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L'Italia? E' finita in Sudamerica

Arriva a Mosca l’uomo in grado di evitare la guerra fredda. Bush e Putin si guardano a muso duro, eppure Silvio Berlusconi che ha sospirato la rielezione del presidente americano aspettando nel bunker fidato del Cremlino di brindare col padrone di casa il successo del grande amico; solo Berlusconi può farli riabbracciare quando vuole. Il suo prestigio internazionale lo consente. Magari tutti da Silvio un sabato sera, villone affacciato nel mare di Sardegna. Una sua parola (in quale lingua resta mistero) può sciogliere il gelo: distensione e democrazia dipendono tanto da lui.

Davanti al Tg di Rede Globo, nella casa di San Paolo, ride (non sorride) con l'allegria di chi si gode il giorno di festa, Mino Carta, giornalista che da quarant'anni accompagna la storia del Brasile. Ha fondato e diretto un quotidiano e i tre settimanali più seri e più venduti. L'ultimo, Carta Capital, festeggia il decimo compleanno. Un' Espresso riflessivo. Le sue analisi inquietano chi manovra il paese. Nella pagina dei commenti l'Italia viene ricordata quasi ogni settimana: cinquanta righe non solo per nostalgia dell'ex ragazzo che ha lasciato Genova al seguito del padre chiamato dal mitico Mattarazzo a dirigere la Fohla di San Paiolo; le cinquanta righe sintetizzano l'amarezza di chi ci osserva da lontano non sopportando lo sfascio. Berlusconi né è sempre protagonista.

Sudamericano è l'aggettivo che accompagna il disprezzo delle polemiche italiane: sintetizza imbrogli, cambi di bandiera, corruzione e le bugie di politici che rovesciano la morale nell'avanspettacolo, pur di restare a galla. Come può, chi è ormai sudamericano, ridere del capo del governo italiano? “Non rido”, risponde Mino Carta: “Mi vergogno. Non esistono differenze sostanziali tra la classe dirigente che oggi ha in mano le redini dell'Italia e la élite brasiliana, ignorante e ben determinata a mantenere i privilegi come stanno. Acconsentono a cambiare la forma mai la sostanza. In questo senso è agghiacciante la somiglianza con l'Italia di Forza Italia e dintorni. Riescono ad essere più provinciali dei provinciali pacchiani di qua”.

Carta è un inventore di giornali. Da giovane ha frequentato le redazioni di Time, l'Express, Spiegel; a Milano si è fermato a Panorama di Lamberto Sechi.

Ha respirato un'aria diversa dalle abitudini brasiliane, esperienza che ne ha segnato la vita. La San Paolo di quegli anni era difficile, ma Carta ha fatto finta di non rendersene conto creando giornali senza fare l'imbianchino dei potenti, continuando a mettere le mani, quasi fosse in Europa, sotto le carte ufficiali alla ricerca della verità. Jornal do tarde, era il quotidiano nato da una costola da Estado do San Paolo: giornale-padre conservatore dagli occhi chiusi, giornale-figlio senza peli sulla lingua. L'editore Civita (milanese scappato da Milano per le leggi razziali) gli chiede di inventare Veja, 1967, Brasile sotto dittatura militare. Subito un grande successo, il successo continua. Subito la censura. Poi due volte in galera, ma Mino Carta non si arrende. Risponde ai genitori inquisitori con l'ironia di una serie storica dedicata alle crociate in cui combattenti ogni settimana ripetono il ridicolo e le violenze dei militari che incatenano il paese. Come ha fatto Jorge Amado con “Alte uniformi e camicie da notte”. Amado è dovuto scappare a Parigi, Carta è rimasto. Purtroppo Civita ha bisogno della banca nazionale per allargare la casa editrice. E un ministro fa dipendere il prestito dalla testa di Carta. Che non si rassegna a cambiare niente, a non licenziare le penne indesiderate: se ne va dopo l'assassinio di Herzog, protagonista televisivo della cultura brasiliana morto sotto tortura. Fonda Istoé mentre il regime declina. Lo fa trionfare quando i militari se ne vanno. Dieci anni fa organizza Carta Capital chiamando analisti e politologi raffinati. Ecco perché le sue parole sull'Italia rattristano che le ascolta.

Le curiosità è capire se una carta somiglianza con la politica del proprietario di Rede Globo, protagonista assoluta della comunicazione brasiliana, quel Roberto Marinho poco amato dagli intellettuali liberi di un Paese del quale è stato padrone fino a un anno fa quando si è spento centenario; curiosità di capire, se la strategia insopportabile del voler comandare tutto e tutti possa influenzare il giudizio negativo di Mino Carta su Berlusconi. Perché i due dottori si somigliano a partire dalle telenovelas. Marinho ne è stato imperatore, nonno di Beautiful e Dinasty sulle quali importatore Berlusconi ha costruito il monopolio della Tv e della pubblicità. Poi il legame parallelo e strettissimo con politici in eterna genuflessione per mendicare spazio sui teleschermi. Imploravano volevano farsi vedere, altrimenti nella società dell'immagine restavano solo ciò che promettevano a mani vuote, e non bastava.

No, Marinho e Berlusconi sono diversi: analisi di Mino Carta. Marinho è diventato boss dell'informazione con la protezione del regime militare. Berlusconi ha costruito l'impero con l'aiuto di Craxi, decreti ad personam e bacchettate ai magistrati che si opponevano. Dittatura e democrazia non sono paragonabili. Ma la diversità è più ambigua e profonda: “Marinho non si è mai sognato di diventare padrone politico del Brasile. Mai ha immaginato un partito unico ai suoi piedi. Quel tira e molla con la bancarotta che dà un mano ai truffatori non rientrava nelle sue corde. Lavorava sulle stesse ipotesi restando fra le quinte. Nessun discorso o proclama Tv. Mi par di ricordare di averlo visto nei Tg una sola volta quando è entrato da “immortale” nell'accademia delle lettere brasiliana. Il passaggio televisivo più lungo riguarda il suo funerale. Il feretro passava fra le lacrime. Piangeva anche il presidente Lula e mi sono sorpreso. Marinho sapeva benissimo di essere il padrone del Brasile e non sentiva il bisogno di apparirlo. A cosa serviva diventare presidente della repubblica presidenziale, quando era in grado con giornali, Tv. Manovre economiche alle quali nessuno sapeva resistere, di ottenere tutte le leggi che gli servivano, e di far votare la gente per gli amici che lo omaggiavano, e di far eleggere i presidenti che sceglieva: Collor, perfino Fernando Henrique Cardoso erano appesi ai suoi fili. Con la dittatura non ha superato il perimetro che riteneva sicuro: ne ha approfittato senza strafare. Poi è venuta la grande influenza sulla società nel primo ritorno della democrazia, anche se pare impossibile una democrazia autentica in un paese tanto squilibrato: l'eredità della schiavitù resta ancora sui marciapiedi degli affamati. Si è fatto aiutare nei corridoi della politica da Antonio Carlos Magalhàes, governatore di Bahia, senatore e ministro della comunicazione. Una specie di Andreotti senza raffinatezza ed ironia: il suo ruolo ricorda l'impegno di Gianni Letta. L'assicurarsi il controllo del 70-80 per cento della pubblicità nazionale lo fa somigliare, questo sì, a Berlusconi. Marinho condizionava ogni giornale e ogni tv. Senza pubblicità i media non vivono e Marinho distribuiva ossigeno pretendendo che gli editori appoggiassero suoi disegni”. Rete di influenza che copre l'intero Brasile. “A differenza di Berlusconi aveva scelto di invecchiare nel mondo astratto dei potenti senza tingersi o trapiantare i capelli o farsi mettere a posto le righe dall'amico Pittangui, profeta della chirurgia plastica. Nel Brasile dove il calcio è quasi religione non ha mai fatto il presidente di una squadra. Per il resto manteneva le virtù di qualsiasi miliardario sudamericano. Leggende sull'abilità di subacqueo, cavallerizzo, tombeur des femmes. Voci di voci. Nessuno osava fargli domande. Vestiva sobriamente, senza grande gusto, eppure sembra quasi elegante quando il paragone sono i doppipetti e le cravatte di Berlusconi. Se proprio devo pensare a un parallelo tra il presidente italiano e un politico brasiliano, il politico è Paulo Salim Maluf, origine siriana, governatore di San Paolo imposto dalla dittatura. Anche lui imprenditore. Canta e suona davanti al pubblico degli amici. Anni fa riempivano le platee e gli applausi lo incoraggiavano, ma dopo la scalata mancata alla presidenza del paese, è in continuo ribasso. Quasi nessuno ormai lo va ad ascoltare”.

L'anno prossimo gli italiani del Brasile vanno a votare per mandare il loro onorevole a Roma. Per il momento solo 200mila hanno diritto alla scheda. Sceglieranno il Roberto Marinho di Arcore o si lasceranno sedurre dalla nostalgia nera che il povero ministro Tremaglia cerca di rianimare? “Gli italiani sono cambiati. Tempo fa chi era sceso dalle navi dell'emigrazione non ha trattenuto l'orgoglio quando Balbo è arrivato coi suoi idrovolanti annunciando una patria che cominciava a contare nel mondo: si diceva. E' il sentimento col quale sono invecchiati; ormai appartiene al passato. Adesso ogni volta che leggo cosa fa Berlusconi provo sconforto. Non Perché è di destra, ma per come si arrangia senza perdere di vista i propri interessi. Sudamericani saremmo noi? In fondo meglio Aznar. Con la sua aria da maitre d'hotel sembrava più serio”.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 09/05/2005




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