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Romero, l’Ultima Omelia

Certi misteri restano sempre misteri. La storia si ripete: ragioni di Stato. Una sera, venticinque anni fa, alle sei e quindici minuti, il vescovo Oscar Arnulfo Romero aveva finito la predica. Non un’omelia, poche parole di conforto nella chiesa dove erano seduti gli anziani di un ospizio: “Chi si impegna per amore di Cristo al servizio del prossimo, vivrà come il chicco di grano che muore, ma muore solo in apparenza. Se non morisse rimarrebbe isolato e inutile. Il raccolto fiorisce perché quel chicco si è sciolto nella terra”. Quante volte i fedeli hanno ascoltato le stesse parole, ma erano parole destinate ad accompagnare per sempre il ricordo di Romero. Romero che si piega sul calice dell’offertorio mentre rimbomba un colpo di fucile. La pallottola lo colpisce come un pugno. Cade insanguinato. Una suora si inginocchia, ma subito alza il viso verso chi corre dai banchi. Gli occhiali bagnati di lacrime. “È morto… “. Era il 24 marzo 1980.


Venticinque anni dopo c’è un solo modo per far capire ai ragazzi perché il vescovo è stato ucciso: spiegare come la giustizia ha punito l’uomo che guidava gli assassini. Alvaro Savaria, capitano della forza aerea militare del Salvador, nei dieci anni dopo ha vissuto in un’ombra confortata da promozioni e improvviso benessere fino alla fine dell’80 quando si cominciava a parlare di pace tra i militari che condizionavano il potere, e la guerriglia. Fantasmi come Savaria diventavano ingombranti.


Perché i sospetti cominciavano a raggiungerli: tutti sapevano, tutti tacevano, mentre gli angeli custodi che lo avevano protetto (consiglieri militari della Washington del Bush padre vice direttore della Cia) stavano preparando le valigie per tornare a casa. L'amministrazione Clinton non gli avrebbe dato respiro. E sono cominciate le indagini: raccogliendo testimonianze; accumulando prove. Alla fine, molto alla fine, Savaria è stato processato. Troppo tardi. A Washington il presidente era di nuovo cambiato, Bush figlio al posto di Bush padre, e le vecchie complicità ricominciavano a funzionare. Sei mesi un giudice federale della California ha condannato il capitano Savaria “al massimo della pena”, vale a dire una multa di 10 milioni di dollari. Non si sa quale agenzia del governo sia intervenuta per sottolineare le benemerenze delle quali il capitano si era coperto aiutando gli Stati Uniti nella “lotta al comunismo che minacciava le democrazie centro americane”. Ma ai familiari di Romero non interessavano i soldi: volevano guardarlo in faccia. Altro desiderio senza risposta. Il capitano era sparito alla vigilia del processo; i suoi avvocati non conoscevano il nuovo indirizzo. “Sarà da qualche parte, non sappiamo dove...”. E il risarcimento è stato dichiarato “provvisoriamente inesigibile”.


Eppure la notizia della prima condanna ha acceso la speranza di fare luci sui massacri del Salvador che i governi della destra di Arena continuano ad ignorare. Arena è il partito ancora al potere fondato dal maggiore Roberto D'Aubuisson: l'ambasciatore americano White lo accusava di essere lo stratega dell'assassinio del vescovo. Il 24 novembre scorso si è accesa una torcia di fronte alla cattedrale di San Salvador. La devozione continua e si allarga. Sarà interessante vedere come Roma ne celebrerà la memoria.


L'ultimo sogno rimasto nel mio registratore è di quando Romero non predicava dall'altare della cattedrale, ma nella cappella del Sagrado Corazon. Perché la cattedrale era occupata dai senza speranza: non solo affamati, anche la paura di chi non si piegava ai dogmi dell'oligarchia. Paghe da fame, proibito protestare od organizzare sindacati di piccola dignità. La dottrina Reagan-Bush padre annunciava la lunga marcia verso la “taiwanizzazione” del Centro America, anticipo del trionfo della globalizzazione: maquilladoras dove si assemblano scarpe, vestiti, motori. Oggetti che poi volano nelle vetrine bene illuminate dal nostro mondo. Chi protesta e chiede quanto basta per sopravvivere, diventa un bersaglio da eliminare. “La sovversione non aiuta la modernità”. Nell'ultimo anno di vita di Romero, settemila persone sono sparite a San Salvador. Sparite una alla volta. Uomini senza divisa arrivavano di notte, scarpe militari, auto militari. Erano i militari a maneggiare ogni potere. E i fedeli della filosofia annunciata da chi stava per entrare alla Casa Bianca, nutrivano l'impegno delle divise nella lotta “al comunismo” in sintonia con la “borghesia compradora”, cento famiglie che ingrassavano fra i lazzaretti. Il dipartimento di stato incoraggiava l'ordine con sei milioni di dollari al giorno. Sei milioni di che garantivano l'efficienza dei guardiani della notte. Svegliavano case immerse nel sonno e portavano via “chi minaccia la democrazia”: professori, sindacalisti, studenti, timidi leader contadini. O montavano la guardia davanti a scuole e a officine. Inutili cercarli. Marianela Garcia Villas dirigeva l'istituto legale voluto da Romero. Riconosceva i corpi sfiniti dalla tortura e abbandonati nei canaloni delle immondizie. Li fotografava. Ogni mattina la fila di madri, sorelle, mogli si allungava davanti alle piccole stanze del vescovado dove le immagini disperate erano raccolte sotto copertine votate a celebrare momenti di gioia: battesimi, matrimoni. Copertine bianche, copertine azzurre. Chi sfogliava sperava di non trovare la persona scomparsa. Anche la foto di Marianela Garcia è finita negli stessi quaderni. La squadre della morte bruciavano i giornali, qualsiasi giornale che osasse raccogliere gli appelli del vescovo. Punito con la dinamite anche Orientacion ,settimanale della diocesi.


Tre mesi prima, gennaio '80, molto prima dell'ultimo discorso che ha forse deciso il delitto, passeggiando nella loggia di San José della montagna, seminario trasformato in rifugio per i profughi in fuga dalla guerra civile, la meraviglia si accendeva per l'ottimismo del vescovo. Un lunedì mattina. L'omelia della domenica continuava a rompere l'ultimo argine possibile per l'apertura del dialogo con le autorità. Che non gli parlavano, e si dichiaravano “sorprese ed irritate” per i. rifiuto del primate del Salvador a partecipare alla retorica solenne della cerimonia che festeggiava l'indipendenza nazionale. Accanto ai colonnelli, sul palco d'onore, soli il nunzio apostolico. La trasparenza appassionata di Romero non sopporta il galleggiare del presidente democristiano Napoleon Duarte: “...la qualifica di Cristiano in un partito politico, non vuol dire che il partito sia cristiano. Ciò che conta non è il nome, ma la realtà. E' grande il rischio della Democrazia Cristiana nel far parte di un governo che svolge una tremenda opera di repressione. In questo senso la Democrazia Cristiana si sta rendendo complice della violenza contro il popolo”. Anche fra i vescovi l'opposizione è durissima. Ai pastori i cui nomi suonano nelle grandi famiglie, non piaceva l'intransigenza del primate cresciuto fra i poveri. Lo ricorda Roberto Morozzo della Rocca nella prefazione del libro dedicato a Romero: raccoglie gli interventi di un convegno organizzato a Terni dal vescovo Vincenzo Paglia, assistente spirituale della Comunità di S. Egidio, incaricato di promuovere la beatificazione del primate ucciso sull'altare.


A chi lo andava a trovare, Romero anticipava la convinzione che segna l'ultima omelia, forse fatale. Voleva rivolgersi ai militari con la semplicità di un parroco dal cuore in mano: “Siamo figli della stessa patria, fratelli nello stesso popolo, non obbedite agli ordini di chi chiede di uccidere e torturare altri fratelli colpevoli solo di pretendere il pane che sazia la fame delle famiglie affamate. Non obbedite a chi impone il terrore con la divisa della patria”. “Un discorso che dovrebbero capire”, Romero ne era sicuro. “Mette d'accordo i militari senza gradi, figli del popolo. Mette d'accordo la guerriglia. Ho parlato con chi combatte in montagna. C'è chi è disposto a posare le armi se il dialogo non diventa un'imboscata”. Come può convincere al dialogo chi da anni spera o si difende o tortura senza pietà? Non sta esagerando nell'utopia? Romero sorride: “Se non credessi nell'utopia sarei vestito così?”. Aveva fama di vescovo conservatore. Ma i conservatori sono diversi, monsignore...”Non sono cambiato come si dice. Voglio conservare e difendere la morale che ha accompagnato la mia fede”. Ma nel diario i delitti della notte lo sconsolano: “sto diventando pastore di un paese di cadaveri”.


La domenica successiva al nostro ultimo incontro, 17 febbraio 1980, il vescovo conclude l'omelia leggendo la lettera spedita al presidente di Washington, Jimmy Carter. Gli eredi di Nixon consideravano Carter “un intervallo” tra un falco repubblicano e il prossimo falco. Aspettando Reagan, la Cia di Bush padre mantiene le vecchie abitudini. “Trovo ingiusto, signor presidente”, è il senso della lettera di Romero copiata in qualche modo negli appunti raccolti stretto fra la gente mentre gli applausi coprono le parole; “Ritengo ingiusto che interessi stranieri reprimano il popolo salvadoregno. Spero che la sua religiosità possa farle accoglierle il mio messaggio evitando altri spargimenti di sangue. Chiedo al suo governo di intervenire economicamente e politicamente per cambiare il destino di un popolo prigioniero di un massacro”.


Romero era nato fra le montagne. Nel 1939 aveva 22 anni ed era felice: lo avevano mandato alla Gregoriana di Roma dove diventa prete il sabato santo del 1942. Quando Mussolini dichiara guerra guerra a mezzo mondo, assieme ad altri preti latini si rifugia sulla prima nave che attraversa l'Atlantico. Fa tappa a Cuba e la dittatura cubana legata agli Stati Uniti, li arresta considerandoli spie. Vengono dall'Italia del Duce, cosa possono essere? Tre settimane di lavoro forzato; finalmente torna a casa. Viene scelto a guidare la chiesa salvadoregna preferendolo a Rivera y Damas (suo successore). Rivera aveva studiato a Torino, intellettuale testardo, mai un compromesso, mentre Romero mostrava l'aria mite un pastore da biblioteca. La timidezza finisce appena le squadre della morte uccidono padre Rutilio Grande, gesuita. “Ho voluto sapere se i colpevoli sarebbero stati arrestati e puniti”, mi racconta. “Hanno risposto:” Non lo sappiamo. Ma padre Rutilio si è messo in pericolo da solo. Un prete non può diventare comunista...” Comunista? Lo conoscevo come nessuno, era il mio confessore. Andavamo d'accordo nel guardare allo stesso modo la realtà”. Appena ucciso Romero, ho ripetuto la domanda all'uomo forte della giunta militare, generale Abdullah Gutierrez, detto “testa di turco” non solo per le origini libanesi. Perché? Con l'imbarazzo di chi rivela il peccato scandaloso di una persona verso la quale nutriva un certo rispetto, sussurra con timidezza: “Purtroppo era un terzomondista...”. Peggio che comunista; nessuna speranza di redenzione. Nodo non sciolto 25 anni dopo. Cambiano i tropici, ma chi ascolta il dolore della gente schiacciata suscita sospetti che le macchine militari non sopportano. Ovunque.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 14/03/2005




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