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Pizza nera a Buenos Aires

Quando la sentenza della Cassazione ha assolto per sempre i fantasmi neri di piazza Fontana, il ristorante Filò, non lontano dallo Sheraton di Buenos Aires, era chiuso per riposo, eppure si intravedevano luci e gli avventori che provavano a bussare, ascoltavano voci. Ma nessuno rispondeva. Dirimpetto a Filò un piccolo bar metteva le ragazze in vetrina e la padrona della vetrina assicurava a chi chiedeva se il proprietario del ristorante era passato di lì, che Giovanni era passato assieme ai soliti amici. Aveva sigillato la porta per difendere l’intimità di una cena. Impossibile disturbarlo.

Giovanni, è Giovanni Ventura. Forse ha festeggiato la fine dell’incubo. Malgrado assoluzioni e assicurazioni non smetteva di inquietarsi: quelle domande dei giornalisti di passaggio, sempre meno ma sempre curiosi nel rivangare una storia che “da tempo non lo riguardava”.

Da l'altro ieri non lo riguarda più. Nessun amico è stato condannato, nessuna possibilità che un pentito lo ritiri dentro. Sulla strage ogni domanda è inutile.

Sono stato uno dei curiosi, molti anni fa, quando Ventura sedeva alla cassa di una pizzeria alla moda di Buenos Aires. Non lo rivedevo dalla primavera 1970, tribunale di Bologna: da una parte i querelanti Freda e Ventura, dall'altra quattro giornalisti: Al mio fianco Carlo Rossella, cronista di Panorama, non ancora lord Byron: amava travestirsi da Kocis, l'indiano metropolitano di Hollywood, capelli che scendevano fluenti in fondo alla schiena. I due “editori” pretendevano giustizia per le offese dei giornali accusati di aver storpiato le loro idee e la loro storia. Non erano teologi del nuovo nazismo, ma agit prop di un maoismo atipico eppure “sincero”. Nessun legame con gli “anarchici delle bombe”, povero Valpreda, mostro inventato dal Corriere di quegli anni. Stavamo per essere condannati per l'efficienza della pubblica accusa e la malinconia dignitosa degli offesi. Ma poi li hanno arrestati. Sono cominciati processi infarciti di prove false, deviazioni furbe, militari infedeli abilissimi nel dirottare indagini e sospetti. Quando a Buenos Aires ho detto chi ero al Ventura pizzaiolo, si è alzato con aria furiosa:. “Fuori di qui, altrimenti ti faccio buttare fuori”, come per dire “non mi sporco le mani”.

Ma è la storia di qualche anno fa. Adesso fa il proprietario accogliente di un ristorante alla moda dove perfino l'inconsapevole Guccini è stato trascinato e invitato a cantare per arricchire con l'estemporaneità di un piccolo spettacolo, il mito del Ventura “pacifista ed intellettuale”. Non lo sapevo e appena glielo hanno detto, è scappato inorridito. Cartoline regalo per gli ospito che entrano. No alla guerra. Aiuta i bambini che muoiono di fame. Vecchia strategia delle tensione giocata su due binari: apparire ciò che non si è palesando un'identità che facilita la fuga quando ti pescano con le mani sporche.. Tesi elaborata da Pio Filippani Roncoroni, ex SS-Sturmbrigate Italia, del quale Zorzi, Ventura, Freda erano stati allievi, vicini e lontani, perfino sui banchi dell'università. Oggi Filippani Roncoroni è un vecchio signore: studioso sul “Corriere della Sera”, ma la reazione del Cdr e di De Bortoli, direttore del tempo, gli hanno chiuso le pagine in faccia.

Il Filò di Ventura è un posto alla moda. Tovaglioli rigorosamente neri. Le ragazze che portano in tavola sembrano reclute di Salò. Vestito come un marò, basco nero con la punta sull'orecchio, Denny De Biaso, veneziano, sorveglia la sala cercando avventori italiani con i quali scambiare due parole: “Sconto Alitalia?”, chiede al momento del conto. Non solo l'Alitalia ma ogni manager italiano di passaggio gode di qualche favore. Cinque anni fa la nostra ambasciata festeggiava con un pranzo nei suoi saloni l'uscita del Corriere a Buenos Aires. Al Corriere non sapevano nulla, ma in cucina c'erano i cuochi di Giovanni Ventura. Lui passeggiava fra gli invitati, quasi un padrone di casa dopo l'ambasciatore.

Come ha ricordato il giudice D'Ambrosio, Ventura è un personaggio centrale nell'attentato di Piazza Fontana, e non solo. Nel libro sconvolgente che Giorgio Boati ha dedicato alla tragedia (“Piazza Fontana”, editore Einaudi) 167 delle 423 pagine che raccontano l'Italia sotterranea degli intrighi perbene; 167 pagine fanno luce sulla vita sciagurata di Ventura. Cliccare su “Google” impegna un'attenzione infinita: 236 mila schede parlano di lui. Lui che nel '66 spedisce duemila lettere a duemila ufficiali del nostro esercito invitandoli ad insorgere contro il governo; lui che assolto per insufficienza di priva a Catanzaro, scarcerato con l'obbligo di una residenza sorvegliata, se ne va in America Latina, passaporto falso passato sotto banco dai servizi. La Bolivia ha bisogno di gente come Ventura e Delle Chiaie. Il pericolo di una sinistra sulla soglia del potere fa scattare il colpo di stato del generale Banzer, uomo Cia. Come più tardi Pinochet, gli mancano penne disposte ad inquinare l'informazione smentendo le voci di massacri e torture dei giornali d'Europa. Quando il dittatore se ne va e la democrazia si riaffaccia, Ventura scappa in Argentina. Passaporto falso, subito arrestato e subito liberato per l'intervento dei servizi italiani. Riaffiorano i due binari della strategia. Ventura viene arruolato fra le ombre di Buenos Aires. Frequenta la libreria “Gandhi”, bivacco della sinistra radicale. Diventa uno degli utopisti che si parlano addosso, infiltrato speciale. Hanno in mente di attaccare le caserme dove ingrassano i militari colpevoli di torture negli anni della dittatura militare. Ventura li eccita, predica l'assalto a tutti i costi. E quando i ragazzi e un frate si buttano, l'imboscata li aspetta con la precisione che la gola profonda ha disegnato in segreto, fra i libri. Soffiata storica, li stanno aspettando. Alla Tablada due morti, e decine di prigionieri mai tornati in città. Subito dopo il profugo dal passaporto falso comincia a maneggiare tanti soldi. Prima la pizzeria gran richiamo, poi Filò: una star. Nessuno ormai ricorda i timer scanditi dagli orologi Ruhla ritrovati nello studio di Ventura a Castelfranco Veneto. A nessuno viene in mente chi i poliziotti ed ufficiali incaricati di far luce su Piazza Fontana, Piazza della Loggia e l'attentato alla stazione di Bologna, per caso avevano in tasca la tessera P2. Il tempo passa. Morto il capitano La Bruna, P2, carabiniere che ogni tanto andava in Spagna a pagare lo stipendio a chi era sparito nel niente ma ancora figurava nei registri dei collaboratori dei servizi mentre la magistratura si affannava ad emettere ordini di cattura internazionali; morto il capitano e morti tanti altri, i protagonisti neri respirano all'ombra delle solite compiacenze. E sparisce l'Italia dove i Ventura di oggi continuano a prosperare. Resta l'elenco dei morti, reperto fastidioso. Adesso la Cassazione ha messo il sigillo. Per fortuna non se ne parla più. Val bene una cena felice dietro la porta di Filò.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 06/05/2005




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