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Quando Arrivano Dove li Mettiamo?

Non possono vivere nel niente. Fra un po’ i più giovani si metteranno in viaggio. Noi li aspettiamo, ma come?
Intanto ci guardano e noi li guardiamo, cronaca di questi giorni di festa. Loro escono dal fango per raccogliere la pietà attorno a fagotti fino a ieri persone amate: hanno perduto nome, povertà, ricchezza, pelle bianca o pelle nera. Sono diventati numeri da seppellire con la memoria fissata nel cartellino del dna. Ci si libera di quei pacchi con una fretta che separa lo strazio dalla voglia di sopravvivere al colera. E i superstiti restano soli con le Tv attorno. Noi li guardiamo sopra il piatto della cena, ultima fetta di panettone.

Non potendo dar la colpa del disastro a qualcuno, nessuno ha voglia di riconoscersi impotente appena la natura imbizzarrisce. E un po' ne soffriamo consapevoli che la supponenza è ridicola. Anche l'orgoglio della scienza che attraversa l'universo con le sue caravelle, regredisce in un'infanzia dai troppi misteri. Sappiamo perché, ma non sappiamo come alzare una mano per fermare ciò che travolge. Loro ci guardano e noi li guardiamo con la malinconia di questi pensieri. Quanto tempo resisterà la commozione? Il tempo delle vacanze, delle scuole chiuse, del Parlamento che tace, del campionato congelato dal Natale ma giovedì ritorna, mentre la Parigi-Dakar è già partita. Il tempo dei saldi che andranno così, così. Il tempo che allunga la fila dei nuovi ticket, nuove imposte, caro treno, cara autostrada, caro immondizie, bollette luce alle stelle e i mugugni del fine mese dalle tasche vuote. D'accordo: cinque milioni di affamati senza un tetto di paglia, diciotto milioni di poveri assoluti, trentasette milioni di poveri “relativi”, forse vivi, forse moribondi ma neanche un angolo dove piegare la testa, è chiaro che inteneriscono fino alle lacrime, ma anche noi non scherziamo coi pensieri. I giorni di festa agitano i cuori della solidarietà eppure non possiamo restare emozionati in eterno. Abbiamo diritto a una vita senza fantasmi. Verso l'obolo, pago l'sms, marcio con le fiaccole, abbraccio i reduci bianchi della vacanza sfortunata e ricomincio come prima. La filosofia che il nuovo anno ha subito annunciato è il “ballare in piazza per non dimenticare”. Autorizza i cotillons della felicità ma negli intervalli bisognava almeno ricordare. Solo la Borsa si conferma un sintomo obiettivo. Non oscilla con la violenza del maremoto. Solo il tic tac di fibrillazioni leggere nei mercati a ridosso dell'epicentro dell'onda-mostro: zero virgola qualcosa in meno. Limatura da niente che sembra irreale se dimentichiamo che gli straccioni infangati non sono quotati a Wall Street, aria fritta qualsiasi mentre Europa e America accolgono con ottimismo le fantastiche prospettive dall'Apocalisse 2004. Perché ogni catastrofe rallegra il mercato. Finita la guerra contro Hitler e Mussolini, il piano Marshall nutre le macerie dell'Europa facendo volare l'economia Usa che le bombe avevano aiutato a prosperare. E la nobiltà economica che guida per quasi due secoli il Portogallo, si forma nella ricostruzione della Lisbona distrutta dal terremoto, 1755. Nasce una capitale moderna con un capitalismo che si libera dall'ingessatura della monarchia per inventare la modernità borghese. I segni della Bibbia confermano che le tragedie giganti inaugurano nuovi umanesimi, rovesciando la storia. Il maremoto che spalanca il mar Rosso permette la fuga verso la terra promessa di chi insegue una speranza alla quale ancora si aggrappano ebrei, cristiani e mussulmani, ma nella società dei mercati globalizzati il maremoto di otto giorni fa può modulare i milioni di dollari raccolti dal buon cuore del mondo, in alberghi vacanze, ristoranti, grandi magazzini o capannoni di fabbriche con mano d'opera pagata niente. E controllori che parlano lingue straniere alle quali la dolcezza dei sopravvissuti dovrà obbedienza. Nessun stravolgimento epocale. Tutto qui. Se il Giappone guida la classifica dei generosi, proviamo immaginare quali compagnie immobiliari saranno incaricate di ricostruite le città distrutte. Dopo ogni finimondo gli elemosinieri si ritrovano più ricchi. Cifre rotonde consolano i disastri, rimettono in piedi le civiltà: vanno e vengono nella finzione di investimenti che mai si muovono dalla stessa banca. Lontano dall'immondizia delle spiagge sono ricominciate le partite a scacchi per segmentare le zone di influenza. La Borsa non considera il passato, pensa solo al futuro. Ecco perché l'India che vuole diventare potenza regionale, rifiuta gli aiuti internazionali e soccorre i paesi attorno negando di aver trascurato le vittime dell'onda che ha raggiunto le sue spiagge. Per non perdere dignità con Cina e Giappone.
Col sospetto di certi pensieri, proviamo ad allontanarci dagli occhi che continuano ad inseguirci. Quando l'onda del maremoto raggiungerà le nostre spiagge, cosa ne faremo della commozione che non dà pace a giornali e Tv? Ritroveremo gli stessi sguardi dietro il filo spinato dei campi che raccolgono chi attraversa il mare sulle carcasse dei negrieri. Il ministro Fini oggi coordina il recupero dei vacanzieri dispersi; va ad accogliere i superstiti bianchi con l'aria del fratello affettuoso, se la sentirà di non negare la speranza alle facce marron dei signori nessuno? Scioglierà l'abbraccio con Bossi per cambiare la legge che ributta in mare la disperazione? Chi governa deve programmare l'invasione in arrivo e razionalizzare l'accoglienza nelle coordinate europee. Questa volta gli spot non bastano. Nessun signor nessuno potrà arrivare in Italia accolto da imprenditori col contratto in mano. Non avrà nome; niente casa e lavoro. E la tragedia del perdere l'identità pesa come perdere la vita. Sarà ridotto ad un numero nella contabilità dei diffidati. E i bambini vagabondi dove andranno a scuola; e quale scuola? Non dimentichiamo che la maggioranza dei viandanti è mussulmana e il governo considera un sacrilegio oltraggiare con altre fedi le radici cristiane della nazione. Basta sfogliare la “Padania” per capire la preoccupazione di chi trema pensando alle aule lombarde oltraggiate dai turco-europei. Le adozioni a distanza rappresentano il pronto soccorso di una normale infelicità della quale siamo spettatori abituali. Ma quando il mondo si rovescia, come aiutarli davvero ? Al di là della solidarietà recitata con elemosine il cui scopo finale è mantenere nel niente chi vaga nel niente, diventa urgente non farsi sorprendere dall'emergenza annunciata. Il maremoto ha rotto gli argini del passato. Gli equilibri sono semplificati: o si accetta che uomini e i capitali vengano globalizzati e girino allo stesso modo quando le crisi lo impongono, altrimenti dobbiamo rassegnarci all'assedio. Annunci nervosi scendono dal sacrario di Ponte di Legno dove Bossi è andato a bere il tè. Maremoto? Forse provocato da scienziati cinesi impegnati a sperimentare un'arma geofisica di guerra. Mafia? Saldatura di quella cinese con la mafia turca per dominare l'Europa. Adozioni dei bambini rimasti soli? Solo per genitori dalla fede sicura e non “personaggi orripilanti”, atei, islamici, oppure ossessionati “dalla nevrosi del progressismo”. Ma il richiamo a nove colonne ripete il grido di dolore “Contro la Turchia, subito barriere o filtri anti-islam”. È l'angoscia profonda perché le asie sott'acqua fanno piangere solo per i nostri vacanzieri che ancora non tornano. Ma milioni di moribondi possono aspettare. La Brianza e il varesotto mantengono le distanze. Versiamo una buona mancia e la coscienza è a posto. Intanto i ragazzi di Bin Laden inaugurano la domenica facendo saltare nove poliziotti. Per un eccesso di precauzione, gli aerei Usa bombardano ciò che resta di Falluja. L'Indonesia rifiuta l'aiuto di Israele in quanto “nazione sgradita”, e missili israeliani colpiscono per errore la casa di un campo profughi di Gaza. Tre donne, due bambine passano a miglior vita. Nessun problema, Gerusalemme ha aperto un'inchiesta. È la quattrocentododicesima inchiesta dall'inizio della seconda intifada. Nei loro paradisi impazziti, quelli là continuano a guardare sperando segni nuovi dal nostro mondo. Chissà se li troveranno.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 03/01/2005




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