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Le bugie del soldato Ryan

Quale risposta immaginano i carabinieri volati a Baghdad per interrogare chi ha sparato a Giuliana Sgrena? Nome e cognome di chi ha ucciso Nicola Calipari? L’ottimismo è un optional quasi proibito. La strage impunita del Cermis resta il fantasma la cui memoria ricorda lo “scherzo macabro del destino” saggiamente evocato dal ministro Fini. Nessun colpevole, nessuna verità. Che finisse così era quasi scontato.

Giuliana Sgrena non voleva la guerra e ogni suo ricordo di testimone verrà sbeffeggiato dagli immobili seduti in poltrona. Essere testimoni conta meno dell’essere amici di chi conta. Cercare assieme diventa impossibile.

Con qualche imbarazzo per la morte di un bravo poliziotto, ma i buoni rapporti fra due “paesi amici e assieme impegnati nel conflitto iracheno” (come scrivono i grandi giornali americani) obbligano all'ipocrisia doubleface. Dolore “interno” per la scomparsa di un professionista coraggioso; coerenza “esterna” per riaffermare la condivisione della missione “che impedisce la guerra civile”. Chissà perché nessuno si è accorto che la guerra civile è cominciata tanti mesi fa. Caos e paura sembrano incontenibili.
Nelle pieghe del racconto della Sgrena chi la tiene prigioniera mette in guardia sui pericoli che accompagnano la liberazione. La macchina militare Usa non sopporta il lieto fine, soprattutto se l’ostaggio ha cercato notizie sul massacro di Falluja. Che continua, e non se ne deve parlare. Infastidisce resistenti e terroristi; fa vergogna a chi bombarda. “Ho sentito qualcosa che non volevo sentire: un elicottero sorvolava a bassa quota proprio là dove noi ci eravamo fermati”. Ultimi minuti da prigioniera. Giuliana aspetta nell’auto, occhi bendati. “Sento una voce amica nelle orecchie: “Giuliana, sono Nicola, non ti preoccupare. Ho parlato con Gabriele Polo, sei libera”. Solo quando comincia la sparatoria capisce che l’ansia dei sequestratori non erano solo parole. Falluja deve restare un mistero. Per esempio: il racconto del medico Salam Ismael che da Londra torna nella sua città e ne esce sconvolto dall'orrore, viene punito col divieto di ripartire per l'Europa. Ha visto cose che non bisogna far sapere. È colpevole di avere attraversato strade dalla topografia distorta dalla guerra, visitato case di amici che sembravano manichini: in pigiama, in vestaglia, seduti in cucina, stesi a letto, sempre straziati dai colpi dei supermitragliatori. Ha ascoltato sopravvissuti che conosce (nome e cognome) ordinandone i ricordi in un piccolo dossier nel quale i marines uccidono bambini nascosti dietro il frigorifero, inseguono le donne quando scappano in strada, trafiggono vecchi che escono con le mani alte dalle macerie. I cani sbranano corpi abbandonati nei marciapiedi. Nessuno può entrare per scoprire se le 30 mila persone che mancano all'appello nelle tende dei profughi sono finite così. Sarà vero? Speriamo solo l'invenzione di un mitomane arrabbiato. Era successo anche a Santiago del Cile, quel settembre del '73. Due ragazzi americani - Charles Horman e Frank Teruggi - avevano visto troppo. Le prigioni; i rastrellamenti; lo stadio nelle cui gole si torturava. Consiglieri Usa svolazzavano fra i golpisti distribuendo suggerimenti. Horman e Teruggi non potevano tornare in California per testimoniare la violenza e mettere in subbuglio campus già inquieti. Spariti. Cronaca del libro della moglie di Charles Horman. Lo aveva accompagnato in Cile, sapeva le stesse cose che il marito sapeva. Ispira la protagonista di “Missing” film di Costas Gravas per trent'anni proibito da Pinochet. Dopo una lunga ipocrisia, l'ambasciata Usa trova i corpi dei ragazzi. Li rimanda negli Stati Uniti mesi e mesi più tardi quando l'autopsia non può rispondere ai dubbi dei familiari.

Ma senza andare lontano nel tempo e cambiare continente, torniamo alla strage del Cermis. Il 15 febbraio 1998 alle 15 e 12 una aereo usato per la guerra elettronica nei Balcani - Prowell, predatore - taglia due cavi della funivia che da Cavalese sale al Cermis. La cabina precipita a valle. Muoiono venti turisti. Alle 15,26 l'aereo riatterra ad Aviano. Il rapporto del pilota si limita a cinque parole: “Ho sentito una forte scossa”. L'inchiesta della procura di Trento deve snidare i silenzi del segreto militare. Impenetrabile, ma qualcosa viene fuori. I voli di addestramento non potrebbero andar sotto ai 1100 metri. Per scendere alla quota minima di 650 è necessario un permesso d'emergenza che non risulta richiesto. Ma i fili tagliati si alzavano appena 150 metri da terra. Come mai la picchiata? Anche la velocità regolata dagli accordi con le autorità italiane non può superare le 100 miglia all'ora. La commissione Usa ammette che al momento dell'incidente le miglia erano 500. Il sospetto di una bravata per scommessa - “mi infilo tra un cavo e l'altro” - con l'aereo compagno di esercitazione, avvelena la rabbia di chi conta i morti. Anche perché la registrazione video della missione è sparita. Il secondo pilota, Schweitzer, confessa di averla consegnata al comandante Ashby dopo l'atterraggio. Respinto il processo in Italia. È la corte marziale di Camp Lejeune, Nord Carolina, a giudicare i colpevoli. Assolti perché il fatto rientra nella casistica degli incidenti “lievi”. Solo Ashby viene condannato a sei mesi di prigione per aver distrutto un reperto ritenuto di una certa importanza. Senza spiegazioni, poco dopo torna libero e risale sul Predatore.

Immalinconirsi per questo tipo di disattenzione vuol dire essere antiamericani? La mia generazione è una generazione americana. Cresciuta contestando la cultura dei padri con la nuova cultura sbarcata nell'Italia autarchica del fascismo. L'entusiasmo a scuola dei professori liberati ci ha travolti. Sfogliavano libri a lungo sospirati, e poi film la cui leggenda li aveva segretamente raggiunti. Studiavano grandi pittori dei quali i guardiani dell'ortodossia nera proibivano la “decadenza”; leggevano giornali dove ogni verità accertata aveva diritto alla prima pagina. Aria fresca, messaggio dell'America che aveva slegato la democrazia rieducandoci alla comunicazione corretta. Mario Soldati conservava un manuale dove si insegna il mestiere da giornalista normale, evitando i pistolotti della retorica e l'ossequio verso il signore di Roma e dei proconsoli di provincia. Soldati era uno dei quattro cronisti italiani ad accompagnare l'avanzata da Napoli alla linea gotica. Gli alleati si preoccupavano che la retorica della libertà riproponesse i tasti della retorica del fascismo, duro e puro. Anche la democrazia può scivolare nella piaggeria. Americani ed inglesi hanno affidato la stesura di un decalogo per “la corretta scrittura giornalistica” a uno scrittore del quale Soldati è poi diventato amico fino a tradurre in film un suo racconto: Graham Green. Mezzo secolo dopo il manuale vale come allora e potrebbe aiutare alla trasparenza dei nostri giorni. Non un giornalismo embedded, ma un prontuario che educa all'indipendenza. Ecco, il nostro amore. E le delusioni d'amore sono più profonde delle delusioni di chi si accontenta dei luoghi comuni. Noi eravamo cambiati mentre le radici economiche della potenza incontenibile stavano cambiando. E cominciano i dubbi di chi si sente tradito, anche se l'amore resiste.

La macchina militare americana non confessa errori o deviazioni. Top gun e marines non sbagliano, non massacrano, non torturano. Distribuiscono cioccolata e democrazia con lo stesso sorriso. Vi ricordate quando sono arrivati nel '45? Non importa essere nati dopo. È un mito che accompagna ogni generazione. I buoni sentimenti non cambiano e non è cambiata la mia riconoscenza fino a quando sono entrato in un museo insolito tornando in Vietnam nel 1989. Immagino adesso sia un vero museo, ma quando ho messo piede nel cortile di una casa del villaggio di My Lai, fra le risaie della città di Quang Nai, lavagnette di legno dondolavano appese ai rami degli alberi. Lapidi di bambù coperte di nomi, famiglia per famiglia; 347 persone uccise nella rappresaglia ordinata dal capitano Ernest Medina al reparto del tenente William Calley. My Lai è solo uno dei quattro villaggi bruciati attorno a Quang Nai, dall'operazione “cerca e distruggi”, inventata per “neutralizzare il retroterra del nemico uccidendo tutti gli abitanti”. Corpi fatti saltare con la dinamite per confondere le tracce. Tra il massacro del mattino e quello del pomeriggio, il rapporto di Calley a Medina annota una pausa pranzo di due ore. In quel Vietnam i giornalisti non dovevano chiudersi in albergo o rispondere passo per passo ai comandanti militari. Era una stagione di straordinaria libertà. Andavano in prima linea, ascoltavano senza impedimenti i racconti di chi tornava da certe imprese. Seymour Hersh, corrispondente dell'Associated Press riceve la confidenza allucinata dell'elicotterista Hugh Thompson: quel mattino sorvola le risaie di My Lai a bassa quota. Vede un ufficiale che calpesta il corpo di una donna stesa a terra. La finisce con la pistola. Poi guida gli uomini verso un recinto lontano cento metri. Thompson si accorge che nel cortile immobili per la paura si nascondono alcune donne e tanti bambini. Decide di atterrare. Con l'aiuto di due compagni li porta in salvo prima che irrompa il dio della guerra. La cronaca di Seymour diventa un libro, “My Lai, Vietnam”. Gli fa vincere il Pulitzer, ma scuote la Casa Bianca. Mary McCarthy, scrittrice dall'eleganza sentimentale, dedica un saggio a Medina. Il tenente Calley viene richiamato negli Stati Uniti, processato e condannato all'ergastolo nel 1972. Ma nel '74 torna in libertà e scrive un libro nel quale difende il coraggio dei suoi uomini e la strategia della terra bruciata. Medina resta dov'è: in fondo ha solo trasmesso l'ordine che gli è arrivato dal generale Samuel Koster. Il quale nel congedarsi dall'accademia di West Point, dopo una piccola condanna definitiva e mai scontata, si rivolge ai cadetti gridando: “Non lasciate che quei bastardi vi stritolino”. “Una carriera meravigliosa rovinata dai media”, è lo sdegno Tv di un giovane tenente. Davvero i carabinieri che arrivano a Baghdad col foglio del rinvio a giudizio (omicidio volontario e tre tentati omicidi) emesso dai magistrati romani e controfirmato dal ministro Castelli, davvero sono convinti di poter fare giustizia?

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 07/03/2005




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