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Il verso giusto della pace

Che due poeti parlino di pace non è una novità. Che due poeti si mettano a discutere se la cultura possa fermare la violenza, ripropone l'illusione che accompagna secoli di guerra. La curiosità riguarda poeti le cui biografie è impossibile rendere parallele: poeta laureato e un poeta vagabondo che trascina il suo gregge fra le nuvole del Guatemala. Mondi talmente diversi da nascondere (forse) speranze che potrebbero salvare dalla vergogna due milioni di bambini italiani ridotti in povertà. Un poeta senatore e un poeta sciamannato. Un poeta di novant'anni e un poeta che ne ha quaranta meno. Ma nessuno dei due sembra acquietato. Stanno ancora cercando. Sono i giorni del disfacimento romano e allora meglio scappare dall'agonia del governo per consolare il futuro nell'utopia di versi tutto sommato più concreti dei biribissi dei boiardi al potere, frenetici nel far spintoni attorno alla torta di sua maestà.

Durante l'incontro annuale del Pen Club, i due poeti discuteranno di “Letteratura contro la violenza, percorso tra utopia e realtà”. Quasi un mistero su come faranno a capirsi Mario Luzi e Humberto Ak'abal. Fascino di un dibattito che si annuncia surreale, ammesso esista la possibilità di confrontare esperienza tanto lontane: a Firenze, il 10 dicembre prossimo.

Quando nasce nel 1921, il Pen Club è una specie di rotary che gli scrittori inglesi inaugurano per spagliarsi dalla solitudine e allargare gli amici. Insomma, associazione non proprio diversa dalle associazioni del mutuo soccorso della media borghesia. Ma la presenza di grandi nomi (Conrad, Chesterton) e la persecuzione negli anni inquieti contro gli intellettuali inquieti dell'Europa Hitler-Stalin, trasforma lo spirito dopolavoristico in una rete che raccoglie le voci imbavagliate. Solidarietà pratica in aiuto ai perseguitati- da Neruda a Solzenicyn – che nel '60 suggerisce un comitato nel comitato, “Writers Prison”, scrittori in prigione, più o meno l'origine di Amnesty International.


Luzi e Humberto Ak'abal non sono mai stati in prigione anche se il silenzio ne ha intristito qualche anno di vita. Un senatore colto, appagato, poeta amato; il grande indiano aspro e incantato. L'incantro fra due “tessitori di parole” così lontani, può confrontare la diversità delle abitudini tra l'Europa zitella e la giovinezza scalza dell'altra America sempre in mano alle solite mani. “Tessitore di parole” è il titolo del libro che raccoglie le poesie tradotte dal maya k'iché in spagnolo da Ak'abal, e dallo spagnolo in italiano con prefazione di Martha Canfiled. Ha vinto il premio Pasolini. Ma non è diverso il modo dei due poeti di guardare la realtà. Ecco la sorpresa. E non sarà diverso il rispondere alla domanda su come la letteratura possa frenare la violenza.


Malgrado le distanze, le biografie si ritrovano nei nodi essenziali. Essere cresciuti nei prati di Momostenango, sopra le bancarelle di Chichicastenango che è il mercato indigeno più famoso delle due Americhe, non somiglia all'aver aperto gli occhi a Firenze e frequentato il ginnasio a Siena “città che non possono esistere l'una senza l'altra”. Ma il nonno paterno di Luzi e il nonno paterno di Ak'abal hanno soffiato allo stesso modo sulla vita dei nipoti con esempi e parole scarne. “Era un maestro elementare, autorità naturale e molta tenerezza. Il mio legame era familiare ma anche di discepolo. Sentivo che da lui mi veniva sempre qualcosa. La sua morte è la prima morte che ho conosciuto, quindi ho avuto quel senso di improvvisa mancanza, incognita della sparizione, mistero che chissà come mi ha cambiato la vita”: ricordo di Luzi. “Mio nonno era lo sciamano di Momostenango. Insegnava a parlare e fasciava le ferite con le erbe della magia. Un giorno va dal grande proprietario per chiedere qualche pannocchia in più come paga per il lavoro dei contadini sfiniti dalla miseria. Lo hanno portato via con le mani legate; trascinato a piedi dai soldati a cavallo. La nonna lo rincorreva reggendo un cesto con acqua e tortillas”.


Luzi ricorda con la malinconia asciutta che sempre lo accompagna. La voce di Ak'abal si rompe. Piange come un bambino asciugandosi gli occhi nella tovaglia dell'albergo dove lo ho trascinato. Racconta del nonno quando torna dagli anni di prigione con una cassa di libri, regalo di un dissidente politico che il dittatore-generale ha sepolto per sempre. Il dissidente è un professore: spiega la contadino indiano come fare la firma puntando l'indice sulla terra battuta della cella. Humberto non sa bene cosa siano i libri. Ne intravede uno in classe, solo uno nelle mani del maestro lo chiude nella borse come un tesoro. Anche il nonno nasconde la cassa del dissidente. “Attento”, ammonisce il ragazzo: “Quando i pensieri diventano carta, sfogliarli può diventare pericoloso”. Ed è il brivido dell'impedimento ad esasperare la tentazione che trasforma Humberto nel lettore mai sazio. Letture clandestine sepolto fra gli arnesi di campagna. Non finisce le elementari. Era l'allievo preferito di un grande poeta del Guatemala: Luis Alfredo Arango. Quasi bianco, eppure con abitudini da indio. Andava a scuola a cavallo. Immalinconiva al mattino nel fare l'appello: “Garcia...”. “Morto stanotte, signo maestro”. Ogni mese classi più vuote. Fame e miseria rubavano i ragazzi. “Anche adesso la vita non cambia gran che...”. Ak'abal non sa dell'ultima statistica italiana: stiamo scivolando nella stessa discesa.


La vita di Humberto somiglia alla vita di ogni indios del Guatemala, con la piega di un abbandono speciale: da 50 anni continua a sognare. Diverse, come tutti sanno, le frequentazioni di Luzi: Bilenchi, Pratolini, e gli amici raccolti attorno ai caffé di Parma, Bertolucci, Vittorio sereni. Senza dimenticare “la specie fiorentina dall'esigenza morale forte nel cui laicismo il cristianesimo è contemplato nel suo aspetto più esigente. Molte cose vengono da La Pira. Amministrava Firenze ma non per garantire ciò che è”, ma per aprire la speranza di chi non ha. Ogni volta che incontra Luzi conosciuto all'università – uno studente, un professore – “sempre diceva “Dio esiste”. In questo senso il mondo è già qualcosa di cui dobbiamo essere grati, per esserci.


Nel racconto di Piero del Giudice col quale sta parlando, Luzi si guarda attorno: ritaglio dolce del panorama toscano. Ma Ak'abal ha l'impressione che attorno alle città d'Europa la natura sia diventata una specie di zoo a pagamento nelle ora stabilite. “Impedimento a crescere normali. Non potrei. Perché il mio cuore si è svezzato con la terra ed ha imparato liberamente, giorno e notte, a parlare col linguaggio degli alberi, degli uccelli, del vento. Quando ho preso coscienza di ciò che volevo, è affiorato un altro aspetto della mia vita, impossibile da sradicare: la paura. Solo lo sforzo per liberarmi dall'analfabetismo ed impadronirmi della parola è l'arma che mi ha dato coraggio. Adesso è facile raccontarlo, ma sa il cielo quanto ho sofferto per essere padrone di me stesso. La discriminazione, le umiliazioni, il disprezzo: notti insonni, giorni tristi. La poesia mi ha liberato dalla schiavitù”.


Può essere la risposta di Ak'abal alla violenza che la cultura dovrebbe acquietare, cultura che aiuta la riflessione e impedisce la brutalità anche se mascherata nell'ipocrisia della difesa legittima. “Imparare l'uso delle parole” è il primo suggerimento ai popoli che si sentono al margine. Lui lo ha provato e lo sa. “Dalle parole di ogni giorno nascono i versi”: Ak'abal rivela il suo segreto. “La poesia è la vita”, dice Luzi. “E nella vita c'è tutto. Proporsi a priori come poeta “politico” o “civile” può andar bene a qualcuno, a me no. Per me una poesia è sempre “civile”. Il fatto di usare una lingua che usa anche il macellaio, indica che lavoriamo sul civile stesso, ascoltando la gente, raccogliendone l'umanità”.


Stimoleranno Luzi e Ak'abal, due giornalisti (Lucio Lami, presidente Pen club italiano e Valerio Pellizzari) e uno scrittore scappato tante volte: Giorgio Pressburger, nascosto da un rabbino nella sinagoga di Budapest circondata dalle SS, sfuggito alla normalizzazione dei carri sovietici. In quel 1956 un padre minuto la cui calvizie ricordava Sam Jaff, nobile comprimario di Hollywood, spinge Giorgio e Nicola, fratelli gemelli, sull'ultimo treno per Vienna. La valigia è piccola. Nella borsa solo le regine e i cavalli degli scacchi. Malgrado l'annuncio che nel tic tac degli spot ha l'aria fuori moda di una vecchia preghiera, l'incontro dei poeti, dello scrittore e dei giornalisti testimoni della realtà, assume la concretezza di chi si lascia coinvolgere o deve sopportare il dolore e non si limita ad “illustrarlo” agli sbadigli dei telespettatori. Stiamo navigando in acque talmente sporche che l'utopia può diventare perfino guida pratica nell'Italia che vuol salvarsi dal Cavaliere.


La praticità della vita di Lui ricomincia dal Senato: il suo voto potrà essere pesante. La vita di Ak'abal resta concreta. Contadino, pastore, ma non è una leggenda per uffici stampa. Quando lo cerco sulle montagne del Guatemala comincia la delusione. Non è in casa. Via col gregge, da giorni. Nessun telefono. Impossibile annunciare l'arrivo. La moglie – ragazza di Losanna, arrivata con la cooperazione: non è più andata via – non sembra preoccupata: “Prima o poi tornerà”. Lo raggiungo sui prati, lontano. Una fascia rossa stringe la fronte. I capelli scendono sulle spalle. Zoppica, qualcosa alla gamba sinistra. Non capisco come possa dormire nell'erba. Niente capanni. “Dormo in mezzo alle pecore, tengono caldo”, si meraviglia della meraviglia. “Armato?”. Torce le labbra. Odia la violenza nel Guatemala violento: centomila indigeni uccisi in meno di vent'anni. “Ma nel mio zaino c'è solo un corno. Prima di chiudere gli occhi soffio e aspetto. Di là dal bosco risponde un altro corno, ed un altro più su: la consolazione di non sentirmi solo, e gli occhi si chiudono. A volte le pecore si agitano. Lupi che urlano. Allora soffio nel corno controvento. Rifaccio il verso del lupo femmina modulando il lamento col palmo della mano. Il branco ascolta, dimentica il gregge e insegue il vento per amore”. Risponde sempre così. Parla e beve forte: “Per i Maya bere assieme vuol dire amicizia. Non mi fido di chi non divide la bottiglia con me”. Declama versi che non è necessario tradurre “perché la natura si manifesta attraverso voci: lupi, uccelli. Non esiste nel maya K'chiché l'espressione “piegare un ramo”. Basta scrivere “qoch”, il rumore di quando si spezza”. L'ingenuità della formazione è un peccato originale del quale è guarito. Continua a vivere fra le montagne, ma ormai “sa”.


Non so se è contento. Sa cosa pensano, come si vendicano e quali egoismi scavano le città dove la natura è diventata zoo a ore. Se così si può dire, è la prima piega positiva della globalizzazione perché le paure di Mario Luzi, Giorgio Pressburger e dei due giornalisti sono più o meno le stesse del pastore Ak'abal.


Maurizio Chierici – L'UNITA' – 22/11/2004




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