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Giuliana nel labirinto

Giuliana Sgrena è una testimone dalla voce quieta, ma instancabile nel mettersi naturalmente dalla parte dei senza voce. Il suo destino si sovrappone a quello di Florence Aubenas, di Liberation. Due giornaliste impegnate nella pace e nella politica in difesa delle donne oppresse dalle armi. Tutte e due imbavagliate. Può essere solo la crudeltà di rapinatori occasionali a farle tacere? Un altro impegno drammaticamente le avvicina: hanno cercato di capire cosa succede nel buco nero di Falluja, la voragine più profonda dell'Iraq. Una città come Verona squartata da una doppia follia militare: i miliziani di Al Zarqawi, profeta del terrore, e la macchina americana che non si arrende. Assedia e bombarda impedendo ogni occhiata indiscreta. Nessuno deve sapere e la gente sparisce nel silenzio. Trecentomila persone attorno a cento moschee prima dell'assalto di due mesi fa. Duecentomila sono fuggite, e Giuliana Sgrena era andata ad ascoltarne i racconti fra le tende dei profughi. Per capire cosa è successo alle trentacinquemila rimaste dentro, assediate da scontri e missili che le costringono a seppellirsi nelle caverne. Cantine coperte da macerie. Chi sono, come sopravvivono, che notizie hanno quelli di fuori? Domande forse sgradite a chi attacca e a chi si fa scudo degli incolpevoli. Questo il ritratto del Paese del quale stiamo festeggiando la nuova democrazia. Ma è anche l'angoscia di due intellettuali iracheni sul dopo elezioni: vi leggono inquietudini non sempre approfondite dagli analisti di quel “mondo libero” dove loro, vittime di Saddam, hanno cercato riparo. Anni di esilio, tante amarezze. Si sono rifatti una vita, ma la vita perduta ossessiona le speranze non consolate dalla caduta del rais perché i portabandiera della democrazia improvvisata sono gli stessi protagonisti della violenza che li ha perseguitati. Ne conoscono furbizia e voracità. Anche Allawi, primo ministro non si sa quanto provvisorio, anni fa era arrivato a Londra dove aveva trovato rifugio il professor Sami Ramadani. Missione per conto di Saddam; Allawi ne era un balilla violento. Lo consideravano un Saddam senza baffi. Famiglia scita, mercanti di Nassyria, figlio di un medico che era stato deputato negli anni della monarchia, nipote di un ministro del re, viene ricordato dai compagni d'università nel profilo di un bravaccio dal muso duro. Dominava i corridoi, pistola infilata nella cintura dichiarandosi “rappresentate degli studenti di medicina per conto del partito unico”. Di Saddam, naturalmente. Pochi ricordano di averlo visto dare esami, eppure si laurea giovanissimo in una università non identificata. Subito il governo lo manda a Londra con una borsa di studio; il vero impegno è tenere d'occhio gli studenti ribelli delle grandi famiglie irachene. Allawi ne segnala nomi e discorsi. Ma a Londra gli succede qualcosa e il partito unico ne denuncia la “deviazione ideologica”. Forse perché collabora con l' MI6, controspionaggio inglese. Si trasferisce in Arabia Saudita dove avviene l'abbraccio fatale con la Cia. Agente dalla carriera con alti e bassi. Parla troppo. Per farsi un nome, confida al “Washington Post” un attentato che sta per uccidere Saddam bruciando un'operazione dalla trama costosissima. Messo in castigo risorge dopo lunga penitenza e adesso governa nel nome della democrazia continuando a diffidare degli esclusi che un tempo spiava. E la loro malinconia non ne è consolata. Sami Ramadani insegna all'università Metropolitana di Londra. In questi mesi risponde ai giornali, anima dibattiti e condensa le paure in un sito frequentatissimo, non solo dagli studenti: sami.ramadani@londonmet.ac.uk. Il suo pessimismo nutre i dubbi frugando il passato: “Il 4 settembre 1967 il New York Times ha pubblicato la storia vivace e celebrativa delle elezioni presidenziali organizzate da regime fantoccio Sud Vietnamita mentre imperversava la guerra. Leggo nel titolo: “Stati Uniti incoraggiati dal voto in Vietnam - I funzionari parlano di un'affluenza dell'83 per cento malgrado il terrore scatenato dai Vietcong per impaurire gli elettori”. L'elezione riuscita - insisteva il New York Times - “premia il presidente Johnson che vede in questo risultato il punto chiave di una politica impegnata a incoraggiare la normalizzazione costituzionale”. A rileggere quell'ottimismo nel 2005, si scopre quanto fragili fossero le illusioni distribuite dalla propaganda e come somiglino alle stesse illusioni dell'Iraq che ha “guadagnato la propria libertà esprimendosi liberamente nel voto”. Liberamente? Sotto occupazione americana? Ritorna il protocollo Saigon. E continua la valanga di interpretazioni e letture in una campagna mediatica dai molti livelli: rievocano il delirio prebellico sulle Armi di Distruzione di Massa e dei fiori che gli iracheni, incuranti del terrore di Saddam al potere, stavano raccogliendo per abbracciare i liberatori, come li definiva il tam tam della Casa Bianca. Ma è difficile far quadrare la parola democrazia, libera e corretta, con la realtà brutale dell'occupazione, legge marziale, bombardamenti di Falluja; difficile, quando la commissione elettorale è nominata dagli Stati Uniti e i candidati sono rimasti segreti fino a poche ore dall'apertura delle urne. La verità è la prima vittima di questa guerra. Il secondo livello riguarda la propaganda. Appena chiusi i seggi, subito si è annunciata la partecipazione del 72 per cento della popolazione, velocemente ridotto al 57 per cento, due giorni dopo. Mentre scrivo non so se questi numeri cambieranno…”. Ramadani vuol sapere se “qualcuno ha mai parlato seriamente della percentuale di popolazione iscritta nelle liste elettorali. L'ambasciatore iracheno a Londra si è detto incapace di illuminarmi. Le Nazioni Unite confermano che non esiste alcun registro elettorale. Manca perfino un elenco completo degli elettori. Unica certezza, il numero degli aventi diritto: circa 14 milioni”. Ramadani sa bene cosa è successo agli iracheni all'estero. È uno di loro: più o meno 4 milioni di esiliati, 2 milioni abilitati al voto, solo 280 mila si sono registrati, ma nelle urne le schede erano 265 mila. La non certezza del rispetto delle scelte individuali - considerazione di Ramadani - ha convinto i sunniti a non partecipare a ciò che ha l'aria di una farsa. E ha tenuto lontano dalle urne gli iracheni che vivono nei Paesi normali dove la democrazia è consuetudine collaudata: partecipare alla recita di un copione scritto da altri, un grottesco che in pochi hanno condiviso. Il sud degli sciiti ha risposto positivamente. Dopo le persecuzioni di Saddam, è comprensibile la voglia di contare i numeri della loro maggioranza aderendo all'invito del grande ayatollah Al Sistani, il quale non sopporta gli americani: “Il voto - ha promesso - serve a buttare fuori gli occupanti. Ecco perché stravince. Un impegno che nei prossimi mesi verrà messo a dura prova. Ed è probabile che Moqtada Al Sadr, ayatollah ribelle, ricominci la lotta all'occupazione”. E il Kurdistan ? “Riflette il desiderio dell'autodeterminazione. Finora gli Stati Uniti sono riusciti a tenerne a bada l'irredentismo. Adesso Henry Kissinger, ex segretario di Stato, propone di dividere l'Iraq in tre Paesi: sciiti, sunniti, curdi. Negli anni '70 quando regnava alla Casa Bianca accanto a Nixon, Kissinger aveva voltato le spalle ai curdi per improvvisarsi intermediario tra Saddam e lo Scià dell'Iran. Oggi l'ipotesi del dipartimento di Stato è costruire enormi basi militari negli snodi chiave del Paese. Prepara ad una estenuante difesa di un regime fantoccio col proposito di controllare strategicamente l'intera area mediorientale. E mette in conto nuovi massacri e nuove distruzioni”. Sami Ramadani non nasconde la delusione per la semplificazione dei media: “Hanno presentato le elezioni come una specie di mezzogiorno di fuoco tra la violenza settaria del terrorismo di Zarqawi e il popolo iracheno. Che bisognava incoraggiare a votare. Forse costringere, e non solo con le lusinghe. Interpretazione rifiutata dagli stranieri, ma la presenza sbalorditiva a Baghdad dell'ambasciatore Negroponte, che negli anni '80 ha sostenuto il terrorismo in America Centrale, è stata messa a fuoco impietosamente dai reportages di Seymour Hersh e dei suoi racconti sulle squadre mercenarie del Pentagono nel ricordo entusiasta dell'operazione El Salvador. L'analisi onesta della mappa sociale e politica dell'Iraq rivela che la popolazione è sempre più unita nella determinazione del respingere ogni compromesso sull'occupazione. Sia che abbia votato o boicottato le elezioni. Sarà questo legame politico a stringere le file degli iracheni malgrado i tentativi degli occupanti di infiammare divisioni settarie ed etniche. Le manovre di Allawi non avranno successo”.

Sullo stesso filo Adel Jabbar, sociologo che insegna a Ca' Foscari di Venezia: da 24 anni vive in Italia. Collabora col Cem Mondialità dei missionari saveriani. Rispondendo alle domande di Luciana Maci dell'agenzia Misna (agenzia che raccoglie il sistema informativo delle missioni cattoliche), riconosce che l'affluenza alle urne è inaspettata, ma non sempre frutto di una convinzione personale. Telefonate, lunghi colloqui e messaggi che gli arrivano da casa raccontano irregolarità “di ogni tipo: gente che votava con documenti di altre persone, gruppi di elettori che entravano tutti assieme nel segreto della cabina. La stampa araba riferisce che dei 5500 seggi sparsi nel Paese, solo 5, sempre gli stessi, sono stati mostrati ai media per foto e riprese Tv. Non conosciamo i nomi della Commissione Elettorale, se non quello del portavoce, per non parlare dell'assenza di osservatori internazionali…”. Fa capire: cosa sarebbe successo senza il controllo dei supervisori europei e americani nelle elezioni dell'Ucraina? Altra realtà confusa, ma che sembra un giardino inglese se il paragone è il caos iracheno. “Insomma, nel voto di Baghdad è successo di tutto, eppure nessuno ha parlato di brogli. Perché?”. Bisogna riconoscere che la gente ha avuto coraggio ed è andata a votare malgrado le minacce dei terroristi… “C'è stato anche il coraggio di non votare. Coraggio di non cedere alle minacce di chi li spingeva ad ogni costo alle urne. Chi ha votato e chi non ha votato, sceglieva in modo diverso di far presente agli occupanti che gli iracheni vogliono contare. Le elezioni non sono state un fine, ma il mezzo per eliminare la presenza delle truppe del presidente Bush”. sciiti e curdi hanno votato, i sunniti no… “La divisione non è netta. I non votanti fanno parte di un ventaglio di associazioni politiche, religiose e sociali assolutamente trasversali». Il professor Jabbar è d'accordo sull'importanza delle elezioni, anche se la sua lettura respinge il trionfalismo dei media teleguidati. Fa notare che si aprono tre sfide: l'occupazione deve finire «smontando l'alibi della conflittualità tra sciiti e sunniti”. È urgente frenare la corruzione. “Le cariche pubbliche vengono distribuite secondo criteri di familismo e nepotismo. Gli iracheni continuano a lamentarsi di come vengono spartite le ricchezze”. Sullo sfondo, un governo che obbedisce ciecamente agli ordini dell'ambasciata americana mentre il “vero rischio potrebbe essere la pluralizzazione del dispotismo”. Insomma, “il regime di Saddam soffocava l'Iraq col pugno di ferro; nel prossimo futuro tanti piccoli regimi potrebbero affidare il controllo delle comunità a capi religiosi, signori della guerra o leader tribali”. Non è consolante pensare che Giuliana Sgrena è prigioniera in un angolo del labirinto disegnato dagli strateghi delle democrazia armata. Anche l'Italia monta la guardia al labirinto.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 07/02/2005




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