va in galera. Con i suoi 150 il ministro Lunardi potrebbe riaprire Sing Sing. E la sfilata diventa una scampagnata patriottica. Senza prenderti sul serio perché il giorno dopo tutto come prima. Appena tornata a Roma, anche la Lamborghini viene sepolta in un garage segreto nel timore che un agente prenda sul serio le dichiarazioni di New York e cominci a pattugliare il week end al volante del siluro.

L'altra faccia dell'Europa si scopre nell'articolo del Pais: in previsione del Columbus Day, il presidente Zapatero è impegnato a “promuovere la cultura” del proprio paese. Il paese che ha pagato il viaggio a Colombo. Ma la cultura di Zapatero è cultura da parrucconi. Povero presidente, non ha il senso del marketing e la vocazione dello sport che la dottrina Berlusconi (quand'era ministro degli Esteri) raccomandava ad ogni diplomazia nel mondo. Siete la vetrina commerciale del paese: vendere è l'imperativo. Il resto non conta. Purtroppo Zapatero è perdutamente diverso: un po' bidello e un po' topo di biblioteca. Mette in fila documenti e immagini nella mostra intitolata: “La cultura pellegrina, libri ed esilio dei profughi spagnoli”, inaugurata dall'Istituto Cervantes, concorrente dell'Istituto di Cultura italiano. Zapatero presenta e discute con gli ospiti, con l'aria qualsiasi di un borghese coltivato. “La parte negativa dell'esilio politico (ma anche economico) è molto importante – racconta il Pais – ha a che vedere con la memoria storica, perché se dolore e fragilità dell'emigrazione accompagno l'adattamento al mondo nuovo, la parte positiva dell'esperienza la rappresentano gli impulsi provocati dalle sorprese che segnano la conquista di una terra lontana. Politici ed intellettuali fuggiti dal fascismo di Franco hanno lavorato per trasmettere alla patria questa terza cultura maturata nell'esilio”. E la patria si trasforma. In fondo, è interessante, la Spagna sta diventando noiosa. Sciupa l'occasione per organizzare una corrida al Rockfeller Center. Pur sbagliando nel rifiuto dello show luci e brillantini, il Cervantes e la sua cultura mettono stranamente a segno una specie di seconda conquista d'America. Da cinque anni regalano testi castigliani ai licei del Brasile. Impegno di 12 miliardi di vecchie lire accompagnati dallo slogan: se il vostro paese vuole guidare l'America Latina la sua classe dirigente deve parlare spagnolo. Alla fine Lula si è arreso. Bando di concorso per 200mila insegnanti; lo spagnolo diventa materia obbligatoria in ogni scuola superiore. E l'italiano che nel '38 faceva concorrenza al portoghese della madre patria, l'italiano che vive nei ricordi di almeno cinque milioni di abitanti di San Paolo, scivola al quinto posto, superato perfino dagli ideogrammi cinesi.

Bisogna dire che appena Fini torna a Roma, la nostra cultura di trasvolatori in Lamborghini viene subito rimboccata dall'innocenza del ministro Tremaglia, ragazzo di Salò senza peli sulla lingua. Premiato in terra americana: gli emigranti lo adorano. Da trent'anni promette di farli votare e adesso che è il momento di metterli in fila per confermare questo governo, il Fini (vergognoso delle camicie nere di Salò) e Berlusconi (accusato d'essere “mafioso e piduista”) si aggrappano alle sue vecchie spalle pensando al partitino dei nostri inconsapevoli. Voti che in qualche modo potrebbero tamponare il malcontento della madre patria. Ma la strategia di Tremaglia sceglie la nostalgia e trascura la realtà. Comprensibile sopra gli 80 anni. Se vogliamo è meno frivolo delle sfilate Lamborghini, ma ancora aggrappato al mito del notabilato dei “1550 miliardari italiani sparsi nel mondo”. Li vorrebbe santificare. Li coccola e li premia nelle dirette Tv di mezza estate con l'inevitabile Carlucci sull'altare della Patria. Da noi vanno in onda che è quasi notte. Ma Rai International, presidio An, infila la cerimonia nelle fasce di grande ascolto dei paesi lontani. A volte illusi per l'affetto del richiamo. Deve essere l'emozione degli amici di Franco Macrì, destra robusta, frequentatore di ragazze prosperose e padre di Maurizio Macrì che si è comprato il Boca Junior per ribadire a Buenos Aires la filosofia di Berlusconi: deve essere la sua imponenza ad eccitare il pressing dei forzisti: viaggi e amicizie ben coltivate. Regia di Luigi Pallaro, presidente della camera di commercio italo-argentina e rappresentante il loco del duetto Bondi-Cicchitto. Patron di forza Italia senza trascurare An. Potrebbe diventare senatore se negli armadi non nascondesse la storia nera di due ragazzi spariti dalla sua fabbrica negli anni della dittatura militare. Anche l'Udc non sta ferma. Va e viene il sottosegretario Mario Baccini. Visite ufficiali, ricevimenti, distribuzione di benevolenze; mai una parola sui crediti dei risparmiatori italiani. Ma l'emigrazione non finisce qui. Il diritto al voto si è allargato a chi pensa alla patria come al salvagente da recuperare rovesciando il viaggio dei padri. Perché prima di essere italo-americani, italo-brasiliani o italo-venezuelani, canadesi e australiani, sono solo cittadini di società stremate dalle crisi economiche disegnate dai cardinali della nostra finanza. Tornare sui passi dell'emigrazione vuol dire passaporto Ue, ed Europa che spalanca le speranze. Perché avere trent'anni a Buonos aires o a Caracas significa fare salti mortali. Le dirette di Tremaglia o le proteste del Fini contro i serial Tv dei pensionati di Cosa nostra, appartengono al chiacchiericcio: incantano i Macrì di ogni golf del mondo; eccitano il bon ton del sindaco Albertini frustrato da De Niro che trascura gli appuntamenti dell'Ambrogino d'oro e presta la sua voce mafiosa allo squalo nero di Shark Trak (cartone animato, 9 milioni di innamorati). Ma non frega niente a chi tira la cinghia. Ecco il ruolo che si propone alla politica dei partiti di Roma. L'opposizione, soprattutto. Aprire culturalmente la speranza senza intorbidire le politiche locali. Non sincronizzare gli interessi elettorali di casa nostra agli umori interni e non sempre trasparenti delle comunità sparse nei paesi agitati. Per non ripetere le ipocrisie Forza Italia o Lega, la quale nel sud del Brasile inaugura sedi padanamente battezzate “Quel massolin de' fiori”. Ed è indispensabile fare attenzione alle sigle orecchiate dai professionisti della sopravvivenza. Rimettono in onda vecchie bandiere per captare nostalgie ed imbrogliare le internazionali socialiste, socialcristiane, o i partiti italiani di buona volontà. E' successo in Argentina quando De Michelis, ministro di Craxi, sponsorizzava Menem (proprio Menem...) contro il candidato radicale alla presidenza presentato da Alfonsin. Succede in Venezuela, favore o inimicizia per Chavez. Semplificazioni che a volte sbalordiscono, malnutrite dall'informazione. Non importa se la nostra Tv arriva puntuale attraverso la ragnatela dei cavi. Gli italiani di là dal mare guardano i Tg e spesso non capiscono. Possono votare “comandati”, ma ragionando diventa più complicato. Laureati a Bologna o a Firenze, riconoscono le facce, eppure perdono l'orizzonte appena scoprono che la faccia conservata nella memoria di uno schieramento, ha cambiato partito scegliendo il partito dei soldi. Dovrebbe essere vergogna, ma lo scrupolo è ormai capitolo del passato. Il nuovo modo di arrembare confonde chi vive lontano, già confuso dal linguaggio dei teatranti immutabili che animano gli spettacoli di Vespa. A proposito, sta per uscire il suo ultimo libro, stampato nella maison del Cavaliere. Ne sarà il presentatore eccellente. Lo vedremo intervistato in ogni Tv, compreso “Chi l'ha visto?”. Insomma, pasticci di cortigiani che a poco a poco fanno crescere diffidenza e indifferenza. Due anni fa, nella traversata dell'America degli emigranti, parlavo con un medico (figlia laureanda alla Bocconi) volendo sapere quale tipo di informazione captava nei labirinti dei discorsi italiani. “Senza i cinque minuti di Biagi la nostra testa sarebbe vuota. In cinque minuti spiega cosa è successo. Chiaro, allegro, senza l'incubo delle parole incomprensibili. E quando abbiamo capito cosa va bene e cosa va male è facile scegliere. Punire o premiare. Ma da un po' di tempo Biagi non si vede: mi può spiegare perché”.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 18/10/2004




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