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I cicanos e i miliardari

Non se ne parla più. Il mondo guarda sa un'altra parte. Arafat ancora respira ma senza pudore si litiga per il funerale. Dopo la visita al Papa, il pubblicano Allawi spegne la luce: legge marziale nei due mesi che precedono il libero voto iracheno. Falluja deve essere pacificata bombardando finalmente come si deve. E' normale che i protagonisti dell'altra America ormai non contino più. E gli analisti disperdono i meriti del trionfo repubblicano nel mosaico del voto religioso dimenticando che è un voto soprattutto ispanico. Bush ha vinto col vento latino in poppa. Quasi la metà dei nove milioni del continente spagnolo ha cambiato partito spostandosi a destra. Il pareggio sembrava inchiodato; i cicanos lo hanno liberato. Emarginati, malandati e precari si sono fidati del programma che taglia le tasse ai miliardari lasciandoli senza niente, tasche vuote. Stupidità? Solo un atto di fede nel nome di quel Dio della rassegnazione finanziato trent'anni fa dalla dottrina Rockfeller.

Milioni alle sette protestanti per combattere “la destabilizzazione terzomondista della chiesa cattolica”, orribile Teologia della Liberazione che il Vaticano sprofonda all'inferno. E le corporazioni possono respirare. Perfino la nostra Radio Maria ha pregato ogni sera per Bush. Nel retropensiero dei precari che hanno votato per gli uomini forti, c'era la speranza che gli uomini forti si ricordino dell'America dalla quale sono scappati per fame e persecuzioni. Profughi sgraditi ai poteri blindati. La loro fede li riavvicina alla patria perduta, almeno dovrebbe. Ma non è vero. Chi vive nell'altra America è spaventato dal rilancio della dottrina Bush. Bush 2 che ricorderà Bush 1, il quale ricordava Bush padre, ispirato dallo zio Reagan, e dal Nixon teologo della prevaricazione. Affidava ai generali dagli occhiali neri (Somoza, Batista, Banzer e Pinochet) il compito di rimpicciolire massacri e fermenti sociali nel catalogo di un magazzino dove le risorse dovevano restare a disposizione delle urgenze di Wall Street. Unico impegno morale, le regole del mercato del Nord: petrolio, gas, legno, rame, oro, uranio, pietre preziose, carne, frutta, cereali, acqua dolce, eccetera, l'intera cassaforte del continente in mani sicure. Il segretario di stato Kissinger vigilava sull'ordine da imporre col terrore quando i volenterosi come Allende riprendevano le miniere alle multinazionali. Ecco il destino che la prima Americana ha tradizionalmente riservato all'America numero due. E la rielezione di Bush ruba al terzo millennio la speranza di cambiamento. Non è un segreto: aspettavano Kerry per riaprire il dialogo negato dall'intransigenza repubblicana. Dal Messico all'Argentina il gradimento a Bush era precipitato: 71 per cento nel 2000, 42 di qualche giorno fa. Poi il trionfo gonfiato dagli ispanici “dentro” delude gli ispanici “fuori”. Nessun leader dell'altra America ha voluto dire qualcosa di diverso dagli auguri a Bush che la diplomazia impone. Solo Lagos, presidente socialdemocratico del Cile, si è lasciato andare, tanto non può ricandidarsi: “E' la vittoria che consolida l'abbandono dell'America Latina da parte degli Stati Uniti2. Anche i giornali conservatori come “La Fohla” di San Paolo non trattengono il titolo della rabbia: “L'impero ha votato”. Pagina 12, ex quotidiano battagliero della sinistra argentina, ormai foglio alla corte del presidente Kirchner il quale censura o fa scendere dall'aereo presidenziale i cronisti che non gli sono simpatici; “Pagina 12”, così annuncia la vittoria di Bush: “La stessa pietra tombale”. Foto di un cimitero che forse rappresenta le paure dell'inquilino della Casa Rosada. Perfino un ministro di Uribe, alleato fedele dell' “America Forte”, compare con la faccia lunga in Tv. I dollari promessi per il “Plan Colombia” per combattere i narcos e imbrigliare ogni dissidenza armata, sono arrivati solo in piccola parte. E con i miliardi di dollari che Bush sta chiedendo al Congresso per rinforzare la macchina bellica indispensabile alla pace irachena, le promesse svaniscono.

Ma la realtà è più complessa. Il continente latino è ben contemplato negli interessi finanziari Usa; mai preso sul serio in quelli politici. In quattro anni Colin Powell ha attraversato solo una volta la frontiera del Messico, tanto per parlare del posto più vicino. Gli altri posti non li ha neppure considerati forse perché angoli di un continente dove mai è stata combattuta una guerra come la guerra che lo ha allevato in Vietnam. Senza missili e carri pesanti, Powell ha qualche difficoltà nell'interpretare la vita. Adesso se ne va. Per i falchi di Bush il generale era diventato troppo colomba. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è l'aver riconosciuto in agosto la trasparenza della vittoria di Chavez in Venezuela, certificata dal Centro Carter e dall'Organizzazione degli stati americani. Washington aveva finanziato i brancaleone dell'opposizione dove i grandi ladri del petrolio sono riemersi fra i partitini dell'illusione democratica, e Washington si è trovata allo scoperto mentre agitava la contestazione al voto. Impossibile perdonare Powell. Condoleeza Rice dovrebbe prenderne il posto: ha dedicato la vita a Russia e Medio Oriente. L'America Latina è per lei più o meno una vacanza o la bacchettata periodica che ogni tanto distribuisce a Castro, a Chavez, adesso anche a Tabaré Vazquez, presidente dell'Uruguay.

Se invece Condoleeza diventasse ministro della difesa, sarebbe il neocom Wolfowitz a governare la politica estera. Conservatore d'assalto. Considera i Chicago'Boys che hanno congelato il Cile con la mano militare di Pinochet, e distrutto la ricchezza argentina, antenati timidi, ormai superati. Le ricette di Wolfowitz sono cure da cavallo affidate agli infermieri di Fondo Monetari e Banca Mondiale sul filo dell'antico ritornello di Anne Kruger, vice direttrice FMI. “Tagliare, tagliare, tagliare”. Sanità, scuole e pensioni, diritto alla casa e a una vita normale diventano sregolatezze da prendere in considerazione appena colmato il debito estero. Insomma, mai.

Lo scenario è paradossale dopo gli inseguimenti della campagna elettorale nella quale gli ispanici sono stati corteggiati con affetto. Non solo la caricatura dei saluti in spagnolo che Bush o Kerry distribuivano dalla Florida alla California. Il budget riversato al loro voto moltiplicava per tre i 4 milioni di dollari spesi nel 2000. Spot Tv, annunci sui giornali. Kerry si è fatto intervistare 24 volte, e Bush 31, da “Sabado Gigante”, show neanche tanto importante, e poi il “Dia” di Filadelfia, “Gente” del Minnesota, “El Herald” di Miami, per non parlare di Texas e Nuovo Messico dove il 21 per cento degli immigrati latini sprofonda in una povertà con poche speranze, eppure seguendo i precetti dei predicatori della destra cristiana, ha scelto Bush. Invano avevano provato a scuoterli Sergio Arau, Michael Moore che discende da Pancho Villa. Il suo Fahrenheit racconta una tragedia che sconvolge le abitudine della quotidianità. “Un dia sin mexicanos” è il giorno nel quale tutti i latini spariscono all'improvviso della California. Non ci sono più. Zappatori della valle di San Joaquin, camerieri di Los Angeles e San Francisco, giardinieri, colf, maestri, muratori, meccanici, elettricisti, pescatori di gamberi, spazzini: tutti via. I padroni di casa vagano disperati. Città e campagne paralizzate. Telefoni che non funzionano. Saltano le centrali elettriche. Senza l'esercito dei cicanos la terra del sole non riesce a respirare. Provocazione surreale per invitarli a votare in un certo modo: se ci mettiamo assieme la nostra vita cambia. “siamo la minoranza etnica più numerosa, che fa più figli. Manderà alle urne 13 e poi 20 milioni di elettori negli anni che verranno, ma è una minoranza fragile”.

Qualche mese fa Carlos Torolero direttore del museo Messicano di Chicago, sbalordiva noi giornalisti annunciando: “Sembriamo tanti ma non possiamo decidere niente. Per decidere bisogna scegliere consapevolmente, e ai latini emigrati negli Stati Uniti manca il collante di una cultura sociale collettiva. Ognuno corre quasi da solo, fatica e sudore dietro al sogno americano, e nei dintorni di ogni elezione la seduzione dei partiti apre le braccia con la simpatia provvisoria di chi vuole qualcosa e subito. Senza calore, senza programmi concreti. Ogni volta ci siamo cascati. Ci ricadremo...”. Intanto bisognava portare a votare gli ignari o i senza niente che non hanno tempo da perdere nell'iscrizione alle liste elettorali. Kerry frugava gli slums neri di Chicago o le favelas delle città del Sud. La concorrenza delle squadre di Bush appariva più tranquilla nel ricalcarne i passi, quasi avesse un serbatoio invisibile che le inchieste di mercato non riuscivano a definire. Torna il capitolo degli emigranti figli di Dio: ha sbriciolato le confessioni protestanti moltiplicando le sette. Perché un emigrante di Salvador, Guatemala, Nicaragua, Haiti o Santo Domingo, dove finire nella rete dei predicatori di una pentecoste rassegnata? E' successo che i pentecostali eretici lo hanno raggiunto anni fa nel suo paese squattrinato. Cerimonie negli stadi; star che predicano in teleconferenza dagli Stati Uniti; distribuzione di Bibite, minestre, magliette per bambini. E ogni mattina le radio avvolgono le favelas dell'altra America: “Good morning Guatemala”, “Good morning Equador”, “Beati voi di Caracas”. A Washington comincia a nevicare e il sole dei tropici è un sogno “che vorremmo dividere assieme a voi. Nella stessa fede”. La cui regole sono semplici: mai mescolarsi alle folle che protestano, mai discutere gli ordini delle autorità. “Ricordati che la ricompensa ti aspetta in cielo. Non perderla lasciandoti travolgere da inutili passioni terrene. Resta in casa, non dar retta agli agitatori delle piazze, rifugiati nella preghiera”. Così per settimane, per anni. E quando il salvadoregno e qualsiasi latino escono di casa affamati cercando la strada clandestina degli Stati Uniti, nelle nuove baracche dove la lingua gli è incomprensibile, bussa una mano amica. Offre da mangiare, trova un posto, apre scuole per i figli e una volta la settimana nei canali a noleggio di radio o Tv, un predicatore moltiplica i miracoli. Dieci, venti per trasmissione. Le chiesa elettronica trascura le mezze misure. Ciechi che vedono, i paralitici cominciano a ballare. Uno ogni tre minuti. Fidati, sei in buone mani. Sono le mani che hanno guidato per la prima volta al voto il gregge immenso di fedeli alieni alla politica. A differenza dell'Italia, negli Usa dopo sette anni di domicilio riconosciuto, l'emigrante può votare. Quel voto che imbarazza i parenti rimasti a casa. Perché in Brasile, Venezuela, Cile, Uruguay una settimana prima avevano scelto la sinistra per dare una svolta alla vita. Pensavano che anche l'altra America stesse preparando la stessa cosa. “Kerry...”, sospiravano. Si ritrovano più lontani che mai, immersi nella diffidenza di nuovi e vecchi governanti. Per capire chi smaniava felice man mano che le bandierine di Bush conquistavano Florida, Nuovo Messico e Ohio, ricopio dalle cronache certe storie. Tra i primi a congratularsi con il presidente rieletto, è il generale Rios Montt, ex dittatore e “vescovo” a Città del Guatemala della setta del Verbo. Il generale ha contribuito con entusiasmo a far sparire 200 mila contadini indigeni. Non ha smesso di fucilarli nemmeno mentre Giovanni Paolo II stava atterrando in visita ufficiale. “assieme ai miei fedeli aspetto da lei, signor presidente, un'azione vigorosa per spegnere il disordine che angustia la nostra fede nella giustizia”. Nostalgia dei giorni gloriosi di Reagan sottolineata da un titolo del “Diario de las America”.

La veglia presidenziale più curiosa dell'altra America si è tenuta poco lontano da Miami. James Cason, che dirige l'Ufficio d'Affari degli Stati Uniti all'Avana, ha organizzato un party con cotillon. Cason è l'inventore delle scuole di giornalismo. Nella sede dell' “ambasciata” distribuisce diplomi a chiunque frequenti un corso di tre ore. Si entra bibliotecari o pensionati: si esce giornalisti con borsa omaggio: telefoni cellulari, computer e piccole stampanti che gli incubi del regime proibisce ai privati. Tanto per giocare, come all'Harry's Bar di Parigi, o a California, paese della Maremma dove è nato Paolo Bettini, i 153 cubani ospiti di Cason hanno votato il “loro” presidente. C'era Marta Beatriz Roque, l'economista dissidente liberata per motivi di salute, e Vladimir Roca, socialista: è figlio di Blas Roca, padre della costituzione rimasticata dalla costituzione bulgara. E' diventato una bandiera anti Castro. Nel loro ballottaggio trionfa Bush: 83 contro 16. Numero alto di astenuti guardinghi. Nell'altro quesito, eloquente interferenza nel paese che lo ospita, l' “ambasciatore Usa” invitava a segnalare quali partiti dovrebbero governare quali partiti dovrebbero governare dopo mezzo secolo di partito unico. Vince la Dc, 68 voti. Liberali 66, Verdi 36, partito ortodosso uno. Sono tornati a casa all'alba, senza essere disturbati. Forse Bush e Castro hanno parlato segretamente al telefono; forse la distensione è cominciata e nessuno se ne è accorto. O solo il canto di uno sciacallo frivolo: provoca il regime usando i dissidenti come carne da cannone. Per ognuno di loro che torna in galera, una medaglia. Speriamo che le mani dure del partito unico si affidino, almeno questa volta, all'intelligenza della ragione, trascurando le barzellette dell' “ambasciata”. Se Cason e gli altri vogliono giocare è giusto che si divertano, anche telefonando all'Herald di Miami per pubblicare in esclusiva la cronaca della mondanità.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 08/11/2004




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