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Antonio Skarmeta - Il ballo di Neruda

Si è innamorato di Neruda assieme a milioni di ragazzi di ogni parte del mondo. E come ogni ragazzo di ogni parte del modo ha recitato versi d'amore alla fanciulla che sospirava accanto sul divano. Anni dopo, cuore in gola, è andato a Isla Negra da Neruda: un primo colloquio lapidario. “Poeta, sono io”. “Ti vedo”. “Posso leggere?”. Era arrivato col suo primo il romanzo intitolato L'entusiasmo. Neruda conta le parole “Sì”. E lo Skármeta dai capelli sciolti sulla fronte, gira le pagine, legge, e aspetta. Silenzio del poeta: “Cosa le pare?”. Il ragazzo non sopporta l'attesa. Neruda alza gli occhi verso un volo di anitre: stanno migrando. Ha forse voglia di scappare con loro. “E' buono”. Ancora silenzio. Il giovane scrittore si gonfia d'orgoglio per il complimento del poeta che ama. Il quale abbassa gli occhi e per la prima volta lo guarda: “Ma non vuol dire niente, perché tutte le opere prime degli scrittori cileni sono belle”. Pausa drammatica. “Bisogna aspettare il secondo libro”.

Antonio Skármeta è arrivato a Roma un po' sgualcito dall'influenza, soprattutto dal viaggio che non finisce mai. Compie gli anni e corre a Napoli per ricevere il premio Neruda. Andrà a visitare una casa di Capri che già conosce: Neruda vi aveva trovato rifugio quand'era in fuga da tante cose. Il fascismo al quale provvisoriamente il Cile si era abbandonato, e la delusione del socialismo reale: quella diserzione dal castello degli scrittori di Praga assieme a Jorge Amado. Specie di anteprima delle malinconie che lo perseguiteranno fino all'ultimo respiro quando Allende sceglie di morire sotto le bombe di Pinochet. Comincia lo strappo di una generazione che è anche lo strappo di Skármeta: lascia il Cile come ogni giovane intellettuale. “Viaggio andata e ritorno attorno all'opera del poeta e l'analisi dell'influenza politica di Neruda sui nuovi che si affacciano e sul futuro del paese”. Non teorie o anagrammi. Skármeta ricorda come sa ricordare uno scrittore straordinario. Raccontando. Neruda e Skármeta è un libro che sta per essere tradotto. Accompagna i versi del poeta nella scoperta appassionata dello scrittore: come lo ha amato e perché. Poi il romanzo che in febbraio pubblica Einaudi: Il ballo della Vittoria.


C'è sempre uno sguardo azzurro negli ultimi romanzi di Antonio Skármeta, sorridente e massiccio come un funzionario dell'impero di Vienna. Aveva raccontato lo sbalordimento degli occhi azzurri ne Le nozze del poeta, storia di chi scappa dal mare di Pola davanti alla prima guerra mondiale che brucia la felicità della sua isola felice. Gli occhi chiari continuano nella generazione nata dall'altra parte del mondo, deserti bollenti di Antofagasta, città immersa nella sabbia salata che scende dalle frontiere della Bolivia e del Perù. Skármeta è cresciuto nei rimpianti familiari dell'isola perduta immaginando che vivere volesse dire partire per un altro posto. Ossessione che trascina La bambina e il trombone. Oppure anima la scoperta del mondo di chi taglia ogni radice: Victoria, ragazza dell'ultimo romanzo, si abbandona così. Ma i suoi occhi cambiano colore. Densi, sensuali: è come se l'adolescenza dello scrittore fosse finalmente naufragata nella tenerezza di una ragazza dall'inquietitudine meno semplice il cui racconto la rende incerta tra due passioni mentre partecipa al furto del secolo. Una specie di gioco della maturità di uno scrittore che ha appena festeggiato 64 anni.


Salvatore Bizzarro insegna letteratura latina americana all'università College del Colorado ed è autore di un saggio su Neruda forse all'origine dell'amicizia con Skármeta: ha dedicato al Ballo della Vittoria pagine nelle quali sostiene che “l'arte narrativa qui ripete l'incanto del Postino. In un certo senso, Skármeta è un moralista europeo, cioè un osservatore del comportamento umano alla maniera di Rochefoucauld o Leopardi, ma al contrario di chi lo precede da lontano, è ottimista: vede che alla decadenza morale della classe media e al quadro desolante di una certa borghesia, si contrappongono sentimenti genuini. I più umili diventano i veri eroi della prosa skarmetiana”.


La nostalgia è il peccato originale dal quale non si è mai liberato. Nostalgia dell'isola esplorata nelle parole degli altri. Nostalgia di Antofagasta a Santiago. Nostalgia di Santiago quand'era profugo a Berlino. Nostalgia della Berlino della giovinezza appena il successo lo consacra nel Cile del dopo Pinochet. Tanto che a Berlino accetta di tornare come ambasciatore dopo aver affrontato il disagio del vagabondo squattrinato. Ma la maturità è una malattia insidiosa: affida alla ragione gli entusiasmi degli anni verdi diventando la macchina degli scontenti. A Berlino Skármeta ha voglia delle Ande bianche di Santiago, rimpicciolendo l'orgoglio del rappresentante il proprio paese riconsegnato alla democrazia. Fa ritorno nel gazebo di vetro del suo piccolo giardino dove nasce un romanzo che fa capire come il rimpianto sia un tunnel senza fine. Nella capitale di oggi rivive abitudini e strade del passato. Malgrado la democrazia e i tempi nuovi, la gente è ancora divisa in due blocchi: chi vince e chi perde. “e la modernità non sfiora quelli che continuano a perdere salvando solo tre cose: amicizia, amore, fraternità”.


Il profugo politico dei romanzi si trasforma nel profugo del tempo con ricordi affogati nell'ironia di una scrittura lieve e intrigante. “Si chiamava Allende. Ne ascoltavo la voce alla radio o nelle piazze. Sempre da lontano. Ecco il futuro, pensavo. Mi battevo per lui nelle file di un piccolo partito contadino. Poi l'ho conosciuto quando era già importante. Nel primo incontro avevo la febbre e il mal di gola. Lui stava parlando con due persone. Mi sono avvicinato: “Dottore, sto male. Mi ordini qualcosa”. Allende era un medico anche se da anni esercitava. Sapevo nell'abitudine di conservare nella borsa un vecchio prontuario di ricette. Mi ha guardato le tonsille ed ha scritto il nome della medicina”. Il dottor Allende appare e scompare nei romanzi di Skármeta. Lampi con la borsa delle ricette. Quasi una ferita che non rimargina così come non dimentica la trepidazione del primo esilio a Berlino dopo il golpe di Pinochet.


Si salva in Argentina, clandestino attraverso le Ande come Neruda nel '47: il dittatore di Neruda si chiamava Videla. Skármeta prende la strada della Germania, cuore insicuro da profugo sfuggito alle carovane della morte. Nell'aria fredda del '73 ricomincia a Berlino partendo da due o tre parole di una lingua che spuntava come un chiodo nei ricordi d'infanzia. L'accento tedesco del nonno increspava il dialetto slavo. Skármeta indossa il paltò, stringe una borsa di cuoio più o meno uguale alla borsa di Allende. Ha l'aria di un impiegato senza amici trasferito all'improvviso in un'altra città. Nella borsa un indirizzo. Glielo ha suggerito fra le spine di una lingua che non capiva, la ragazza alla quale ha telefonato appena sbarcato da Buenos Aires: amica, di un amico, di un amico. Skármeta memorizza solo una parola “zviebelfische”, pesce cipolla. Cosa c'entra il pesce cipolla con i compagni che sta cercando? Sfoglia la guida del telefono: è un ristorante. Incontra ragazzi dalle barbe lunghe. Fanciulle trasandate, eppure mangiano le ostriche di cui è geloso, e bevono champagne con i soldi del finanziamento statale per un documentario sui profughi acrobati che saltano il Muro. “Io profugo avevo quale unica speranza di lavoro, l'impegno di sceneggiare le avventure di altri profughi. Anche loro cercavano la salvezza in questa parte della città”.


Gli chiedono: “Chi sei?”, riempiendogli il bicchiere. L'utopia diffida dei prototipi in arrivo dal mondo che vogliono abbattere. E Skármeta vestito come vestivano quelli dell'altro mondo, prova a dire la verità: “Sono un profugo cileno”. Nella vita raccoglie tanti applausi, “ma l'applauso che non dimenticherò mai è quello delle barbe e delle ragazze che mangiavano ostriche. Io non li capivo, loro non mi capivano, ma qualcosa ci univa nel profondo, superando l'impaccio della lingua. Tutti odiavano le dittature”. Lo hanno abbracciato e si sono messi a cantare: El pueblo unido jamas sera vencido”.


A Berlino scrive Sogno che le neve brucia e Non è successo niente, ancora ombre di Pinochet. Poi “Ardente paciencia” che in Italia diventa Il postino di Neruda, postino del film di Troisi, la cui memoria accompagnerà il premio.


Una volta sono andato in visita allo Skármeta ambasciatore. Aveva voglia di scrivere un libro la cui storia gli faceva compagnia: ma un ambasciatore deve assolvere impegni ufficiali. Difficile conciliarli con la fantasia. Aveva voglia di tornare alla tv: da anni ogni settimana, raccontava per un'ora le novità dei libri. Gioco di parole, Torre de papel, torre di carta, ma anche un po' Babele, rubrica che va in onda in ogni televisione del continente latino, e ancora più su, negli Stati Uniti. E poi Spagna e Portogallo. Sta cambiando nome: si chiamerà Un mondo allucinante. Passeggiare con Skármeta in qualsiasi posto spagnolo è come andare a spasso a braccetto di Buffon. Un narratore e un portiere, non fa differenza: ogni pochi passi occhiate e sorrisi. A Berlino mangiamo ostriche, ricordando. L'ambasciatore aveva voglio di raccontare la Germania (“che è la mia terza patria dopo l'Argentina”) ma affinché la nostalgia suscitasse sospiri nel lettore, anche lui doveva sospirare “rivivendo Berlino pensava al Cile di un racconto del quale voleva scrivere la parola fine nella pioggia dell'inverno australe. Nascondeva la trama, taceva il titolo. Scaramanzia. Adesso arrivato a Roma portando l'edizione in castigliano de Il ballo della Vittoria. Con le bozze ancora sfasciate prende il treno per Napoli.


Maurizio Chierici – L'UNITA' – 10/11/2004




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