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Adolfo Scilingo, il contabile dell’orrore del Rio della Plata

È un allarme che fa tremare l’intransigenza di certi militari, non solo in Argentina: Cile, Uruguay e la galassia dell’America Centrale proteggono nelle pieghe della burocrazia uniformi più o meno alte e dalle mani sporche. Ormai in pensione, vecchi signori (come ha detto sei anni fa il cardinale Sodano intercedendo per Pinochet) che solo all’altissimo risponderanno della propria coscienza. Il passato è passato, ma il passato non passa per il procuratore spagnolo Garzon. Dopo Pinochet, il cui arresto e la liberazione rosa di Londra avevano riaffermato una faticosa impunità, il capitano Adolfo Scilingo va in prigione con la condanna esemplarmente virtuale a 640 anni.


Si apre un nuovo capitolo nel rapporto tra oppressi ed oppressori. Se le loro patrie esibiscono tolleranza, la morale di altri paesi non assolve i loro delitti né arroganze irriducibili: sono talmente convinti di avere sepolto il crimine sotto amnistie ed indulti, da trasformare il passato in uno spettacolo televisivo. O nel ring della resa dei conti. Proprio lo spettacolo ha tradito Scilingo. La Televisione spagnola gli ha pagato viaggio e disturbo per una lunga intervista a Madrid alla vigilia della sentenza che lo vede imputato. Un po' ci ha pensato, consultando avvocati ed amici di Buenos Aires. Non l'hanno proprio tranquillizzato, ma nemmeno spaventato. E la vanità nera ha avuto la meglio, patologia del capitolo sadismo. Più o meno la stessa debolezza nella quale è caduto Pinochet.


Scilingo vola “volontariamente” in Spagna per farsi riprendere ed interrogare al processo che lo vede accusato di trenta delitti, vittime cittadini di origine spagnola, soprattutto dell'assassino di una giovane donna incinta: sparisce assieme al marito abbandonando il bambino alle tenerezze di militari senza figli appena in ombra fra le quinte della tortura. La Carlotto e le nonne di piazza di Maggio continuano a cercarli, ma il capitano Scilingo non ammette di sapere in quale casa timorata di Dio sia finito il bambino di Maria Marta Vasquez Ocampo, nato nei sotterranei della Scuola di Meccanica della Marina, a Buenos Aires. E subito strappato alla madre: Maria Marta non torna dal volo che Scilingo le ha organizzato. Lo ha raccontato lo stesso capitano dopo che una sopravvissuta dai sotterranei della scuola militare della marina, lo ha riconosciuto nel torturatore le cui prodezze venivano declamate davanti ai prigionieri da colleghi invidiosi. E Scilingo ha confessato con la precisione di un contabile che apre le borsa dei documenti. Dopo averla stremata con i fili della tortura, ha intontito la ragazza, liquido paralizzante che nel gergo degli incappucciati continua a definire “pentonaval”. Poi il tuffo nel Rio della Plata. Sparita così assieme ad altre 30 mila innocenti.


Negli anni '80 la storia di Scilingo era stata dissotterrata da un giornalista argentino la cui vocazione continua a frugare quel passato: Horacio Verbitzky, detto “perro Verbitzky”, cane dal fiuto sottile che non si arrende. La prima confessione sul giornale “Pagina 12”. Poi Verbitzky scrive un libro - “Il volo” - tradotto in tutto il mondo: in Italia esce da Feltrinelli. E nel paese straziato dal documento di mille pagine cucite assieme dallo scrittore Ernesto Sabato, testimonianze di “Nunca Mas”, mai più, Scilingo accetta di ammettere due delitti, solo due, ed è disposto a parlarne nell'inginocchiatoio del Porta a Porta argentino. Grande ascolto Tv. Anche allora girava il sospetto di un discreto guadagno. Gli era accanto il giornalista scrittore ma anche il vescovo Laguna, allora portavoce di una Chiesa che cominciava l' esame di coscienza. Solo i rimorsi hanno spinto Scilingo ad ammettere due dei trenta delitti dei quali è accusato, naturalmente protetto da indulti e dai punti finali che governi troppo fragili distribuivano per pacificare la nazione e dimenticare il passato? Non solo, ha risposto e continua a rispondere il capitano. “Volevo anche vendicarmi dei generali che hanno fatto sparire mia sorella e dello stesso Massera che non ha mosso un dito per evitare le stragi. Un militare deve solo obbedire al superiore. Mi considero una loro vittima”. Sapeva del sistema che imponeva tortura, uccisione e silenzio solo per un sospetto di non sopportazione, anche solo intellettuale, verso la dittatura? Scilingo comincia a mentire, ma poi si arrende: era uno dei seicento militari convocati al cinema di Puerto Belgrano dove l'ammiraglio Luis Maria Mendoza catechizzava sulla pianificazione della repressione. Chi metteva in dubbio «l'ideologia occidentale e i sentimenti cristiani» doveva essere considerato sovversivo e sparire. In quale modo, lo spiegavano i tecnici che facevano corona all'ammiraglio. E poi i prontuari. Ma come ricorda Scilingo: “È stata la pratica a perfezionare la strategia”.


Il suo arresto fa tremare altri argentini anche perché la nuova alta corte di Kichner ha cominciato ad erodere le leggi del vogliamoci bene e dimentichiamo il passato firmate da presidenti come Menem. Adeguando la giurisdizione argentina alla giurisdizione internazionale, chi é responsabile della sparizione dei bambini rubati a madri condannate a morire sotto tortura, va dentro anche a Buenos Aires come in tutto il mondo. Astiz, l'angelo nero, è in prigione solo per questo. Dei delitti riconosciuti delle suore francesi e di altri crimini documentati, è stato ritenuto responsabile, ma non punibile. La liberà arrogante lo aveva trasformato nell'angelo dei night club fino a quando due storie di bambini l'hanno messo al fresco. Gli altri restano liberi o agli arresti domiciliari, non importa il cumulo dei delitti. Anche il tribunale di Roma ha pronunciato sentenze pesanti. Sono rimaste una sgradevole teoria per chi invecchia felice nell'Argentina che non concede estradizioni. Ed ecco che l' ”infortunio” di Scilingo apre nuovi esami di coscienza nei governi latini, e non solo latini. Verbitsky ne è convinto.


Il suo lavoro di scrittore di inchieste ricorda uno scavatore di altre tragedie: il Wiesenthal di Vienna, cacciatore di nazisti. Verbitzky è stato premiato negli Stati Uniti e in Germania. Fa parte del comitato dell'Uman Right Watch delle due Americhe e sa affrontare senza impaurirsi le reazioni che i suoi documenti gli scatenano attorno. Per dieci anni ogni domenica ha incalzato Menem dimostrando su “Pagina 12” quanto aveva rubato durante la settimana. Articoli diventati libri famosi: “Robo para la corona”. Querele e vita difficile, ma alla fine si é riconosciuto che aveva ragione. “Menem voleva un mondo senza giornalisti, parlo di quelli che non imbiancano i giornali ma scoprono verità che nella democrazia tutti devono conoscere. I tipi come lui possono solo averne paura». L'ultima “verità” di Verbitzky ha infuocato Buenos Aires alla vigilia del conclave. Il libro dedicato al cardinale Mario Jorge Bergoglio, primate d'Argentina, indicato fra i papabili, indaga sui suoi supposti silenzi riguardo a due giovani gesuiti spariti nei sotterranei di Scilingo. “Un grande giornale italiano mi ha svillaneggiato al buio senza voler vedere documenti, lettere, prove. Neanche una telefonata. Nemmeno sfogliato il libro. Peccato, perché il buon giornalismo può cambiare la realtà e magari assolvere le coscienze”. E Verbitzky continua a scavare. La galera virtualmente eterna di Scilingo è una delle conseguenze. Forse solo l'inizio della revisione morale da concludere magari col perdono, ma dopo aver accertato ogni terribile verità: “Possono le nuove generazioni crescere sulla storia mai scritta che ha sconvolto il mondo e le loro famiglie”?


Maurizio Chierici – L'UNITA' – 21/04/2005




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