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Presidente dell'Uruguay, il medico "rosso" Tabaré Vazquez

Borges ripeteva che Buenos Aires era la periferia industriale di Montevideo dove i caffè raccoglievano le chiacchiere raffinate di battaglioni di intellettuali e l'ambizione dei politici si divideva tra il fare soldi e scrivere almeno un libro. Tabaré Vazquez non esce dal gruppo dei sognatori un po' vagabondi, né il denaro e il potere hanno accompagnato la sua vita. E' cresciuto alla Teja, quartiere popolare, vivace come i bassi di Napoli.


Lavorando sodo padre e madre gli hanno permesso di laurearsi in medicina e quando si è aperto il bivio sulla specializzazione da imboccare, ancora una volta il padre e la madre hanno deciso per lui. Sono morti di cancro. La loro non speranza è sembrata a Tabaré Vazquez una sfida nella quale valeva la pena giocare la vita. Col diploma di oncologo e la specializzazione di una borsa di studio conquistata a Parigi, apre una clinica “per gente non ricca” proprio nel quartiere. Non da solo, compagni di studi che la pensavano come lui. E comincia la sua carriera civile. Adesso ha 64 anni, tre figli, una cattedra e la direzione di un reparto dell'università. Storia finita lunedì quando è diventato presidente.

E' stato necessario raccontare la vita normale di un bell'uomo dai capelli che sbiancano, per spiegare la ragione del successo travolgente della sua proposta: al primo turno, più di dieci punti di distacco, primo presidente “rosso” nella storia dell'Uruguay. Perché un bravo medico non ha bisogno di aggrapparsi a titoli ed onori. Il passaparola dei malati è la migliore presentazione.

Tabarè Vazquez è stato il primo e rimpianto sindaco di sinistra di Montevideo, capitale dove abitano tre milioni e mezzo di persone, metà della popolazione del paese. Parla guardando negli occhi, non mette soggezione e nel tempo libero dal 1978 fa il vice presidente di una squadra di calcio- Club Progresso - dai risultati alterni, eppure far sapere che un po' del tempo prezioso lo si dedica al calcio, a Montevideo (ma anche a Buenos Aires ) diventa un fiore all'occhiello in concorrenza col Nobel. In qualche momento perfino Eduardo Galeano mette da parte l'impegno terzomondista per scrivere racconti sul pallone e ascoltare i comizi di Tabaré.

Fare politica in Uruguay non è facile. Due partiti di destra - moderata e autoritaria - Blanco o Colorado, governano da più un secolo il paese. Tabaré veniva da una famiglia socialista, si sentiva socialista ma dove poteva fare il socialista? Il Fronte Ampio fondato da Libero Sereni il cui nome italiano tempo e lontananza hanno pasticciato in Liber Seregni, è l'occasione che gli dà la forza di provare. Senza sperare niente, ma un movimento apre possibilità di riconoscersi in altre persone. E quando Seregni, generale d'artiglieria in pensione, lascia il partito perché gli anni sono troppi, Tabaré viene chiamato a prenderne il posto. Diventa sindaco di Montevideo, vittoria che fa tremare conservatori e logge massoniche in un paese dove la massoneria ha ispirato la costituzione: non esiste Natale, non parliamo di Pasqua trasformate in festa della famiglia e della primavera sulle carte ufficiali, anche se la gente non ne tiene conto.

Si propone candidato alla presidenza nel '94. Trecentomila mila voti, vince Sanguinetti, colorado di origine piemontese e primo presidente eletto dopo la dittatura militare. Riprova nel'99: 930 mila preferenze il più votato tra i concorrenti. Costringe bianchi e colorati a mettersi assieme per metterlo sotto. Adesso nessun ammucchiamento poteva batterlo.

A chi somiglia nel quadro politico che sta cambiando il cono sud continente latino? A Lula per la costanza nell'inseguire il progetto ideale; al Kirchner argentino nella carriera borghese, anche se Tabaré non ha mai tentennato tra conservatori e progressisti. L'autorità morale nella corruzione e nella disperazione di un paese alle corde, ha messo d'accordo comunisti, socialisti, cattolici, perfino gli ex tupamaros della guerriglia urbana 1997. Tutti nel Fronte Ampio come imponeva l'emergenza.

Il senatore José Mujica, tornato alla politica dopo 12 anni di prigione, ha voluto aderire al cartello di Tabaré Vazquez e per convincere qualche cattolico inquieto ha ripetuto in Tv: “L'Urugay ha bisogno di un capitalismo serio. Tabaré è il solo in grado di garantirlo”. La prima cosa che ha annunciato di garantire sono i milioni di dollari che il Fondo Monetario pretende e dei quali il capo di uno stato dalle tasche vuote cercherà di allontanare il pagamento. Routine di ogni America Latina.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 02/11/2004




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