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Falluja, tragedia nel silenzio

Ricordate Falluja? Si tratta di una città perduta nel tempo. Deve essere successo molti anni fa. Inutile parlarne, oramai. Non c'è niente di nuovo da raccontare. Marines e mercenari della “Blackwater” (nome d'arte: contractors) hanno ristabilito “la sovranità” nella piccola capitale sunnita dalle cento moschee. Ma dopo la liberazione sarebbe bene ricontarle. Era un pomeriggio frequentato dai pellegrini nei giorni del Ramadan e di ogni altra festa comandata. Gli sciiti pregano a Najaf. Più grande di Verona, più piccola di Catania, nessuno sa cosa si è salvato sotto le bombe.

Quelle bombe che gli Ac30 hanno scaricato per undici giorni e dodici notti. E poi i cannoni. E i carri armati. Ed elicotteri guidati dai “Dragon Eyes”, aerei spia senza pilota che indicano gli obiettivi da puntare: case e minareti sospetti, strade con via vai furtivi. L'occhio non penetra le ombre suggerendo come non sia opportuno rischiare: chissà cosa nasconde l'oscurità. Lo racconta Dexter Fikins sul New York Times: è stata la più lunga battaglia urbana degli Stati Uniti dopo gli anni del Vietnam. I ragazzi americani erano così vicini al nemico da poterlo guardare negli occhi, esperienza unica nell'angolo di una guerra diversa da ogni altra, soprattutto per militari al debutto in prima linea: non arrivano a 22 anni”. La gente sopravvive nascosta: cinquanta mila persone sono ancora lì. Dove? Fikins che batte il computer indossando la divisa obbligatoria per guardare l'agonia, solo un po' di agonia, perché gran parte delle strade, delle piazze e delle case restano proibite. Nemmeno i giornalisti militarizzati possono dire cosa c'è in piedi. Segreto di stato. Prima di Nixon,, prima di Reagan, prima di Bush padre e Bush figlio, gli americani insegnavano a non nascondere niente. E per rieducare i giornalisti allevati dalla censura fascista all'ipocrisia patriottarda, o impegnati nelle battaglie della razza sulla scia di Giorgio Almirante; per insegnare a scrivere a chi aveva smarrito la capacità di rappresentare ciò che succede senza gli aggettivi del regime, dallo sbarco in Sicilia alla liberazione di Milano, Graham Green era stato comandato a compilare un prontuario al quale i corrispondenti italiani di guerra dovevano adeguarsi nel racconto dell'avanzata. Mario Soldati se n'era risentito: “Mio nonno era socialista...”. Mi ha relegato i quattro foglietti di Green, scrittura azzurra che impallidisce, eppure potrebbe ancora raddrizzare la professione dei reporter in uniforme inquadrati nelle prime linee dell'Iraq. Perché la sicurezza nazionale Bush annacqua franchezza e curiosità, virtù anglosassoni un tempo sublimi. Humprey Bogart le aveva cantate a Hollywood. La Germania anno zero era stata fotografata da ricognitori minuziosi: proiettavano su ogni schermo deserti di macerie. E in Vietnam, ultimo conflitto in diretta, le voragini delle bombe e le foreste ingiallite dalla diossina scandalizzavano i film girati dall'alto. Una generazione è diventata pacifista nelle poltrone di un cinema. Di Falluja abbiamo visto rare colonne di fumo rubate da operatori lontani. O le crocette degli obiettivi radar mentre il bombardiere si scatena. Ma hanno dimenticato di documentare come è cambiata la topografia della città. Si sono scordati di contare i morti. Contano solo i morti americani. Gli altri li mettono in fila un po' alla volta, come dopo i terremoti in Turchia nello sgombrare stracci di case e di cose. Subito erano 200. sono diventati 600. Quasi mille. Poi le luci si sono spente; telecamerre che guardano altrove. Ma su certi giornali continuano silenziosamente ad aumentare: 1550 Herald Tribune, 4000 Asia Times, 6300 Washington Post, 8430, check list di Le Monde. Primo dicembre: 9700 è il censimento funebre del Los Angeles Times. Nell'ultima settimana quanti altri corpi hanno allungato la contabilità della democrazia ritrovata? Civili o militari? Il mistero continua. Sembra incredibile perché sono solo musulmani, eppure l'angoscia dei familiari degli scomparsi è proprio la stessa angoscia dei familiari delle 1887 vittime delle Torri gemelle. Con in più il silenzio dei liberatori, pietra tombale che chissà quando sarà possibile sollevare. Dieci anni fa è successa la stessa cosa a Srebrenica. Milosevic sta ancora negando all'Aja, ma qualcuno ha preso in considerazione quante persone mancano all'appello. E gli scheletri delle fosse trovano il loro nome. Piccola posta sul Foglio di Adriano Sofri. “Tutte le volte che si ricorda Srebrenica si esita davanti alla cifra degli ammazzati, Si dirà seimila o settemila? Si preferiva dire migliaia? La carneficina era così grande che bisognava evitare di esagerarla...”. Qualche giorno fa “il governo serbo-bosniaco (gli ortodossi che volevano disinfettare il Paese dai musulmani) ha riconosciuto che i trucidati nei tre giorni del luglio 1985 furono più di seimilaottocento...”. Era già il massacro più grande in Europa dopo la seconda guerra mondiale ma, immagina Sofri, “se uno diceva seimila restavano fuori 1800 persone trucidate una dietro l'altra, si può immaginare la fila e la fatica dei carnefici nel caldo del luglio”. Dopo aver concesso ai telespettatori lo spettacolo dell'emozione, Srebrenica lentamente sparisce, undicesima notizia nell'ordine di importanza dei telegiornali. Appunti sconsolati del diario di Sofri. Ma erano i Balcani e gli assassini venivano dal comunismo senza Dio. Massacravano e nascondevano. Da noi non sarebbe successo. Dieci anni dopo l'America dove il nuovo presidente abbassa gli occhi con reverenza quando parla al Signore al quale è riconoscente per grazia ricevuta; dieci anni dopo, nell'Europa che si prepara al natale meditando sulle radici cristiane che hanno risvegliato la cultura ateo clericale, all'improvviso sedotta dal doppio potere, la contabilità si ripresenta sbadata: vive o morte, migliaia di persone continuano ad essere ignorate dall'ufficialità. Falluja è l'ultimo esempio. Anche i giornalisti di redazione indossano la divisa e fanno finta di niente. Sgonfiano o dimenticano o si interessano di Mossul, Baluba o Baghdad città sottotiro. Falluja è un cimitero, che senso ha parlarne? Silenzio fino a quando arriva il boccone prelibato dell'operatore americano disubbidiente. Passa alla sua Tv l'immagine di un marine che “finisce” un prigioniero insanguinato sul pavimento. Impossibile ignorarlo perché non è solo lo spettacolo che fa audience nei telegiornali: rappresenta un'estetica atroce da proiettare nel tempo e conservare con devozione nei musei. Non è forse appesa alla parete di un museo l'immagine della bambina vietnamita, corre piangendo con alle spalle la lingua del napalm che le brucia i vestiti? La superiorità della cultura consiste nella capacità di compiere orrori e imporre ingiustizie con l'opportunità di sentirsene colpevoli molti anni dopo. “Ma trent'anni di silenzio sono troppi”, si è sconsolato il presidente cileno Ricardo Lagos quando ha ordinato un'inchiesta parlamentare sui delitti di Pinochet. Dopo trent'anni per la prima volta se ne è fregato di tutelare i segreti dei suoi familiari e della Cia, non sapendo che nella provincia italiana un Foglio sincopato insiste nel ricordare gli uomini che hanno ispirato l'assassinio di 3180 cileni come una “grande istituzione democratica”. Il resto è silenzio. L'ambiguità dell'informazione si impegna a sigillarlo. Non negli Stati uniti. Tramortiti dal dramma dell'11 settembre, i media si sono adeguati alla dottrina patriottica di Bush fino al limite della decenza. Poi la rivolta. Quest'anno, come ogni anno, al Waldorf Astoria di New York , 850 editori, direttori, anchormen e reporter premiano i giornalisti bravi. Parla John Carrol, direttore del Los Angeles Times. Sembra una festa, ha detto, eppure il rito sta diventando tribale. Siamo costretti a premiare soprattutto gli stranieri perché i giornalisti degli Stati Uniti risentono della promiscuità editoriale: colossi che nulla hanno a che fare con l'informazione stanno comprando l'informazione stanno comprando l'informazione e cominciano a condizionarla per favorire i loro interessi col governo. Ci impediscono di cercare la verità e se a questa verità ci avvicinano, facciamo la fine di Judith Miller del New York Times e di Cooper di Time: per imbavagliarli li si è chiusi nel limbo dei tribunali. Guardate come siamo costretti a raccontare la guerra in Iraq! A non dire la verità sulle nostre truppe. A non considerare le sofferenze della popolazione civile. Alla fine il pubblico e i lettori si abitueranno a non tenerne conto...E non ne ha tenuto conto perfino Michael Moore nel suo Fahrenheit dove il dolore degli iracheni è solo un'ombra: galleggia sulle lacrime americane con discrezione. Mezza sala del Waldorf (racconta Andres Oppenheimer) si è alzata per applaudire. Mezza sala ha applaudito stando seduta per non farsi sorprendere dalle telecamere della sicurezza: registravano ogni sorriso. Poi al Waldorf si sono date le pagelle: male l'informazione in certi Paesi latini, Cuba e Venezuela soprattutto. Promossa l'Europa delle zitelle, Spagna sugli altari. L'Italia non proprio: è stata definita “un'anomalia in pericolo”, e non erano informati della legge che ci stanno preparando. Nessun cronista potrà andare a Nassiriya per testimoniare liberamente sulla vita quotidiana e ”le opere di pace” dei nostri militari. Se la Camera prende per buona la decisione del Senato, la stampa italiana al fronte verrà regolata dal codice militare. Il giornalista che racconta avvenimenti non conciliabili con gli interessi della patria, può finire in una prigione militare fino a dieci anni. Diventano venti se l'indiscrezione è topo secret. Far sapere ai lettori come sono state la battaglie aeree della Nato che hanno ucciso nel cielo di Ustica i passeggeri “Itavia” in volo verso Palermo, diventa reato talmente grave da pretendere vent'anni di galera. Naturale l'interdizione perpetua a lavorare nei giornali e in Tv. Ma per gli avvenimenti di casa nostra la pena rimpicciolisce. Infondo, cosa sono cinque anni se si fa sapere ai lettori dell'iscrizione del Cavaliere e di Cicchitto alla P2 quando restava il dubbio se la loggia raccoglieva doppipetti sovversivi o era solo una commedia all'italiana?


(Le ultime indiscrezioni di Stern fanno sapere che le vittime di Falluja sono ormai 9878. Ma è solo l'angoscia dei parenti che non possono frugare le macerie e raccontano la loro pena alle Ong. Per gli alleati della liberazione restano “meno di duemila”. Oggi, lunedì, si ricomincia a contare).


Maurizio Chierici – L'UNITA' – 06/12/2004




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