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Le Quattro Parole dell’Apocalisse

Abbiamo scavalcato il secolo trascinando nel nuovo millennio le quattro parole dell’Apocalisse. Hanno sepolto milioni di incolpevoli: lager, gulag, kamikaze, desaparecidos. Non riusciamo a liberarcene. Una è scoppiata ieri in un seggio fra la gente che votava a Baghdad: i soliti morti, anche un bambino. Kamikaze è il lampo di un terrorismo misterioso; nessuno ha voglia di decifrarlo. Difficile che il popolo delle diete e dei massaggi, del correre per tonificare la macchina della vita possa indagare con freddezza sulla distruzione volontaria del corpo, sacrilegio teorizzato dai generali della paura. Sfidano la speranza di ogni fede confidando nel silenzio delle culture evolute le quali non se la sentono di analizzare la disperazione per fermare la follia. Noi guardiamo e basta mentre il non senso allarga il delirio dell’invincibilità. Ne abbiamo celebrato l’orrore trasformandolo in una specie di mito nelle pieghe di una guerra lontana.

Sembrava l'ultima ed era l'ultima disperazione del Giappone che perdeva chissà quale onore per aver mancato la conquista del mondo. Un'illusione. Ci era piaciuto storicizzarla, raccontare le barbarie esotiche degli sconfitti. Mezzo secolo dopo nessuno ha il coraggio di decifrare l'incubo di chi rinuncia alla vita sconvolgendo il buonsenso. Il nostro buonsenso.


Due delle altre parole in un certo senso si somigliano: lager e gulag, la Germania di Hitler e la Russia di Stalin. “Mai più”, hanno ripetuto con la candela in mano i capi di stato che la commozione ufficiale raccoglieva ad Auschwitz sessant'anni dopo. Mai più reticolati e camere della morte; mai più uomini trasformati in numeri da cancellare. Mai più razzismo e dogmatismi ideologici. Nessuno deve morire di fame accanto all'opulenza. Nessuno è autorizzato a sgretolare le città nelle macerie che nascondono cimiteri dei quali nessuno renderà conto. La contrizione tardiva di Auschwitz ha messo d'accordo l'Occidente che pensa solo all'Occidente senza alzare gli occhi verso alte infelicità: è imbarazzante parlarne. Putin promette. Chissà cosa può promettere fra i massacri della Cecenia, o l'ordine di far saltare i bambini della scuola occupata e drogare i giornalisti che vogliono testimoniare il massacro. Ha ragione il presidente Berlusconi: i guardiani di quel comunismo hanno cambiato nome ma non hanno cambiato metodo. Forse perché il depositario dei pensieri segreti di un amico col quale ha atteso nel bunker del Cremlino la rielezione di Bush, il nostro presidente non ha trattenuto la sincerità. In Russia certi fantasmi continuano a riprodurre la cultura di un potere raccolto nella mani di una sola persona dietro la finzione della democrazia formale. Il che può spiegare la loro amicizia. Anche gli scheletri di Hiroshima anticipano gli scheletri di Falluja da tre mesi macinata nel silenzio, con stampa e tv che non possono guardare. Aveva 300 mila abitanti. Centomila intrappolati sotto le bombe; di trentacinquemila le agenzia umanitarie dai divieti Usa, hanno perso le tracce. Chiusi dentro, nelle caverne della città distrutta, in quanti sopravvivono? Spariti. Ed è l'ultima parola trapiantata nel terzo millennio: desaparecidos, incubo che tormenta l'America Latina, guardino degli Stati uniti. I protagonisti ombra di questo tipo di repressione sono ancora al lavoro. Addirittura le stesse persone: Negroponte, ambasciatore Usa a Baghdad. È il testimone che attraversato il tempo nascondendo la violenza nascosta sotto la cravatta della democrazia. Desaparecidos in Salvador, Guatemala, Honduras, Argentina; adesso i desaparecidos sono attorno a Falluja, ma chi ha provato a contarli nell'Africa dove si muore in silenzio, e in Afghanistan, in Pakistan, in Cecenia o nel Sudan dimenticato? La geografia del dolore si allarga dopo ogni crociata. E le storie di questo dolore sembrano uguali, non importa continenti, cultura e religione diverse. Per capire la solitudine di chi perde gli affetti, costretto alla disperazione da poteri ovunque più o meno gli stessi, bisogna risalire alla prima repressione razionale organizzata per imporre “la democrazia contro il comunismo”: Cile, 33 anni fa. E' l'intuizione di un premio Nobel della Pace come Kissinger, missione di Nixon, presidente che incarnava i valori di una democrazia sotto tutela, racconti da Reagan, Bush padre, Bush figlio. Attenti al Bush fratello. Cile, dove per la prima volta, la violenza militare si sperimenta sui una società borghese, non solo nel nome dell'anticomunismo ma col raziocinio consueto ai laboratori che controllano le strutture liberismo estremo nei paesi frontiera tra primo e terzo mondo. Un milione di profughi, più di tre mila morti in pochi giorni. Non bombardati, ma vittime scelte una per una per disinfettare Santiago del Cile e l'intera società. Non so fra quanti anni i superstiti di Falluja ricorderanno la loro apocalisse democratica, ma i ricordi cileni 33 anni dopo sono riusciti a trascinare in tribunale responsabili fino a ieri onorati. Le prove del dolore nella mani dei giudici: finalmente. Ma chi ripagherà le vite tagliate? Quasi sempre le memorie della sofferenza vivono nei racconti di chi è scappato in Europa o nell'altra America. Con una eccezione: Patricia Verdugo non si è mai mossa dal Cile e per la prima volta, con Pinochet trionfante al potere, ha usato la parola proibita come un sacrilegio: desaparecidos, appunto, sospetto di un vecchio libro che ha per titolo “Una ferita aperta”, ed è stato venduto quasi clandestinamente 245 anni fa. Guardava le sofferenze degli altri. Adesso, nel racconto-verità che Baldini Castoldi Dalai ha appena messo in vetrina – “Calle Bucarest 187, Santiago del Cile” – la Verdugo ripercorre il tormento che le ha cambiato la vita. Rapimento e assassinio del padre, grande borghese, comis di stato. Nella bella casa di Via Bucarest 187 una sera non è tornato. La figlia ha cominciato a cercarlo. Lo voleva riabbracciare ma le ore passavano e la speranza diventava sottile. Allora si è rivolta a uno zio militare di alto grado e lo zio ha voluto sapere da quanto tempo il padre era sparito. Quasi un giorno, risponde Patricia con un filo di voce. Lo zio cambia faccia pensando al fratello perduto: “Troppo tardi, ormai è morto”. Patricia ricomincia a cercare: vuole almeno il corpo. Si apre un percorso surreale che il dolore accompagna ad ogni passo. Tornano i ricordi della vita di “prima”, affetti, incomprensioni che sembravano insormontabili, la felicità della normalità perduta nelle abitudini di una gita in campagna o la noia davanti alla Tv. Diario di ogni ragazza che si affaccia al mondo con padre e madre al fianco. Poi arriva Pinochet. Dopo il funerale la vita di Patricia cambia: vuole sapere perché. Continua per trent'anni a cercare una spiegazione. Scopre le mezze verità che zio e fratello militare le avevano nascosto. Decifra il sistema della violenza: da chi era protetto e pagato (Baldini Castoldi Dalai ha pubblicato nel 2003 il suo “Salvador Allende, anatomia di un complotto organizzato dalla Cia”), ai figuranti che hanno gestito la repressione per conto della cupola suprema. Intreccia fili sconosciuti, smaschera colpevoli che le alte divise e la devozione religiosa rendevano insospettabili. Ricostruisce la storia della carovana della morte inventata da Pinochet. Ne dimostra la colpevolezza. E quando il giudice Garzon ordina di arrestare il generale a Londra, vuole vederla, le chiede i documenti. I suoi libri sono tradotti in ogni Paese. La grande stampa di Washington la premia, la invita, la consulta, ma a Santiago del Cile non è amata. Troppi scheletri negli armadi degli editori che contano, delle Tv che fanno opinione. E Patricia timida e riservata, resta una mina vagante. Nessuno la vuole sfiorare. Può raccogliere solo nei libri le verità che continua a cercare e raccontare rovesciando le ipocrisie del metodo Fallaci, ex giornalista chiusa in una stanza dove autisticamente consulta se stessa trascurando le apocalissi in movimento, mentre la Verdugo vive da protagonista ogni parola di ogni racconto. Non le vive per una settimana o in posa per le foto con l'elmetto da esibire nelle copertine dei libri di trent'anni fa, due domande un'occhiata e torna a casa. La sua casa è sopra il vulcano. Scava, controlla, insiste. Ogni giornalista dovrebbe essere così. Minuscola, luminosa, occhi che non si staccano. Non smette di guardare in faccia i militari che le hanno ucciso il padre. Non inventa e non commenta. “Bucarest 187” ha il passo affascinante un romanzo segnato dal dolore di una giovane donna che invecchia con l'impegno di non dimenticare. Non importa se gli aguzzini di un tempo si sono lavati la faccia. Vuole solo che rispondano ad una domanda in fondo semplice: possono denaro, petrolio o rame, gli affari dell'industria e delle armi quotate in Borsa, possono macinare la gente dalla vita normale nel nome dell'anticomunismo, anticapitalismo, nazionalismo o crociate dalle quali ogni religione si lascia tentare? Possono i giornalisti diventare trombettieri che ignorano la curiosità di un mestiere dove l'essere curioso è motore indispensabile nella ricerca della verità? “Non dovrebbero, ma ognuno vive col coraggio che ha”. Sono i figli a dare coraggio alla Verdugo. “Sui libri non c'è niente, le scuole tacciono soffocate da programmi spesso fuori dal tempo. Educano i ragazzi con informazioni parziali per allevare generazioni di di plastica, scoraggiandole a cercare di capire”. Ma lei non smette di documentare la disperazione che la gente ha attraversato, un passato che è impossibile lasciare morire. Le censure più o meno truccate possono far tacere le parole non oscurare i ricordi “di una storia lontana che continua a morire nel presente”. A Santiago, a Falluja, in Cecenia o nel Sudan poco importa. Ad Auschwitz i retropensieri dei giuramenti con la candela in mano, nascondevano – forse – propositi di altre candele e altri giuramenti, fra sessant'anni per chiedere perdono dei delitti che oggi continuano. Fra sessant'anni, toccherà alla prossima Patricia Verdugo riemersa dalle caverne dell'Iraq o della Cecenia, a raccogliere questo dolore che cambia la vita nell'illusione di spegnere la memoria.


Maurizio Chierici – L'UNITA' – 31/01/2005




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