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Eserciti
di occupazione e squadre della morte non vogliono testimoni.
Linformazione diventa un terzo fronte insopportabile. È
sempre successo: dalla trasparenza mediatica e
antipatriottica in Vietnam, al silenzio di Falluja. Quando
i giornalisti vanno via, liberatori e squadre della morte hanno
finalmente mano libera. Ecco perché la raccomandazione del
ministro Fini risveglia ricordi inquietanti, tre piccole storie
che hanno segnato il passato di tanti giornalisti.
Massacro di Tell El Zaatar,
1976, 20 giugno-12 agosto. Il nome vuol dire Collina dei Tigli,
un campo palestinese alle porte di Beirut: 20mila abitanti.
Assad, padre del presidente di oggi, temeva che la presenza
politica di Arafat potesse impedire alla Siria di rientrare
virtualmente in possesso del Libano. Come poi ha
fatto.
Il
Congresso di Versailles laveva staccato da Damasco dopo il
disfacimento dellimpero Ottomano. Alla fine della Prima
guerra mondiale la regione Libano si contorna di frontiere
artificiali segnate dai francesi: vogliono presidiare l'angolo di
mare in fondo al Mediterraneo. È come ritagliare la
Liguria dall'Italia. In quel 76 lesercito siriano
isola Tell El Zaatar dalle truppe palestinesi proteggendo il
lungo assedio dei cristiano maroniti. 53 giorni dopo ciò
che resta di Tell Ell Zaatar si arrende. Più di mille
morti, vecchi e bambini. Gli uomini armati sono scivolati via.
Uccisi non solo dagli scoppi: corpi sfiniti dalla fame. La
censura siriana e maronita prova a nascondere la tragedia. Ronde
come se i resti di Tell el Zaatar fossero un carcere; elicotteri
che sorvegliano giorno e notte. Nessuno deve frugare, mai
fotografare. Fino a quel momento Antonia Mulas aveva raccolto nel
suo obiettivo statue, quadri, poeti e fissato metro per metro
tutto il Muro di Berlino: documento per la memoria da
consegnare al futuro. Immergersi fra gli scheletri di Tell
El Zaatar, piantare il cavalletto dietro ciò che resta
della moschea, mura annerite come denti rotti, diventa
l'avventura che ne segna la vita. Eravamo soli e impauriti, ma la
castità delle immagini documenta senza retorica il cuore
cristiano dei fondamentalisti maroniti. E li condanna. Ecco lo
scandalo.
Sempre
Beirut, 1982. Sharon e il suo esercito si accampano sopra le
colline cristiano maronite puntando a vista i quartieri
mussulmani. L'ambasciatore Luciolli Ottieni trasmette l'ordine
della Farnesina. Deve trasferirsi dietro i cannoni israeliani e
prega i giornalisti di seguirlo nel posto sicuro. Una nave
imbarca chi vuol scappare prima dell'attacco finale. Un po' di
giornalisti resta all'hotel Cavalier, proprietà e rifugio
del principe Walid Joumblatt, leader druso. Maurizio Mengoni,
Gr1; Franco Ferrari, Tg2; Giancarlo Lannutti, Unità;
Stefano Malatesta, Repubblica; Roberto Livi, Manifesto; Piero de
Garzaroli, Stampa, e Luciano Gulli del Giornale (debutto in una
guerra collezionando proiettili inesplosi) sono i miei compagni
nella città sotto tiro. Una sera arriva Bruno Marolo
assieme alla moglie: una cannonata ha distrutto il suo ufficio
Ansa in rue Verdum. Si esce dall'albergo appena i tassisti
accendono i motori: loro sanno. Ogni notte i ricchi libanesi
vengono a dormire nei corridoi del giornalisti.
Vent'anni fa la stampa straniera godeva di qualche rispetto. Ma
dettare è un dramma. Manca l'elettricità. I
generatori che accendono il fax funzionano quando il cibo
marcisce nei frigoriferi spenti. Al buio, ogni notte, guardiano
la città cristiana, alberghi illuminati come un sogno dove
i nostri colleghi raccontano Beirut dalla parte di chi bombarda.
La limitazione di movimento non impedisce di scoprire tante cose:
si stanno sperimentando nuove armi ad implosione. Palazzi che
crollano senza uno scoppio; corpi con gli occhi fuori dalle
orbite. Un mattino, il maresciallo rimasto a guardia della
ambasciata italiana abbandonata nella nostra città,
arriva con un messaggio non troppo diverso dalle parole di Fini.
Sharon ha deciso di trasformare Beirut in un inferno, vuol
rompere l'assedio, e il consiglio appassionato è di andare
via. Luciolli Ottieni ci aspetta all'alba, passaggio del Museo,
dove la linea verde che taglia le due civiltà apre un
varco più o meno sicuro. Sull'auto dell'ambasciatore il
tricolore sventola accanto a bandiere francesi, inglesi,
tedesche. Tanti giornalisti vengono comandati a lasciare.
Rientriamo nelle abitudini di chi osserva da lontano: alle 11 di
quel mattino, sulla terrazza dell'hotel Alexander, confusi con la
folla di chi scrive abitando lì, e poi ufficiali
israeliani e osservatori di ogni parte, guardiamo dall'alto cosa
succede attorno al Cavalier e nelle periferie palestinesi.
Colonne di fumo, aerei e missili senza respiro fino al tramonto.
Poi
cominciano le tregue; diventa una pace sorvegliata dai
bersaglieri italiani, Legione Straniera francese, marines
americani: tutti neri. Riscendiamo nella Beirut ormai a pezzi.
Arafat e i suoi vanno in esilio, e quando l'Orient-Le Jour
annuncia in prima pagina che una ragazza ha sparato al marito,
gelosia per un tradimento, la normalità di una morte
normale svuota la tensione: tre mesi possono bastare, chiedo di
tornare a casa. Il manipolo dei cronisti resta piccolo e la folla
sguarnita incoraggia chi vuol fare qualcosa lontano da occhi
curiosi. Mi dà il cambio Ettore Mo e nel via vai
dell'andare e venire gli strateghi approfittano per organizzare
il massacro di Sabra e Chatila. Assassini sempre cristiano
maroniti. Anche le vittime non cambiano, donne e vecchi
palestinesi. Ma la divisa dei protettori è diversa: gli
uomini di Sharon al posto dei siriani.
Dall'altra
parte del mare, Salvador, febbraio 1980: l'ultimo incontro col
vescovo Romero. Ha scritto una lettera al presidente Carter che
legge durante la messa della domenica. Lo invita ad aiutare chi
muore di paura fermando la mano dei latifondisti e dei militari,
gli stessi militari che gli Stati Uniti nutrono con sei milioni
di dollari al giorno. Eppure Romero resta ottimista, un filo di
voce. Riuscirò a convincerli. Nel salutare ha
un momento di smarrimento: Adesso voi giornalisti partite,
noi, chissà. Il 24 marzo lo uccidono sull'altare.
Negli
anni Ottanta il Salvador era il Libano delle americhe. Nessuna
guerra, ma una pace sorvegliata dall'amministrazione Reagan con
consiglieri militari larghi di suggerimenti alla destra armata al
governo. Si infastidiscono per le folle che non riescono a
sopravvivere tra la paura e una miseria specchiata nello sfarzo
della borghesia compradora. E non sopportano i preti che mettono
il naso. Nel settembre 1988 rivedo due professori dell'Uca,
università centro americana: due gesuiti. Padre Ellacuria,
rettore, e Segundo Montes. Accompagno una commissione
dell'agenzia Onu per i profughi arrivata in Salvador con
l'impegno di vegliare sul rientro dall'esilio delle popolazioni
fuggite davanti all'andirivieni della guerra civile. Montes è
un gesuita spagnolo dal profilo massiccio. Dirige la rivista
Proceso, tra sociologia e contabilità:
spiega dove finiscono i sei milioni di dollari spediti ogni
giorno da Washington. Buchi neri e improvviso benessere di certe
famiglie militari. Ve ne andate? Quando..., è
il saluto dall'alto dello scalone. Montes non nasconde la
tristezza: Voi partite e le luci si spengono. Senza gli
stranieri che raccontano, al buio chissà cosa succede.
Poi
sorride, come per far capire: non parlo sul serio. È
l'ultima autoironia che ricordo. La sera del 16 novembre Montes,
Ellacuria, altri due professori e due inservienti vengono
assassinati. I colpevoli saltano fuori dopo che Clinton diventa
presidente: agenti speciali del battaglione Atlacan, fiore
all'occhiello degli istruttori che la Washington di Reagan-Bush
padre aveva mandato in regalo al Salvador. Insomma, quando i
giornalisti levano le tende non è mai una buona notizia
per chi resta troppo solo, senza difesa, sia pure la difesa di un
lampo Tv o due parole sul giornale.
Maurizio Chierici
L'UNITA' 24/02/2005
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