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Neruda, noi lo ricordiamo

Nell'aprile 1973 i giornalisti che a Santiago sfogliavano il libro bianco distribuito dal governo di Salvador Allende, libro che raccontava le trame dell'Itt (multinazionale infuriata per la nazionalizzazione delle “sue” miniere di rame) e analizzava le prove di golpe con la paralisi dei trasporti di un Paese lungo quattromila chilometri, blocco organizzato dall'amministrazione Nixon-Kissinger; questi giornalisti, già inquieti, corrono a Valparaiso per decifrarne un'altra inquietitudine. Perché è tornato Pablo Neruda? D'improvviso ha lasciato l'ambasciata di Parigi, sogno di una vita.

Forse gli è venuta a noia la routine di inchini e feluche dopo mezzo secolo di diplomazia, forse non sopporta di guardare da lontano la minaccia che intreccia le mani dei militari agli egoisti coloniali dell'altra America. Forse una malattia, forse la voglia di ricominciare a resistere come aveva resistito venticinque prima alla dittatura di Gabriel Gonzalo Videla, eletto con i voti della sinistra radicale e subito trasformato nel tutore degli interessi Usa appena tornato da un viaggio a Washington.


In quel '47 Neruda era nella lista dei dieci “comunisti più pericolosi” da rinchiudere nel lager fra le dune del deserto di Pisagua, sorvegliato da un capitano dalla voce di vetro e l'ambizione di ferro: Augusto Pinochet. Aveva capito che la violenza può aiutare le carriere in divisa. Neruda si salva grazie all'aiuto di Victor Pey, ingegnere catalano, bello e dinoccolato come Gary Cooper. Anni prima era arrivato in Cile profugo dalla Barcellona che aveva difeso fino all'ultimo sparo del fascismo azzurro di Franco. Ogni notte Pey nasconde il poeta nelle case delle sue amanti e quando le case finiscono organizza una fuga vecchia maniera, a cavallo, fra laghi e montagne del Sud fino al rifugio sicuro nella Patagonia argentina. I giornali si interrogano sulla scomparsa di Neruda: morto, prigioniero a Pisagua? Il silenzio dura qualche settimana poi il poeta riappare a Parigi accanto ad un altro intellettuale, deputato comunista a Rio de Janeiro, costretto all'esilio dal golpe militare sul quale aveva sorriso nella metafora di un romanzo delizioso, Alte uniformi e camicie da notte. Jorge Amado e Zelia, moglie dai nonni anarchici, sbarcati in Brasile da Friuli e Toscana, stanno aspettando una bambina. Ed è a Parigi che Neruda e Amado incontrano “la prima, grande delusione”. Sfuggiti all'arroganza delle dittature si rifugiano nell'utopia del socialismo distribuito da Mosca “per pacificare il mondo con la giustizia sociale”. Diventano “partigiani della pace”. Assieme a Bertolt Brecht vanno a trovare Picasso. La sua adesione è indispensabile, ma Picasso non ci sta. Si sente vecchio. “Mi resta poco tempo per dipingere. Ormai la politica appartiene al passato...”. Una regista polacca, amica di Brecht, cerca di scuoterlo agitando le mani sul volto sconcertato del maestro. Picasso si accorge dei numeri che segnano i polsi della signora ebrea sopravvissuta ad un campo nazista. Si commuove. Brontola sottovoce a Neruda e ad Amado. “Tornate domani. Vi darà la risposta”. La risposta è sempre no, ma addolcito dal regalo di un disegno: la colomba della pace. Da mezzo secolo la sua speranza sopravvive in ogni piazza del mondo. In quei giorni Zelia dà alla luce una bambina: naturalmente la chiama Paloma.


Nel pomeriggio dell'aprile '73, a Valparaiso, chi di noi mai aveva incontrato Neruda, si rassegna all'idea che la realtà ridimensiona le impressioni covate da lontano. La vera immagine cresciuta nella nostra fantasia era quella di un signore massiccio ed ironico, con la sofferta eleganza di un'aristocrazia che il figlio del piccolo capostazione delle Ande aveva costruito nelle stanze a volte avventurose della diplomazia cilena. Amava la vita ed aveva appena lasciato in Normandia il palazzotto comperato con i dollari del Nobel, soffitti simili “a volte di una chiesa” e vetrate le cui luci dipingevano il poeta con colori radianti mentre riceveva gli amici disteso nel grande letto alla quale lo aveva costretto “una malattia fastidiosa”. A Valparaiso il gigante era rimpicciolito in un signore pallido e affilato. Per molti di noi si trattava del primo incontro e non capivamo. Ma gli occhi della signora svedese che lo aveva conosciuto a Stoccolma durante la festa del Nobel, trasmettevano lo sgomento che più tardi avrebbe tutti angosciato.

Quel pomeriggio Neruda ricordava gli anni lontani con lampi di nostalgia. Quando si alzava, Matilde, la moglie, gli stringeva la mano per aiutarlo. Camminava zoppicando. “La vecchia...”. Sorrideva invitando al sorriso: un poeta laureato non può essere giovane. “Sono tornato per scrivere un libro di memorie nel luogo in cui le memorie vengono custodite: a Isla Negra dove i ricordi resistono con pazienza e da soli aspettando il mio ritorno. Sono tornato...”. Ultime pagine dell'ultimo diario: Confesso che ho vissuto. Solo quando la primavera addolcisce i venti del Sud ci siamo resi conto perché gli occhi della moglie si rattristavano ad ogni parola. Era un addio. Matilde lo sapeva.

Poi i fotografi se ne vanno. Restano pochi curiosi. Le rispose del poeta si mescolano alla voce di Matilde. Lo corregge, lo aiuta a rintracciare anni e nomi. Mesi dopo ritroviamo la voce nel filo del registratore. E' stata l'ultima intervista. Con qualche sorpresa. Un argentino vuol sapere dal poeta come spiega, lui, comunista, il voltafaccia di Mosca: dopo aver inneggiato alla rivoluzione socialista di Allende, l'Unione Sovietica si è adeguata al blocco imposto da Washington e non ha comperato un solo chilo di quel rame nazionalizzato che il Cile non riesce a vendere.

E l'economia precipita. “Bisogna aver pazienza. Ci aiuteranno. Non sono proprio ottimista e non voglio smerciare l'ottimismo al quale era obbligato l'ambasciatore di Parigi, appena tre settimane fa. Ma una convinzione conforta non il diplomatico, ma il poeta: non ci lasceranno soli. La crisi è destinata ad attenuarsi. I cileni sono fieri e pazienti. Sappiamo aspettare. Mosca capirà...”.

Ma i cileni in divisa non hanno avuto pazienza. Cinque mesi dopo il golpe: Allende si uccide mentre Neruda sta per morire.

In quell'aprile '73, a Valparaiso, accanto a Neruda e a Matilde, Victor Pay cercava di mostrarsi allegro per sciogliere i dubbi di chi ascoltava le risposte affaticate del poeta. Ho incontrato Pey qualche mese fa. Ha quasi 90 anni, vive in un monolocale che non nasconde un passato da garçonniére: specchi, divani rossi, cd sparsi fra i libri: “Sapevo che Pablo non aveva speranza. Ne abbiamo parlato per settimane nel vento di Isla Negra. Volevo convincerlo a tornare nella casa di Santiago, l'ospedale non era lontano. La leucemia lo stava sfinendo. Ogni sera portavo le prime copie del mio giornale ad Allende (il giornale si chiamava Clarin: Pinochet lo ha chiuso, regalando la tipografia ad un editore amico) e discutevamo di Pablo: Allende si immalinconiva che era tornato per non partire più...”.

Il pomeriggio dell'11 settembre '73, nella casa di città dove Neruda si è lasciato trascinare, dal bollettino militare trasmesso da radio Agricoltura (destra del latifondo complice del golpe), Matilde sa che Allende è morto nel palazzo della Moneda. L'aviazione di Pinochet ha smesso di bombardare. Per qualche ora è incerta se dirlo al marito. Pablo se ne sta andando. Soffre. Non vuole aggiungere un altro dolore. Ed è sola. Amici nascosti. Telefono muto. Sono i momenti disperati di una storia triste. Deve decidere e decide che sarebbe ingiusto nascondere l'ultima verità a chi la verità l'ha sempre affrontata a viso aperto. Gliela racconta la mattina di due giorni dopo, 15 settembre quando Neruda esce dal torpore dei farmaci. Sottovoce “quasi avesse paura d'essere ascoltato”. Suicidio? Il poeta non lo crede. Un trucco della censura. “Lo hanno massacrato”. E' l'incubo delle ultime ore e delle ultime righe del diario dove la disperazione per il segno della democrazia calpestata prevale sull'eleganza della scrittura. “Quel corpo è stato nascosto in un posto qualsiasi. E' andato verso la sepoltura accompagnato da una sola donna, la moglie, sulla quale pesava tutto il dolore del mondo”.

Qualche giorno dopo anche Pablo chiude gli occhi e Matilde non trova amici. Solo Francisco Coloane risponde al telefono con la voce di un gigante spaventato. Neruda lo amava e si arrabbiava per la fama che continuava a trascurare lo scrittore di Terra del fuoco e Capo Horn, ultimo Melville del Novecento. Aveva navigato sulle baleniere, tosato pecore, ravvivato le luci dei fari nelle notti australi: solo alla fine degli anni Ottanta verrà “scoperto” dallo scrittore colombiano Alvaro Mutis e i suoi libri faranno il giro del mondo mentre il gigante è ormai prigioniero della vecchiaia sulla poltrona di un appartamento senza luce di Santiago. “Sono rimasta sola...”, piange Matilde. Chiede a Coloane di allacciare sul collo il bottone della camicia del marito. La tradizione andina alla quale Neruda non avrebbe rinunciato affida questo ultimo congedo alle mani di un amico al quale il morto voleva bene. E Coloane è l'ultimo amico “visibile” rimasto a Santiago. Attraversa la città livida tremando ogni volta che le squadre nere di Pinochet chiedono i documenti. Sue anche le parole di addio, discorso brevissimo al funerale mentre militari registrano goffamente travestiti da cameraman. Anni dopo, nella poltrona che lo imprigiona, Coloane ricorda le poche parole: “La forza della natura mi ha insegnato che i sentimenti personali devono restare personali qualunque sia la situazione. Non bisogna aver paura di rivelarli. Attorno soffia sempre il vento, ma il vento non cancella i pensieri, solo le parole, ma le parole non contano...”. E aggiunge ciò che aveva pensato ma gli era mancato il cuore di dire” “Un vento gelido ci avvolgeva negli ultimi anni di Pinochet e fino all'ultimo momento di quel mattino incoscientemente non ne ho avuto paura. Dovevo solo parlare di Pablo. Affidavo al vento le parole di amore, rimpianto e disprezzo per chi disprezzava il grande poeta”. Attorno a Coloane pochi coraggiosi tenuti d'occhio da poliziotti travestiti. Il solo ambasciatore compunto dietro la bara era quello di Svezia, come la nobiltà del Nobel imponeva. Fino a pochi mesi prima Parigi festeggiava Neruda con entusiasmo ufficiale, qualche volta esagerato, ma quel giorno l'ambasciatore francese non ha voluto mettere in discussione il rapporto col governo militare e si è limitata all'omaggio di una corona di fiori deposta da due inservienti. Intanto Victor Pey e gli altri stavano scappando attraverso le Ande.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 11/07/2004




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