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Sono
i giorni della malinconia. La pena accompagna le sofferenze del
Papa, quel lungo ricordo di don Giussani nelle due ore di
funerali diretta Tv, e lo sciopero della fame di vescovi e ulema
per non dimenticare Giuliana Sgrena prigioniera nellIraq
del caos. Dove i C-130 continuano a bombardare mentre nel
labirinto delle voci marziali traballano la retorica dei politici
della guerra e le medaglie dei loro generali.
Intanto
noi - fabbrica, ufficio, studio, computer, affari, limbo dei
senza lavoro - andiamo avanti con queste emozioni nascoste in
ogni pensiero: non può essere che così. La realtà
nella quale siamo immersi è segnata da protagonisti che ci
accompagnano da tempo infinito e il cui dolore coinvolge i
sentimenti della nostra quotidianità. Ma se allunghiamo lo
sguardo verso i Paesi dietro langolo, illudendoci che siano
alla fine del mondo, il turbamento assopisce. In fondo non fanno
parte della nostra vita. Non è un brontolio del vecchio
terzomondismo: si allarga la novità che rovescia le
gerarchie. Stiamo per diventare un terzo della popolazione del
mondo, minoranza fra le minoranze, e senza armi e senza
bombardieri il nostro lusso conterà sempre meno.
Per
il momento gli altri restano lampi lontani. Non coinvolgono i
nostri sentimenti. Neocon e il dogma della
globalizzazione non mettono in conto questo tipo di infelicità.
Eppure il sospiro dei senza fiato prima o poi arriva a scuotere
le sicurezze che la tecnologia distribuisce con insistenza
vanitosa. E tra i bilanci preventivi che imbrogliano gli ideali
della democrazia, e i fallimenti delle strategie che la nostra
distrazione contempla frettolosamente, vagano milioni di persone
in una specie di terra di nessuno. Che è la disattenzione.
O la speranza atroce (per pudore non rivelata) che loro siano
solo numeri a perdere. Del resto non sapremo dove metterli. Non
ci stanno nelle nostre case monofamiliari. E non vogliamo
conoscerne le storie. Troppe malinconie diventano insopportabili.
Numeri a perdere come quelli che arrivano dallAfghanistan
liberato, dove una specie di elezione lunga un mese li ha
strappati dal medioevo per farli somigliare a noi. Somiglianza
distorta. Nei primi tre anni della nostra libertà,
malgrado tecnologie sofisticate e tante armi a disposizione,
ospedali da campo e bei servizi Tv, continua a crescere il numero
dei bambini che non ce la fanno a superare i primi mesi di vita.
E da qualche settimana lAfghanistan conquista il primo
posto nella classifica della mortalità infantile,
sopravanzando Africa Nera e favelas endemiche dellaltra
America. Anche le ragazze che li mettono al mondo entrano nel
guinness dei primati: una su cinque muore di parto. In nessun
posto è così. Rainews 24 mostra una
sacra famiglia mentre attraversa il deserto di neve per
raggiungere qualcosa che somiglia ad un ambulatorio lontano
chissà quanti chilometri. La madre sullasino. Marito
e figli piccoli a piedi. Non brividi di freddo, ma i brividi
accompagnano la rassegnazione pacata di una donna molto giovane.
Mussulmana. Metto al mondo un figlio e lo affido a Dio. Io
non ci sarò.... Ha visto morire troppe amiche nel
dare alla luce un bambino. Capiterà anche a lei. Oltre a
bombe e cannoni, come possiamo aiutare questa gente senza nome?
LAfghanistan ci è stato gloriosamente vicino quando
i missili partivano dalle portaerei e i primi reporter filmavano
ragazzi che avevano perso le gambe sulle mine italiane seminate
dall'armata rossa senza pietà, o da talebani scatenati dal
dio della violenza. LAfghanistan evoca anche i marinai che
il ministro Fini è andato ad abbracciare a Bari mentre
coraggiosamente partivano per la loro prima missione di guerra:
su e giù nel bel mare del Golfo a caccia di eventuali
terroristi in fuga a nuoto dalle montagne. Siamo arrivati noi
liberatori a strappare il burda e a scostare i veli dal volto
delle ragazze; e ci siamo riusciti nelle scuole perbene di Kabul,
solo con le ragazze perbene di Kabul. Il resto del Paese non se
ne è accorto. Quanti dollari è costata la
liberazione? E perché dopo averli liberati non se ne è
spesi altrettanti per permettere una sopravvivenza dignitosa alla
gente? Non solo dollari americani, anche dollari italiani: quelle
ronde cielo, mare, terra devono costare qualcosa. Nel frattempo
ce ne siamo dimenticati travolti dalle emozioni dellIraq e
dalle piccole guerre casalinghe che stiamo combattendo per tenere
in vita gli embrioni. È vero che ogni società deve
risolvere i problemi che ne angosciano la cultura, ma non
possiamo blindare il valore della bioetica e della morale
disinteressandoci di chi ha smesso di essere embrione, ed è
diventato un bambino la cui pelle vale sempre meno. Perché
è un bambino lontano del quale ci ricordiamo solo nei
ritagli di tempo. E loro si arrangiano: comincia il viaggio verso
le luci. Come il mulo della sacra famiglia che attraversa la neve
per raggiungere lospedale, tre miliardi e mezzo di altri
profughi da fame e guerre, metà di chi abita il mondo, nel
2007 sarà accampato attorno alle città. Addio
campagne, i contadini stanno per inurbarsi, avverte la
commissione Onu per la popolazione e lo sviluppo. Nel 2015 Tokio
conterà 36,2 milioni di abitanti; Bombay, San Paolo del
Brasile e Città del Messico hanno già superato i 20
milioni ufficiali. I numeri sono di gomma, da aggiornare di
minuto in minuto, perché sei mila disperati arrivano ogni
giorno solo nella capitale del Messico: li conteremo nelle
statistiche 2011.
Questo
il mondo che ci circonda. Ogni lettore o chi guarda la Tv ne
viene informato fra le righe dello scenario del quale sta
diventando comparsa, mentre titoli giganteschi accompagnano
avvenimenti raccontati con lenfasi riservata alla grande
storia. In realtà sono recite transitorie della mondanità
politica, come il viaggio di Bush che sfuma le incomprensioni con
lEuropa, ma si fa soffiare la prima pagina dal presidente
Berlusconi che agita le sirene della sinistra per far dispetto al
Quirinale. Tutte cose importanti, forse provvisorie, mentre la
sofferenza di milioni uomini e di milioni di donne non è
provvisoria. Cè stato un momento in cui
abbiamo sognato che si potessero affermare per tutte le persone e
per tutte le nazioni diritti inviolabili, inalienabili,
universali; un momento in cui è sembrato davvero che la
storia del diritto arrivasse a uno dei suoi apici. Dopo
questalba abbiamo attraversato vicende alterne, difficili,
rischiose e mentre ci addentriamo nel nuovo millennio, è
di nuovo il momento della notte.... Un passaggio di Prima
che lamore finisca, edizione Ponte delle Grazie,
ultimo libro di Raniero La Valle. Ha diretto LAvvenire
quando a Bologna il cardinale era Lercaro. Ha attraversato
linfelicità dei popoli, ascoltandone le voci: da
Paul Gauthier, teologo della povertà rifugiato in un campo
profughi palestinese attorno a Sidone, Libano 1970, o di
Marianela Garcia Villas: raccoglieva chi era morto sotto tortura
e buttato nelle immondizie dai militari impegnati in Salvador
nella difesa della civiltà cristiana e occidentale. La
Valle ha osservato la speranza schiacciata dalle armi, braccio
violento della filosofia di poteri che permettono solo di vincere
o di perdere, ingrassare o morire di fame: dipende dal posto nel
quale si nasce e dal quale si ha voglia di scappare. Ecco che la
sofferenza del Papa, laddio delle autorità a don
Giussani che Emilio Fede proclama beato in diretta, il digiuno
dei vescovi e degli ulema, non possono restare chiusi
nellevanescenza di un titolo, o soffocare negli sbrodolii
della commozione pastorizzata. Con propositi che a volte non
coincidevano, il Papa, don Giussani, vescovi, ulema e Giuliana
Sgrena hanno ripetuto assieme almeno una cosa: evitare
lindifferenza. Dice ancora La Valle: Le guerre
perpetue contro un nemico che cambia nome, non sarebbero
comprensibili senza tenere conto delle condizioni all'origine
della globalizzazione, ossia il sistema economico- sociale che
salvaguarda esigenze ed abitudini di una parte minoritaria del
mondo, ma non riesce a rendere accettabile la vita e soddisfare i
bisogni dellumanità intera. Poiché il livello
del benessere raggiunto nello spazio privilegiato dellOccidente
non viene messo in questione, il sistema non può dare
risposta alla domanda di cibo, di salute e di democrazia della
maggior parte dellumanità. Le guerre diventano così
il bastone del gendarme universale che ha assunto figura concreta
nel modo dessere degli Stati Uniti dopo lascesa al
potere della destra conservatrice. E non solo negli Stati
Uniti. Anche perché dentro i nostri spazi privilegiati si
armano spazi protetti da sbarramenti che gran parte della gente
non può attraversare. Ponti di comando irraggiungibili.
Manovrano consensi e soffocano dissensi con una furbizia che
risale dai secoli: inventare ogni giorno nuovi nemici da indicare
alla rabbia popolare. Comunisti, fondamentalisti per non parlare
delle sirene malvagie della sinistra, minaccia della nostra
civiltà. E lesclusione si allarga anche fra noi
bianchi, cristiani, alfabetizzati, abbonati alla partita della
domenica o stesi davanti alle meraviglie delle isole famose tanto
per dimenticare il via vai di una vita da pendolare o le rincorse
per uno stipendio decente. Lo spazio da dedicare agli altri
riguarda solo i ritagli delle emozioni che le televisioni portano
in casa. Magari un giorno o laltro penseremo anche alle
emozioni lontane. Prima che lamore finisca,
titolo del libro di La Valle, ha il suono di un allarme. E se
lamore e la pazienza alla fine finiscono davvero, cosa sarà
della nostra minoranza privilegiata?
Maurizio Chierici
L'UNITA' 29/02/2005
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