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Sindrome cinese in America Latina

Era un continente dimenticato, destino di chi esce dall'agenda rossa della Casa Bianca per diventare una regione marginale disciplinata dai dogmi del liberismo. Se ne disinteressa l'Europa dei giornali e delle Tv. Qualche ricordo per elezioni, anniversari o antichi orrori alla sbarra: occhiali neri di Pinochet, desaparecidos argentini, assassinio vescovo Romero, eccetera. Il resto è silenzio. Sbiadiscono anche le amicizie intrecciate dalla solidarietà. Ong tagliate con ferocia, in Italia soprattutto. Perfino l'otto per mille nutre i militari di Nassiriya. Qualcosa resiste, come l'Italia-Cuba degli under 70 propensi a confondere la loro giovinezza del Che. Fidel è sempre lì, certi padri ogni tanto ricordano, ma i ragazzi si contano sulla dite. All'improvviso qualcosa cambia.

Quindici giorni fa lo sbarco cinese ripropone in America Latina i problemi che le “democrazie formali” inventate da Reagan e Bush padre, avevano spento negli anni ottanta. E adesso Bush Figlio Due deve fare conti che immaginava chiusi.

Quindici giorni fa uno strano balletto attraversa il continente in ombra: Bush incensato dal trionfo, e Hu Jintao, presidente del Paese e segretario del partito comunista più popoloso del mondo, intrecciano il loro viaggio; si sfiorano e sorridono distribuendo promesse. Tutti in cammino verso Santiago del Cile per celebrare la messa solenne riservata ai paesi che si affacciano nel Pacifico. Dopo cinque secoli il baricentro dell'economia mondiale cambia oceano. E lo si festeggia. Bush parla e scappa, mentre Hu Jintao un passo alla volta dall'Argentina all'Avana per distribuire contratti e impegnare negli appalti lo sciame dei nuovi miliardari che si è portato da Pechino. Quel signor Marshall che ha rimpannucciato L'Europa sfinita dalla seconda guerra mondiale, adesso ha gli occhi lunghi e parla cinese. In poche parole: l'Argentina prigioniera di debiti che bussano da ogni parte (fondo monetario, banca mondiale, creditori italiani e spagnoli) firma un accordo commerciale per 10 miliardi di dollari e abbraccia la Cina disposta ad investire 6 miliardi di dollari nella costruzione di 360 mila abitazioni e le riconosce il diritto di concorrere ad appalti per opere pubbliche. Copione che si ripete più sontuosamente a Brasilia suscitando l'ottimismo promesso da Lula in campagna elettorale: cambiare i rapporti mondiali, non più Nord-sud, ma Sud-Sud “perché Cina, India, Sudafrica e Brasile sono più potenti della Banca Mondiale”. Firma anche il Cile malgrado i dubbi dell'Organizzazione Mondiale del Commercio. Considera la Cina “un'economia in transito”. Ma per un continente con l'acqua alla gola la definizione è solo purismo semantico al quale si nega il potere di influenzare la realtà. I cento miliardi di dollari dei babbi natale cinese diventano il toccasana di un'economia frustrata dai venti del nord.

Proprio a nord il nodo si complica. Chavez e Castro, un vecchio mostro ed il pericolo nuovo. Hu Jintao offre a Cuba capitali per modernizzare gli impianti dell'estrazione del nichel. Cuba è la quarta riserva del mondo: 800 milioni di tonnellate che l'embargo costringe a restare dove sono. I canadesi comprano qualcosa, ma non basta. La Cina si butta in grande. A parte i milioni in contanti, offre computer, tecnologie per trasmissioni Tv; concede l'uso dei satelliti. Dal primo gennaio i programmi di Pechino inonderanno le televisioni di Fidel con sottotitoli in spagnolo. Un contratto riservato ai suoi nuovi ricchi cambierà i vacanzieri che fanno il bagno a Cuba: occhi lunghi che arrivano da lontano. Pechino chiede vaccini, ricerche biologiche, medici e programmatori. Il paradosso è in agguato: due presidenti che comandano le forze armate e agitano stessa bandiera rossa, rafforzano l'idillio attraverso strategie opposte. Il comunismo cinese sta privatizzando ogni produzione possibile, perfino telefoni e commerci. Il comunismo cubano torna al passato. Rinazionalizza le imprese artigianali alle quali aveva concesso libertà di produzione. E l'attenzione dei governi europei sui peccati di Castro si allunga senza perdono. Fidel non capisce che le privatizzazioni possono cambiare il giudizio sui diritti umani. Poiché gli occidentali che comprano, considerano marginali ingiustizia e dolore della libertà negata. Soprattutto se i clienti sono un miliardo e 300 milioni. Ma quando non possono allargare gli affari altrove, armano l'indignazione per chi mette in gabbia la dissidenza.

Il boccone grosso resta Chavez. Riconfermato al potere da un referendum dichiarato idoneo dall'ex segretario di stato Powell, è il secondo fornitore privilegiato del greggio necessario agli stati uniti. Non importa se la sua eccentrica indipendenza politica – urlata più che ragionata – lo trascina altrove. Nell'Unione Sovietica, dove compra armi pesanti e pianifica nuove strategie energetiche. Non ha incrociato il viaggio di Hu Jintao, ma non era necessario. Perché sono cinesi i capitali che finanziano la sua opera faraonica: gasdotto e oleodotto che da Maracaibo, attraversando la Colombia, seguono il canale di Panama fino al Pacifico “per rifornire rapidamente il mercato asiatico”. Chavez si espone pericolosamente “destabilizzando l'America Latina”, come lamenta Condoleeza Rice. Cerca altri clienti nel caso Washington perda la pazienza. E' facile immaginare l'irritazione Usa verso chi porta benzina all'antagonista più temuto del mercato.

L'arrivo della Cina non preoccupa solo Washington: Zapatero ha accolto Chavez con un amico che la Spagna ritrova dopo il gelo del governo Aznar. E per fargli piacere, Madrid rende pubblici gli ordini di Aznar al suo ambasciatore a Caracas, vigilia del golpe che per 36 ore ha imprigionato Chavez, aprile 2002. Spagna e Stati Uniti sapevano della rivolta, l'hanno condivisa e aiutata nell'ombra. Il governo Aznar, d'accordo col Dipartimento di stato, si è affrettato a riconoscere il “presidente transitorio” destinato a rientrare fra le quinte il giorno dopo. Adesso, nel cambio inquilini del Dipartimento, i traslochi disperdono i documenti imbarazzanti della gestione Powell. La solennità della rivelazione si spiega così: Zapatero vuol riavvicinare l'Europa all'America Latina diventandone il primo interlocutore. Il disgelo con Cuba ne è l'esempio. Sta normalizzando i rapporti diplomatici che restano congelati per le altre ambasciate Ue, mentre Castro rispondendo all'appello di Madrid, scioglie dal carcere duro Raul Rivero (poeta e giornalista famoso) e altri dieci dissidenti: all'improvviso vengono trasferiti dalla fossa dei serpenti in un ospedale dell'Avana. Nelle misteriose liturgie cubane pare sia l'anticamera della libertà. Bruxelles non è d'accordo con la fuga in avanti spagnola, ma Zapatero non se la sente di restare immobile mentre sbarcano i cinesi.

Ecco lo scenario più o meno inatteso che Bush deve affrontare. La signora Rice comincia a rispondere dividendo l'America Latina nella fila dei buoni e dei cattivi; i paesi amici della costa pacifica (Cile, Perù, Colombia, Nicaragua, Salvador, Guatemala, Messico) e i Paesi non amici nella sponda atlantica: Argentina, Brasile, Uruguay, Venezuela, Cuba e ancora il Messico bifronte. Non proprio “canaglie” ma lo scivolo è pronto. Il Messico di Fox è l'inquietitudine della porta accanto. Il presidente ha designato la moglie alla successione ma le previsioni per il 2006 la danno irrimediabilmente sconfitta da un protagonista della sinistra, Lopez Obradon: sta governando bene una capitale impossibile, 21 milioni di abitanti. Servizi segreti e “ricercatori” americani sono al lavoro per rivoltargli la vita nella speranza di inchiodarlo nei peccati di corruzione che hanno travolto qualche collaboratore. E' l'ultima chance.

Solo la Colombia di Uribe resta l'appoggio sicuro, con qualche mugugno. Il Plan Colombia sta per scadere. Bush ha informato Uribe che non può garantire il rinnovo completo dell'impegno. Iraq e Afghanistan costano cari e il Plan Colombia prevedeva l'aiuto di due miliardi di dollari nella lotta antinarcos e anti-guerriglia. Poi l'addestramento texano di 2500 militari antisommossa, più armi, istruttori e contractors impegnati nelle otto basi strategiche destinate a combattere Farc e Eln, vecchie guerriglie marxiste. Ma l'impegno è più sofisticato come il gestire le orecchie elettroniche per cogliere ogni bisbiglio di Panama. Anche Panama da qualche pensiero. Il nuovo presidente si chiama Trujillo, figlio del generale sinistrorso che nel '77 ha strappato a Carter la sovranità del Canale prima di scoppiare nell'aereo, come avevano quasi annunciato in campagna elettorale Reagan e Bush padre. Orecchie aperte, soprattutto, per spiare le società che gestiscono i due ingressi del Canale, Atlantico e Pacifico. “Per caso” sono cinesi della Cina Popolare. Stessi cinesi il cui portafoglio conserva il 40 per cento dello sterminato debito Usa. Ecco l'inquietitudine si prepara ad animare un futuro non lontano.

Condoleeza Rice, specialista della guerra fredda, parla il russo ma sillaba lo spagnolo: si affiderà all'esperienza di Stephen Hadley, ieri suo vice, oggi responsabile della Sicurezza Nazionale. Come risponderanno? Nuovo Golpe contro Chavez? Nuova stretta all'isola di Castro? Lula deve essere dimensionato? Necessario convincere vigorosamente il Cile ad annacquare il Mercosur, mercato comune del sud continente, per rinvigorire il piano commerciale Alca che Bush vuol dispiegare dall'Alaska alla Terra del fuoco? La presenza cinese lega le mani libere che gli Stati uniti hanno sempre avuto in America Latina. La rete dei contractors, agenti americani senza bandiera e senza divisa, stesa da Oliver North, inventore con Dimitri Negroponte e Otto Reich del piano Iran Contras per far la guerra anni '80; la rete di North è già stata inaugurata a Buenos Aires, Montevideo e lima. Può essere una risposta fuori tempo al problema nuovo: quei cinesi con miliardi in contanti. Hadley è cresciuto nella stessa cultura degli Oliver North e Negroponte. La sua ultima impresa può definirne il profilo. Due anni fa si è preso la responsabilità confermare autentiche le informazioni dei servizi europei (forse italiani) che incolpavano Saddam Hussein di comprare uranio in Nigeria e in altri paesi africani. Lo stesso Powell, dopo la strana vittoria, ne ha ammesso la falsità. Ma Bush figlio lo aveva preso sul serio marciando su Bagdad perché Hadley è sempre stato l'ombra di Bush padre: dalla Cia, alla vice presidenza, lo considerava imbattibile nelle operazioni segrete. Adesso deve fare i conti della differenza che allontana le due americhe. E' l'uomo giusto al momento giusto? Resta l'incertezza sulla preparazione ad affrontare non piccoli Paesi, ma il colosso che si allarga nel mondo. Intanto il Nord del continente va decisamente a destra mentre il Sud spagnolo si sposta a sinistra da una elezione all'altra. Con quel Lula che guarda lontano. Ma destra e sinistra non hanno mai interpretato in modo diverso i problemi del mercato, tantomeno adesso col pericolo dell'invasione gialla. Anche la diffidenza politica traballa perché i colori cambiano attraversando il mare. Un conservatore francese diventa socialdemocratico in Argentina, e il socialismo radicale di Caracas, può sistemarsi a Roma col De Michelis di Berlusconi. Ma i cinesi sono sempre gli stessi e hanno deciso che l'America Latina deve essere la loro testa di ponte nel giardino degli Stati Uniti.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 29/11/2004




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