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Brasilia, “senza terra” in marcia in nome della terra

Brasilia. Strana festa, non proprio una festa. I senza lavoro che cercano lavoro, ma il loro lavoro è la terra. In sei stati del Brasile i Sem Terra vanno in piazza agitando cartelli per ricordare una emigrazione che non finisce mai, ricerca del posto dove mettere radici. Migliaia di famiglie vagabonde vogliono un po' della terra abbandonata, non coltivata, milioni di ettari senza padrone, dove prima o poi pianteranno le baracche sfidando milizie di proprietari più o meno reali. Milizie che minacciano, sparano, bruciano. I Sem Terra di oggi sono nipoti dei braccianti agricoli che nel 1946 si sono riuniti nei primi sindacati rurali per chiedere alle oligarchie l'abolizione del lavoro “tradizionale” nelle campagne. “Tradizione” voleva dire caporalato, ingaggi a giornata, paghe affidate alla generosità del padrone, nessuna assistenza sanitaria, quasi schiavitù. E la parola pensione aveva suoni misteriosi. Cosa vorrà dire? chiede stupito un protagonista di “Cacao”, romanzo del primo Jorge Amado. Comincia un'inquietudine che mai si accontenta. Vogliono strade, luce, acqua. E poi le scuole “perché i nostri figli devono imparare a fare la firma”, per non annegare nelle periferie delle città. Ma l'autodifesa di ogni grande proprietario ripropone vecchie violenze e qualche massacro. Nel ‘64 il regime militare rimette le cose a posto; li costringe a scappare. Le grandi città diventano immense corone di stracci: San Paolo, 21 milioni di abitanti.

Ho incontrato due protagonisti che consolano la disperazione in modo diverso.
Dom Tomas Balduino, domenicano, vescovo emerito di Goias, due ore di macchina dalla capitale federale. Nel palazzo della conferenza episcopale brasiliana, qualche giorno fa ha organizzato una riunione per fare il bilancio di un anno e decidere con quali occhi guardare il futuro. Il vecchio prete è ancora presidente della commissione pastorale per la Terra, nata '75 per proteggere le campagne dalla violenza dei latifondisti. “Ha segnato una svolta”, ricorda, “nella storia del paese. La dittatura stava liquidando il movimento contadino, la Pastorale lo ha impedito difendendo i Sem Terra anche dall'oligarchia che accompagnava il presidente Cardoso”. Malgrado barbe, maglie colorate, striscioni e qualche bandiera, l'incontro procede col distacco di chi raccoglie nel computer numeri e progetti consueti a un'assemblea di imprenditori. Grafici e diagrammi, soprattutto elenchi i cui capitoli segnano la differenza dalla routine: con la paura. Bilancio 2004. Capitolo che contempla la violenza contro i Sem Terra: 338 aggressioni. Fra le 2084 persone minacciate di morte metà sono operatori umanitari, ecologisti, agenti delle Ong brasiliane e straniere, religiosi che lavorano nelle baracche. Fra Sem Terra che le hanno piantate si è cercato di spaventare tre generazioni: dai 18 anni di Francisca de Lima, ai 67 di Antonio Dias Peixolo. Petra Cristina Costa Santos è una dei 178 bersagli mancati dai colpi dei pistoleiros. Viva, e vivi per miracolo. Killer quasi sempre incappucciati, non ce l'hanno fatta. 39 delitti l'anno scorso, anche il 2005 è cominciato male: dodici morti nelle prime settimane e fra loro un ambientalista, un sindacalista e suor Irma Dorothy Mae Stang, 72 anni, missionaria Notre Dame. Un mattino, alle otto, mentre assieme a una ragazzina camminava verso la tenda dove stava per cominciare la riunione dei senza terra, due bravacci le hanno tagliato la strada: Raifran das Neves e Clodoaldo Carlos. Sparano senza una parola e vanno via. La ragazza li ha riconosciuti e li ha denunciati. I Sem Terra vivono sul filo e non hanno paura di testimoniare la verità. “Tacere significa permettere l'assassinio di un altro come me”: Gerson Meson Delmino si appoggia alla bandiera con la quale è arrivato da Belem. Non sopporta le omertà mediterranee. L'elenco degli assassini e dei mandanti che dom Balduino legge nell'auditorium dei vescovi, ricorda il Salvador, denunce strazianti del vescovo Romero, anche morto sull'altare. “Mandanti dell'omicidio di cinque lavoratori di Marabù, stato del Para, i signori Mion Lopes Pidde, Joao Lopes Pidde, Lourival Santos de Rocha. Poco lonano anche Orlando Dias da Silva ha ordinato l'esecuzione di José Pinheiro Lima, sua moglie e il figlio Samuel”. Non proprietari immensi, mezzo latifondo che in Brasile vuol dire trecentomila ettari. Ma quando le tenute diventano grandi come Belgio o Svizzera, e i padroni assenti sono società nascoste sotto il numero di un telefono, a New York o Stoccarda, il nome della multinazionale che affida la tutela della proprietà ai paramilitari, si perde nella galassia delle scatole cinesi. Solo la Volkswagen è stata costretta a vendere in fretta il suo milione di ettari in Parà dopo la testimonianza di uno schiavo: in fuga ha aperto il sipario sul nuovo medioevo. La voce continua a fare l'elenco dei nomi nella sala dei vescovi di Brasilia; attraversano noiosamente il silenzio mentre i giornalisti prendono nota.

Mons Balduino sintetizza il bilancio: 1379 Sem terra uccisi in 19 anni, 570 persone imprigionate solo nel 2000 quand'era al governo la destra di Cardoso. La repressione sta aumentando. Nel 2004 le famiglie espulse da terre abbandonate o non coltivate, sono state il 5 per cento in più. 421 persone condannate al carcere. Una famiglia ogni 6 sgomberata dalla capanna appena costruita. “Preferirei che il Brasile avesse una riforma agraria organica, ma non ce l'ha e il solo modo per realizzarla resta l'occupazione. Il governo ha regolarizzato queste occupazioni ma le ha calcolate come realizzazione della riforma. Non esiste una riforma a bocconi soprattutto sotto la pressione dell'impoverimento dell'agricoltura messa in angolo dai piani di importazione. Il Brasile compra fuori fagioli, mais, riso, latte. Le campagne si impoveriscono e la gente scappa. Verso le città, se no, dove?”.

Joao Pedro Stedile, presidente del Movimento Sem Terra, alza l'indice ogni volta che vuol dar peso alle parole.

Occupare le terre insegna a diventare cittadini. Obbliga a doveri, e dà peso ai diritti. Nessuno Sem Terra che mette radici in un terreno e pianta in villaggio, nessuno, diventa ricco. Ma vive sotto un tetto, tutti lavorano, mangiano e i bambini vanno a scuola. Tre milioni di persone sono sfuggite alla violenza delle periferie per ritrovarsi e sperare assieme. Fanno ridere i discorsi dei politici della destra, in conto spese alle grandi famiglie: rimproverano al movimento “l'estrema povertà” degli insediamenti dei Sem terra. Questi deputati sanno come vivevano prima? La tragedia del Brasile è la non conoscenza della vita quotidiana della gente.

Lo stato cosa deve fare? E il presidente Lula nella rete di interessi difficile da smontare, come può bilanciarsi tra la grande economia e l'ultima povertà?

Non basta trasformare in riforma agraria il riconoscimento dell'occupazione di un certo numero di insediamenti demaniali non coltivati. Non basta valutare gli intrighi di giudici che assegnano terre senza padrone a proprietari improvvisati, naturalmente amici. Riforma vuol dire strappare dai gironi di periferie centinaia di migliaia di persone che possono diventare braccia produttive. Inserirle in luoghi non lontano dai centri di consumo per favorire la concorrenza. Scuole, luce, acqua, ambulatori, ma non solo: ribadire la legalità del nuovo status degli occupanti e punire la violenza che ancora li addolora.

Lei parla di terre abbandonate, ma esistono giornali, Tv e libri i quali sostengono che in Brasile non esistono terre abbandonate e non coltivate...

Il 90% dei mezzi di comunicazione è controllato da gruppi economici sfavorevoli alla distribuzione delle loro terre. Qualsiasi borghesino brasiliano che si è fatto una fazenda per darsi un po' di lustro, ma che della fazenda non vive anche perché non ha tempo di interessarsene, per ragioni di principio ne difenderà la dubbia legalità del possesso agitando lo spettro della prevaricazione populista. Quale maggior beffa per un paese e per i suoi media difendere terre improduttive impedendo che siano coltivate da chi potrebbe vivere con la dignità di questo lavoro? Le nostre previsioni vedono altre 400 mila famiglie occupare terre nei prossimi tre anni. Sono 400 mila famiglie da strappare al vagabondaggio inerte delle periferie. 400 mila famiglie che non soffriranno la fame. Il governo deve rendere accessibile le terre sufficienti affinché questa speranza venga esaudita. Il presidente Lula deve convincersi che la riforma agraria è lo strumento più rapido e indolore per salvare milioni di poveri”.
Lula ci prova, ma le grandi famiglie fanno muro.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 04/05/2005




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