| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

EDICOLA

Isabel Allende: io non perdono

Isabel Allende è convinta che sia settembre il suo mese fatale. Nel '73 scappa dopo il golpe; nell'88 torna sfidando la proibizione di Pinochet. Quale ricordo il Cile conservava del padre? “Venivo da anni di riflessioni pubbliche, dibattiti e commemorazioni in ogni parte del mondo. In Italia si inauguravano scuole col suo nome. Francia, Germania e Messico dedicavano ore televisive ad ogni anniversario. Allende – ripetevano – è un punto fermo universale per ogni socialista. Ma in Cile mi sono accorta che la gente ne parlava con difficoltà e cambiava discorso quasi se ne vergognasse. Forse è un ricordo drammatizzato, ma l'ho vissuto così. Non persone qualsiasi, mi riferisco a dirigenti e protagonisti di primo piano di ogni colore politico, partito socialista compreso. Insomma, un'amarezza. Da lontano non me n'ero resa conto, ma il golpe e 17 anni di una dittatura erano state così traumatiche che la gente cercava di proteggersi dai dolori e dimenticare le cicatrici. Spegneva la memoria per sopravvivere. 17 anni di campagna irrespirabile e minacciosa contro Salvador Allende e Unidad Popular hanno condizionato l'inconscio di tutti. In un certo senso la subiamo ancora. Può un paese che si dichiara democratico essere informato da due gruppi editoriali di destra che distribuiscono il 99% dell'informazione scritta e più o meno nella stessa misura l'informazione televisiva? Il centrosinistra modellato non ha voce, se non qualche flebile foglio e un controllatissimo canale nazionale tv, rispettoso di ogni partito. Non resta che il cinema straniero perché gran parte della produzione locale è nelle stesse mani. In Europa non potete immaginare il senso d'oppressione di chi subisce il grande fratello. Ecco perché la transizione cilena resta impacciata. E l'immagine di Salvador Allende viene deformata da insinuazioni e analisi che trascurano il lungo dolore del golpe”.

Sono passati trent'anni: riesce a perdonare questa violenza? “Vorrei prima parlare col capo dell'Esercito, non come presidente della Camera: come Isabel Allende. Un militare del terzo millennio non può governare le forze armate col ricatto di vecchi ufficiali in pensione e tante macchie nel passato. La giustizia deve essere uguale per tutti. Chi è colpevole e deve riconoscerlo. L'uniforme non può difendere un solo delitto. Pinochet è un discorso a parte: la codardia gli ha fatto scegliere di sembrare matto piuttosto che rispondere in tribunale. Se non sciogliamo questi nodi la transizione verso la piena democrazia resterà imperfetta. Ed io non posso perdonare”.

La casa dove Isabel vive con la madre guarda Santiago dall'alto. Tante foto di Isabel e Hortensia Bussi, dona Tencha nell'affetto familiare. Qualche ricordo messicano. Il nipote di Isabel corre da una stanza all'altra. Racconta Isabel un po' trafelata: ogni giorno su e giù tra la capitale e Valparaiso sede del Congresso. Ricorda quel giorno. “Avevo raggiunto mio padre e Beatriz alla Moneda. Alle 10 chiama nel suo studio: “Dovere uscire. E' stato promesso che non vi torceranno un capello. Servono testimoni fuori di qui per raccontare cosa sta succedendo. Dovete spiegare a tutti che non siamo armati. Preferiamo altre battaglie: rispettare la legge e la costituzione. Non abbiamo mai pensato ad imporre le nostre idee con i cannoni”. Beatriz e io non volevamo lasciarlo solo. Ma lo abbiamo visto preoccupato per la nostra presenza: per sollevarlo dalla pena ce ne siamo andate. Papà voleva essere sicuro che davvero stavamo uscendo e ci ha accompagnate fino alla porta di calle Morante. L'ultima carezza: “Subiti a casa. La mamma è sola e vi sta aspettando”. Poi un segno con la mano: “Addio”.

Isabel ripete con lo stesso dolore la storia che mi aveva raccontato durante la sua prima campagna elettorale, 1973, fra le montagne di Illapel, città circondata da piccole miniere d'oro. Dalla Moneda scappano strisciando lungo le case. Sono quattro ragazze, nessuna ha compiuto 28 anni. Con le figlie Allende, Cecilia Toremo e Veronica Ahmuada, giornalista della Moneda. Fino all'ultimo momento aveva lavorato su un comunicato da distribuire alla stampa: la conferenza del presidente all'università per annunciare il plebiscito. Per un'ora si nascondono nei sotterranei del giornale democristiano La Prensa. Ma Isabel e Beatriz vogliono arrivare a casa. La madre sola. Beatriz ha qualche problema: aspetta una bambina, gravidanza al settimo mese. “Una pancia così”. Si fermano all'albergo Albion, il primo che incontrano. Cercano una stanza: Beatriz deve riposare un po'. “Mentre quelli del bureau prendono la chiave, la televisione smette le marce militari e la voce dello speaker annuncia che la casa del presidente in calle Tomas Moro è stata bombardata: “La mamma...” grida Beatriz. Io piango. I due del bureau ci guardano in altro modo”: “Spiacenti, non abbiamo camere libere...” e ci spingono fuori”.

Le due ragazze riescono ad arrivare in una casa sicura di amici. La madre è salva: ha telefonato. Ancora una volta sanno dalla televisione che la Moneda “Si è arresa” e il padre morto.

Hortensia Allende e Laura, sorella del presidente, sono i soli familiari autorizzati a seguire il feretro in uno strano funerale. Beatriz ha trovato rifugio nell'ambasciata cubana: il marito è diplomatico dell'Avana. Isabel sta aspettando succeda qualcosa. Quando a Valparaiso atterra il Dc3, le autoblindo circondano la bara. Bara sigillata. Inutilmente dona Tencha chiede di poter vedere per l'ultima volta il marito: “Voglio essere sicura davvero stiano seppellendo Salvador Allende”. Permesso negato. Raggiunge il cimitero sull'auto militare di Eduardo Grove, addetto dell'aeronautica. Nell'altra macchina Laura, la cognata. Due vecchie signore sorvegliate a vista. I becchini trascinano la bara verso la tomba della famiglia Grove, piccolo mausoleo sotterraneo. Hortensia raccoglie un pugno di terra e lo getta nel buco nero. Guarda Grove negli occhi. Non le importa il nome che scriveranno sulla lapide. “Tutti devono sapere che qui è sepolto il presidente costituzionale Allende”.

La fuga di Isabel da Santiago sembra impossibile. Riesce ad arrivare in Messico assieme alla madre e a Carmen Paz (e ai suoi bambini) grazie alla freddezza dell'ambasciatore Gonzalo Martinez Corbalà. E l'impresa che seppellisce i rapporti diplomatici tra i due paesi. Per tre giorni Gonzalo Martinez insiste con Nicastro Diaz Estrada, il generale che la notte della vigilia aveva fatto spiare Allende ed ordinato il bombardamento della Moneda. Gli chiede di firmare un salvacondotto per Carmen Paz, marito e figli e il capitano cubano Mario del Valle. Il generale firma. E' il 15 settembre. L'ambasciatore alza sull'asta dell'auto la bandiera messicana e va a prendere Carmen Paz, ma carica anche Isabel e il suo bambino. Sul documento ufficiale firmato dal generale, imitandone malamente la calligrafia, aggiunge “Isabel Allende e la sua famiglia”. Forse la bandiera dell'ambasciatore intimidisce i fantaccini stremati da tre giorni di tensione, fatto è che Isabel attraversa i posti di blocco e vola verso la libertà. Torna a Città del Messico da dove era partita, dopo una vacanza, otto giorni prima, sempre assieme alla madre. All'aeroporto di Santiago l'aspettava il padre, sorridente, affettuoso. “E' stato l'ultimo abbraccio senza pensieri”.

Il 18 settembre 1988, dopo quindici anni di esilio, Isabel prende l'aereo a Buenos Aires. Avverte i giornalisti che è decisa a tornare malgrado le minacce di Pinochet. Il governo cileno le ha proibito l'ingresso annunciando che l'avrebbero arrestata e subito espulsa: rimandata in argentina con lo stesso volo. “Ma non mi piaceva entrare clandestinamente, anche se era facile attraverso le Ande. L'ho annunciato sapendo che i militari non scherzavano. Volevo far capire ai cileni che gli Allende non si erano rassegnati. Il volo fa scalo a Mendoza, sempre Argentina: quando il comandante risale sull'aereo si avvicina con un foglio in mano: “Ben tornata a casa Isabel...”. La notizia battuta dall'agenzia annuncia: “il generale Pinochet ha deciso di abrogare l'ordine di esilio per tutti gli espulsi dopo l'11 settembre '73. Nell'elenco è compresa anche Isabel Allende in viaggio verso Santiago su volo argentino”. Ho ricominciato così”.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 10/09/2003




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |