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Martha e Ernest

Gran parte del vivere assieme un avvenimento importante consiste nello stare fermi in attesa di vedere cosa succede, se succede. Non esiste garanzia sulla quantità di tempo vuoto destinato all'attesa. E negli alberghi dove i giornalisti raccontano rastrellamenti ed agguati, ognuno trascrive i propri problemi sui problemi che aspettano fuori. In certe ore del giorno nelle poltrone della hall, o attorno alle piscine, si formano insoliti circoli di lettura. Tutti a consultare tutto. La stanza accanto, la stanza sopra, la stanza sotto diventano angoli di vecchie biblioteche. Vecchie, perché i giornali del posto, gli archivi chiusi in valigia o i lampi Tv restano memorie subito superate dalla realtà che assedia l'albergo. Fuori c'è una guerra. I giornalisti ne sono i testimoni e li spaventa il rinvio dell'avvenimento che sta per scoccare. Non immaginano quale. L'incertezza rompe i nervi.

Una volta, dentro una guerra di “bassa intensità” - solo ragazzi che sognano in montagna punzecchiando l'ordine reaganiano dal quale discendeva il governo militare del Salvador - attorno alla piscina, incontravo questa signora in età, profilo appena adunco: avanzava impugnando la macchina fotografica. Non aveva il passo molle della turista, e poi quale stravaganza poteva eccitare la fantasia di una vacanza fra le squadre della morte. Brontolava da sola quando sfiorava ospiti che massaggiavano le rughe con olio abbronzante: americani come lei. Più giovani di lei. Abbronzature stagionate nel sole di Cambogia, a Beirut o in Vietnam: “consigliavano” i militari del Salvador con l'aria di chi si gode un fuori programma. Sotto l'ombrellone della signora si raccoglievano le facce pallide di altri americani. Ragazzi dai capelli lunghi; adolescenti con sandali e sottane a fiori. Cominciavano gli anni Ottanta e la protesta continuava così. Martha sfiorava proprio gli ottant'anni portando le stesse sottane.

Quando ho scoperto il suo nome continuavo ad incontrarla senza il coraggio di chiederle qualcosa. Ispida, intrattabile: leggenda nera che la accompagnava. Era ancora l'alba quando ci siamo trovati compagni di gomito, accucciati nel corridoio del terzo piano, spalle appoggiate alla parete. Una vampata di guerriglia avvolgeva l'albergo che ospitava i giornalisti, soprattutto i consiglieri militari di Washington, clienti della piscina. Due elicotteri giravano sul giardino per scovare “terroristi” nascosti fra i cespugli. Sparavano sotto, sparavano dall'alto: gran baccano. Noi fuori dal letto sorpresi dal bagliore e costretti ad aspettare il prossimo tuono nel solo posto dove non si aprono finestre, moquette pidocchiosa del corridoio. La signora prendeva appunti su un quaderno. Senza emozione.

La rivedo nel cortile del vescovo Romero: da poco è stato ucciso sull'altare. Martha si mescolava alla gente piegata sulle foto dei corpi sfiniti dalla tortura, corpi raccolti nei canaloni delle discariche dai volontari che Romero aveva organizzato prima di morire. Madri e mogli sfogliavano album dalle copertine allegre: battesimi, matrimoni, ma dentro solo cadaveri. Sfogliavano con la speranza di non trovare il volto del figlio o del marito inghiottiti dalla notte. Lunga come una giraffa, Martha osservava alle loro spalle: “Agonia lenta…”: sospirava, allontanandosi. Allora mi sono fatto coraggio e le ho chiesto qualcosa.

Avevo tante cose da domandarle con l'emozione di un cronista che accosta una protagonista del giornalismo romantico. Nel 1937 Martha Gellhorn aveva attraversato la frontiera tra la Francia e la Spagna in uno scompartimento di legno, stretta fra giovanotti che masticavano salame all’aglio. Soldati senza divisa, vestiti con quel poco che potevano permettersi. Era la guerra civile. Il generale Franco voleva rovesciare il governo repubblicano che la gente aveva votato e da ogni parte della Spagna e dell'Europa, più qualche americano di una generazione perduta, accorrevano per dare forza all'esercito popolare. Martha era solo una giornalista, eppure si sentiva una di loro anche se non sopportava l'aglio, convinta che non c'è niente come l'essere convinti di qualcosa per mettere gli altri sull'avviso della tragedia che il fascismo stava preparando. Sapevo della sua scrittura scorrevole, delle sue cronache bene informate, ma si diceva che il maggior talento restava la conversazione, quel dono effimero di cui si appropriano i sopravvissuti alle pieghe della storia per fissare i momenti minori di un momento importante. Insomma, volevo ascoltarla.

“Quelli del treno mi guardavano con la curiosità, un po' di galanteria. Non ricordo se ero bella, ma anche fossi stata un ragno, sbavavano per capire come mai una ragazza americana lasciava Saint Louis per andare in guerra”.
Martha arriva in Spagna non solo per ribadire sul campo l'urgenza di fermare i piccoli Hitler e Mussolini che prendevano coraggio attorno a Germania e l'Italia; corre a Madrid per incontrare l'uomo che diventerà suo marito. Americano come lei, dieci anni e venticinque chili in più: Hemingway.

Non ne abbiamo parlato al primo incontro, né quando inseguivamo gli scoppi o le noiose conferenze dei colonnelli che i consiglieri di Washington puntellavano con 6 milioni di dollari al giorno. Ma una sera abbiamo parlato. Martha aveva incontrato Hemingway a Key West, appena un anno prima del viaggio in Spagna. Lui l'aveva invitato a raggiungerlo allo Sloppy Joe's bar, e lei sapeva che era il posto dove scriveva molte cose, fra molti bicchieri, anticipando le abitudini che consacreranno il Floridita dell'Avana. Hemingway l'aveva avvolta di una premura che mandava in bestia Pauline Pfeiffer, prima moglie.
“Anch'io sono nata a Saint Louis…”: Martha cercava di sgelarla ricordando le abitudini della stessa città, ma erano le inutili parole di un dialogo caduto nel gelo. Allora Martha aveva piegato su Hemingway i capelli biondi con un libro in mano, e non aveva più guardato Pauline. Il libro raccoglieva una sua cronaca-romanzo sulla grande depressione dalla quale il presidente Roosvelt provava a districarsi. Con gli occhi negli occhi dello scrittore aveva riprodotto nella dedica una frase di “Addio alle armi”: niente può succedere a chi ha coraggio.

Poi lo insegue segretamente nella guerra. Il fotografo che accompagna Martha ed Hemingway si chiama Robert Capa. A Madrid abitano al Florida, camere ufficialmente separate. Hemingway aveva lasciato Pauline in Florida e in quell'Europa puritana anche nella deriva del nazismo c'è chi non trascurava il pettegolezzo. Ed erano stati i pettegolezzi ad informare noi più giovani e lontani. Avevo inseguito i diari di Hemingway e della Gellhorn scritti durante e dopo Madrid e volevo saperne di più. Non allo Sheraton, sotto il vulcano: troppe orecchie. Giù in città attorno alla cattedrale dove era sepolto Romero. C'era un ristorante senza finestre. Si sparava ogni notte e il padrone del Bodegon faceva finta di niente. Tutti i tavoli sembravano riservati, ma la sala restava vuota. Nel suo accento spagnolo offriva prosciutto e vino cileno con l' aplomb di un'altra latitudine.

Martha sembrava una ventola. Parlava, parlava come per sciogliere un nodo. “Sono arrivata in Salvador portando in valigia la mia completa ignoranza. Immaginavo una piccola guerra fra piccoli vulcani, guerriglieri in agguato e ritorsioni dei militari. Pensavo a una guerra salvadoregna, non a un problema americano. Ho scoperto che è un approdo malsano, strani personaggi di casa mia e chissà cos'altro. Ma il panorama mi piace. E mi piacciono le ragazze dolci che puliscono la stanza. Le ascolto per capire. Purtroppo comincio a capire. L'ambasciatore mi ha invitata a una festa nel giardino di salvadoregni pieni di soldi. Erano tutti talmente ricchi da farmi sentire una stracciona. Case a Miami, vacanze in Spagna. Addobbati come comparse di un music hall. Mi è capitato di parlare con le signorie di questa borghesia compradora. Volevano convincermi che all'origine dei massacri c'è solo un manipolo di agitatori comunisti. Gonfiavano il numero dei loro martiri con le briciole dei biscotti che l'indignazione faceva tremare nel piattino del tè. Ripetevano orgogliosamente “la nostra patria” marcando la voce sul “nostra” per far capire che era proprio loro”.

La rabbia la accendeva come una ragazza: “So cosa vuoi chiedermi: possibile che dopo tante guerre questa guerra mi sembri nuova ? Lo è perché non ho mai conosciuto un'angoscia che le somigli. In Salvador manca la vera guerra eppure si è crudeli come se esistesse. Ognuno nemico dell'altro. La frontiera sono i soldi. Non solo qui”.

Volevo interromperla. Conoscevo bene quelle storie. Andavo e venivo da troppo tempo continuando a raccogliere lacrime ma anche la speranza di non si rassegnava. Ascoltavo la vecchia signora con un filo d'impazienza. Non resistevo al mio passato di lettore esotico-borghese. I viaggi, le guerre, le donne dello scrittore: come un'ombra sovrastavano ogni parola di Martha. Non si raggiunge mai chi ti ha portato via dalle abitudini della provincia. Invece stavo mangiando con la Gellhorn trent'anni dopo Hemingway, ma non mi era permesso parlarle di Hemingway. Mi avevano messo in guardia. Martha rifiutava quel passato. Intanto i minuti passavano e fra poco cominciava il coprifuoco: la cena stava per finire: “Madrid…”, provo a dire.

Martha annaspa, eppure sorride: “Quanti anni hai? Dovevo sospettarlo: un invito con le domande. Io, Hemingway e gli altri. Credevo volessimo parlare di questo…”, la mano si allarga verso le finestre murate per via delle bombe. «Ma se deve essere un'intervista, allora comincia. Sono curiosa di sapere quali trappole hai in mente. Fuori le domande». Non è un inizio promettente.
Eppure ricordare le scioglie i pensieri. Forse legge la mia afflizione e l'umore cambia. Martha conservava una certa considerazione per ciò che aveva fatto e affidava all'ironia una biografia banale. La sua è stata una guerra di indiscrezioni che hanno attraversato libri e giornali, ma ci arriva a poco, a poco.
“Dovevamo fare qualcosa contro Franco. Sapevamo e sentivamo che la Spagna era il fronte dove bisognava battere il fascismo. Avevo un contratto con Colier's e il giornale era d'accordo con i miei programmi. Volevo restare a Madrid anche se la vita era dura. L'albergo sembrava un manicomio. Al banco della reception c'era un cartello con su scritto “Vacanze a Majorca”. L'altro cartello avvisava che il coiffeur faceva la permanente al primo piano, ma la tappezzeria puzzava d'etere e ogni sala era invasa da uomini bendati. Nel salone della lettura cucivano i feriti. Un ospedale”.

All'improvviso, quella sera al tavolo del Bodegon, Martha dimentica il Salvador e parla solo di Spagna: “Dopo un giorno abbiamo scoperto che c'era un posto dove la compagnia sembrava normale: da Chicote, sulla Gran Via. Ascoltavamo le notizie sulla guerra. Prima della guerra la gente elegante andava a bere qualcosa. E noi facevamo la stessa cosa.Parlavamo più che bere e mangiare. Tutti lì, anche se il posto non era sicuro. Scoppiavano granate dall'altra parte della strada eppure nessuno faceva caso ai colpi. Aspettavamo le notizie dei giornali della sera che una vecchia vendeva sulla porta. Dentro era pieno come nella stazione della metropolitana…”.

La interrompo a malincuore. “Vorrei ascoltarti fino al mattino, ma è ora di andare”. Martha risponde male: le ho frenato i ricordi. “Ma sono appena le dieci. San Salvador non è la Madrid assediata, fuoco e fiamme. Qui il coprifuoco comincia a mezzanotte”. Provo a spiegarle che fuori non passano macchine. Nessuno si muove. I taxisti della capitale sanno sempre se sta per succedere qualcosa. Quando restano a casa, sta per succedere.

Allora Martha ride: “Cosa ti è saltato in mente di farmi parlare di una guerra di mezzo secolo fa. Bei tempi a Madrid: non avevo paura. Qui ho paura. Forse sto invecchiando”. Scuote la testa per scollare il passato mentre torniamo. L'ultimo taxi si arrampica nella notte del vulcano.
Il resto della storia l'ho letto e poi l'ho ascoltato da un altro grande vecchio: Gregorio Fuentes, il vecchio de il vecchio e il mare. Ne aveva suggerito il titolo allo scrittore. Martha sbarca all'Avana nel '39, Gregorio ne è intimorito. Le piaceva andar per mare sul “Pilar” ma voleva una casa e l'ha trovata su una collina a quindici chilometri dall'ultimo bar dello scrittore: il Floridita. Martha la trasforma e quando Hemingway comincia a innamorarsene e Gregorio si preoccupa perché “Papa” aveva smesso di scendere in mare, Martha comincia a lasciarlo. Un passo alla volta.Ogni tanto dorme all'Avana da amici americani.
Dopo che i l figlio è morto in guerra Hemingway annega nel rum. L'autista lo porta a casa dal Floridita come un pacco. Martha racconta di essere stata paziente. Di aver aiutato ogni notte, un mese dopo l'altro, i camerieri a distenderlo nel letto. “Un giorno sono andata a cercare Gregorio. “Me ne vado”, gli ho detto e per la prima volta l'ho baciato sulla guancia”.

Nella casa di Londra in un certo senso i ricordi si sono ricomposti. Avevo letto da qualche parte che la casa somigliava ad ogni casa di ogni giornalista di guerra. Raccoglieva il perbenismo di un rifugio diverso dai posti dove il lavoro la trascina. I mattoni rossi della facciata vittoriana esprimevano la sicurezza che i vagabondi hanno bisogno di trovare da qualche parte. E i giardini di Cadogan Square, incorniciati nella finestra luminosa come uno schermo, ribadivano il desiderio di una realtà dai colori finalmente tranquilli. Sembrava l'appartamento di uno scapolo di passaggio. Pochi mobili, niente foto, tanti libri e una bottiglia di rum preparato dopo il mio colpo di telefono. “Per ricordare la nostra America… “, quel Salvador che non era ne suo ne mio. Ma una sera ci aveva aiutati ad attraversare il passato.

(Gregorio è morto nel 2000. Stava per compiere 93 anni. Martha se ne è andata prima: aveva qualche anno in meno. Fino all'ultimo mandava ogni mese dieci dollari a Gregorio. Non aveva dimenticato come gli piacevano i sigari e il biglietto non cambiava mai le parole: “Fuma e ricorda”).

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 04/08/2004




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