| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

EDICOLA

Bandiere rosse su l'America Latina

Non se n’è dimenticata. Anche se Bush due sta puntando sull’asse Bruxelles-Tokyo, trascurando i pasticci di Berlusconi, il segretario di Stato sta per affrontare il capitolo America Latina. Il più imbarazzante, a due passi dalla Casa Bianca. Condoleezza Rice andrà in Messico dopo il tour d’Oriente. Con pensieri quasi neri se non altro per equilibrare i colori. Perché la cerimonia della consacrazione di Tabaré Vazquez a presidente dell’Uruguay, ha distribuito in ogni televisione dell’altra America bandiere rosse e mani che si incrociano nelle promesse di amicizia: Lula, Chavez, Kirchner, Lagos e i capi di governo di Ecuador, Panama e Bolivia dove l’inquietudine non finisce mai. La sinistra governa buona parte del continente latino. E fra un anno si vota in Cile dove Michele Bachelet, socialista di Lagos, figlia di un generale assassinato da Pinochet che affoga nei conti da nababbo segreto nascosti nelle banche straniere; Michele, sua vittima, ha buone probabilità di vittoria.

Si vota soprattutto in Messico. Manuel Lopez Obrador, sindaco isquierdista della città più popolosa delle due americhe, è talmente favorito da inquietare gli Stati Uniti. Il Messico non è solo il grande vicino col suo petrolio (quinto esportatore di greggio e primo di gas negli Usa). Ma un filtro che tradizionalmente protegge l'America inglese dalle agitazioni latine. E la Rice corre qui. Sono finite male le strategie oscure per franare l'ascesa di Lopez Obrador, ma si annunciano altre trame. Insomma, il Messico che vorrebbe tornare alle sinistra nazionalista del Cardenas 1938 non piace agli Stati Uniti. Scompigli perfino rosa: Maria Asuncion Araburuzabala, ricca ereditiera del Paese, birra Corona che il mondo beve, è la dama di ferro convolata a nozze con Tony Garza, ambasciatore Usa in Messico. Non uno qualsiasi. E' stato segretario del Bush quando governava in Texas, lo ha seguito a Washington: un amico fidato. Le mani di Maria Asuncion si allungano su giornali e Tv. Poco prima del matrimonio ha aggiunto il 33 per cento di Televisa canale principe dell'informazione nazionale. L'impegno riguarda il potenziamento della rete continentale Univision in previsione della prima catena interamente sudamericana: quel Telesur che parte a maggio con editori quasi pubblici venezuelani, brasiliani, argentini. Una specie di Al Jazeera battezzata Al Bolivar. Nessun dubbio su come si comporterà l'esercito dei giornalisti della signora nella campagna elettorale guidata da Lopez Obrador.

Gli Stati Uniti non dipendono dal petrolio latino, ma non sopportano la diffidenza che per la prima volta sembra escluderli dalle strategie del greggio venezuelano e di Ecuador, Brasile, Argentina. Anche il gas boliviano sembrava assicurato, ma una rivolta indigena ha bruciato l'affare. Per il momento. Il 70 per cento del continente prova a fare a meno della potenza dominante. C'è chi accetta l'Alca (mercato comune dall'Alaska alla Terra del Fuoco) ma vuol ridiscutere, prodotto per prodotto, l'apertura paratiria delle frontiere. Nessuno si rassegna all'invasione del Nord senza contropartite. Ricami tecnici di Lula. Kirchner e Lagos, ma pieghe robuste di Chavez e Castro: lanciano l'idea di allargare il Mercosur fino al Messico nell'ideale Mercato Boliviariano. In ogni caso, i tempi sono cambiati.

Le prediche della sinistra messianica di trent'anni fa non sembrano ispirare la nuova sinistra. La sintesi con la quale Lula cerca di sedurre i governi radicali disconosce l'enfasi roboante dei vecchi giochi per sintonizzarsi con le regole dei mercati. E gli investitori cominciano a riscoprire un continente finora sconsiderato. Troppo volatile; troppo corrotto e populista. Ancora Culturalmente diviso.

Lula, Kirchner e Lagos fanno da pompieri per frenare gli impeti della retorica di Chavez. Col petrolio alle stelle, mai il Venezuela ha accumulato tante ricchezze, fiume di denaro che può condizionare quei paesini dei Caraibi dalle tasche sempre vuote. Ecco perché nel discorso di presentazione al senato, Condoleezza Rice ricorda che “Venezuela e Cuba restano le forze negative intenzionate a destabilizzare la regione”. A dire il vero Cuba non è ormai un problema per gli Stati Uniti. Come ripetono i responsabili della sicurezza succeduti alla Rice, “la sua influenza fa solo discutere l'Europa e i latini dei dissidenti; i pentiti e i nostalgici, anche se resta il problema della liberà di stampa e il rifiuto alla democrazia”. La firma del maestro Abbado apre l'appello degli intellettuali che invitano a non demonizzare Castro. La firma dello scrittore Carlos Fuentes (dopo il libro “Contro Bush”, “stupido e malvagio”, pubblicato in Italia da Tropea) è accompagnato da altre cento firme fra le quali Teodoro Penkoff (ex guerrigliero venezuelano, oggi antichavista) e Tomas Eloy Martinez, peronista romantico. “Deve liberare i prigionieri politici”: chissà se Fidel l'ha letta. Intanto, approfittando del gelo europeo, il mercato si è mosso col beneplacito della Casa Bianca trasformando l'isola di Castro nel nono cliente delle esportazioni agroalimentari. Carne, grano, soprattutto lo zucchero, produzione quasi abbandonata dai cubani: migliaia di container arrivano direttamente all'Avana dagli Stati Uniti. E mentre l'incaricato d'affari, James Cason, espone cartelli colorati, provocazione che ricorda le carceri dove erano stati rinchiusi 75 prigionieri politici, e i fans di Castro rispondono con altri cartelli e serie televisive a fumetti sui prigionieri di Abu Grahib o le torture dei senza nome della Guantanamo americana in terra cubana, Donald Ailee, direttore dei porti del Mississipi firma un accordo per aumentare il collegamento diretto tra Usa-Cuba “quindici, venti per cento in più di cargo entro l'anno”. E progetta un futuro “molto prossimo per trasportare non solo derrate, ma “mercanzia industriale e passeggeri”. Non importa se Bush continua a promettere di rovesciare l'anticristo e Fidel annuncia che i marines provano a sbarcare, moriranno. Dietro le parole i problemi restano concreti. L'allarme di Zapatero sgela l'Europa: stiamo dilapidando l'influenza su un'isola destinata – per cultura di massa sconosciuta nella regione, e specializzazioni scentifiche – a diventare lo spazio ideale di servizi a basso costo e alta affidabilità. Senza contare lo sbarco degli investimenti cinesi. Cile, Brasile, Argentina, Venezuela, naturalmente Cuba, programmano trasformazioni nutrite dai capitali in arrivo da Pechino. Ma Pechino ha idee chiare, e non corre rischi. Il vice presidente cinese Zeng Qinghong, è tornato all'Avana per sorvegliare la riapertura delle miniere del nichel, ricchezza finora sepolta dall'embargo. La Cina ha siglato l'accordo per sfruttarla. Zeng è ripartito lasciando al cancelliere Roque Perez il decalogo del suo malcontento: Cuba è un Paese socialista ed amico ma il suo non sviluppo dipende dalla “strana impostazione di un'economia centralizzata che rovescia il modello vincente della Cina. Perché frena gli investimenti stranieri? Perché proibisce le privatizzazioni? Impedimenti che non permettono di superare la sofferenza sociale e migliorare i servizi pubblici bloccando la diffusione della ricchezza nella popolazione”. Il modello Pechino dà risultati straordinari, il modello Cuba resta immobile e senza prospettive. Parola di Zeng.

Non tutti i Paesi latini corrono a sinistra, ma quante delusioni per Washington. Corruzione in Salvador e Nicaragua, inquietudini e massacri continuano in Guatemala e la delusione del professor Toledo, gringo con la faccia da indio, americano per laurea e cultura, eppure il suo Perù va sempre peggio. L'alleato sul quale Bush vuole consolidare l'influenza tra i paesini del centro e il subcontinente, resta la Colombia. Col presidente Uribe il rapporto è strettissimo: lotta al narcotraffico e alle guerriglie che sconvolgono il Paese, armando il “plan Colombia” nella dimensione di una saldatura militare. Occhi aperti su Panama, canale la cui gestione è stata vinta da Pechino. Uribe è il liberista che ogni giorno rinsalda la devozione anche se continua a battere cassa perché i 7,5 miliardi di dollari promessi arrivano col contagocce.

L'America Latina gira pagina e scrolla il passato? I diagrammi economici delle Nazioni Unite sembrano confermarlo. Nel 2004 gli investimenti stranieri sono aumentati del 40 per cento, buona notizia subito dimensionata sul dove sono finiti i miliardi dello sviluppo: il Brasile di Lula ne ha raccolti il 79 per cento in più del 2001, seguito dal Cile (73) e dal Messico (47). Male gli altri, guidati dal Venezuela: 68 per cento in meno. E le previsioni economiche continuano ad annunciare una perdita di interesse da parte dei grandi capitali. Sembra una diminuzione inarrestabile di competitività. Wall Street e le Borse guardano verso Oriente. Non solo Cina, ma India, Corea, Malaysia. Con qualche miglioramento, eppure gli affamati del continente cassaforte di ogni ben di dio, viscere dell'Amazzonia ancora da sfruttare, sono quasi la metà della popolazione. La corruzione continua ad inquinare le burocrazie. Con l'eccezione di Cile e Brasile, uno studio del Consiglio Nazionale per l'informazione degli Stati Uniti, disegna la mappa dello sviluppo globale non riconoscendo miglioramenti a quasi tutti i Paesi latini, mentre l'analisi della Georgetown University colloca lo sviluppo scientifico della regione agli ultimi due posti fra le 197 università dei due continenti: solo al Centro Studi Nueva Mayora, in Argentina, e all'università Diego Portales del Cile viene riconosciuta qualche dignità. Il resto è considerato “obsoleto e di scarso interesse”. Ecco perché, conclude, “il divario tra America Latina e i Paesi progrediti continuerà ad allargarsi nei prossimi quindici anni”. Anche tra le bandiere del continente le differenze si allargheranno. Facile ipotizzare l'aumento di inquietudini e povertà, esasperazione che esaspera l'enfasi dei leader estremisti ai quali i senza speranza finiranno con l'aggrapparsi”. Il Cile resta l'eccezione: quindici anni di democrazia hanno ritoccato il modulo Pinochet. Prevedeva che solo il 30 per cento di popolazione privilegiata avesse diritto ad ogni attenzione. Il resto della gente doveva portare pazienza per raccogliere, nel tempo, chissà, eventuali risvolti positivi della crescita stimolata dal liberismo. Lagos e gli altri presidenti hanno ridotto il baratro sociale, ma le disuguaglianze penosamente sopravvivono. Il Brasile è una speranza, ma con la complessità dei problemi di un paese-continente che il malgoverno lungo un secolo ha precipitato nel sottosviluppo. Non è facile riemergere dalla giustizia sociale diffusa. Questo spiega l'altalena della popolarità di Lula. I Senza Terra gli rimproverano le debolezza della riforma agraria e sospendono il consenso. I partitini moderati della coalizione non accettano certe aperture sociali: alcuni ministri se ne vanno pur continuando ad appoggiarlo dall'esterno. Resta il riconoscimento internazionale di chi sostiene che Brasile, India, Cina e Sudafrica sono più importanti della Banca Mondiale, adesso poi finita nelle mani di Paul Wolfowitz, falco duro di Bush. L'incontro organizzato il 10-11 maggio a Brasilia tra Paesi latini e Paesi Aarabi allarma gli Stati Uniti. Probabili saldature commerciali, ma quali altri impegni usciranno? Nel subcontinente iberico vivono 17 milioni di persone di discendenza araba il cui profilo sociale ha buona consistenza. Base invidiabile per i mercati; base inquietante se le idee sconfinano nella politica di chi sopporta malvolentieri la denominazione della superpotenza. In una regione che da un secolo coltiva guerriglie, non è una buona notizia. Washington segue con esasperazione nervosa le bozze dei programmi e “l'ambiguità di certe proposte”. Il paragrafo 2.9 dell'agenda mette in discussione “il diritto legittimo dei popoli di resistere all'occupazione straniera”, sia militare che economica. “Non vorremmo che le conclusioni legittimassero la resistenza armata”, si è immalinconito con Andrés Oppenhiemer del Miami Herald, un funzionario del Dipartimento di Stato. E Condoleezza Rice va a fare la predica.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 21/03/2005




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |