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La ragnatela di Lula

Lula è diventato presidente del Brasile mille giorni fa: aveva promesso di realizzare la speranza che metà popolazione insegue da quasi un secolo. Mangiare due volte al giorno. Sembrava facile, non lo è. Mille giorni dopo Lula sbarca a Parigi dove si celebra l'amicizia tra Francia e Brasile intrecciando economia e musica, letteratura e politica. Una settimana di abbracci e stima. Lula sembra stanco. Quando apre gli incontri alla Sorbona la sua voce è fioca. Il tono dimesso. "Non sopporto i viaggi in aereo"

Non è stata la traversata a deprimerne l'ottimismo. A Brasilia corruzione e polemiche stanno bruciando il suo PT, partito dei lavoratori. E a Parigi per la prima volta si meraviglia dell'immagine che resiste nel mondo: quella di un politico chiaro, aperto, senza ombre alle spalle. Uomo della speranza. Da lontano continuano a guardarlo così.

Da lontano Lula è il presidente al quale si aggrappano i paesi dell'America convalescente: Argentina e Uruguay, o in fibrillazione come la Bolivia. Gli chiedono appoggio leader sull'orlo di una crisi: Chavez in Venezuela, e Castro, da maestro diventato allievo di un allievo che ha sostituito gli slogan dell'internazionalismo con le riflessioni pacate della nuova sinistra organica per la prima volta al governo nel continente latino. Lula è il leader che pretende l'esame di coscienza dalle anime eleganti riunite a Davos per calcolare il benessere dei pochi, e accende l'entusiasmo dei ragazzi di Porto Alegre alla ricerca della dignità per tutti.

Lula dice di no al Bush che ha fretta di abbassare le frontiere dei due continenti nel progetto del mercato comune Alca dove solo gli Stati Uniti hanno diritto a proteggere 240 prodotti definiti strategici. Esclusi dalla concorrenza cereali, medicinali, armi sofisticate made in Usa: la fila è lunga e il Brasile frena anche perché Bush non concede niente ai partner. Lula dice di no a Condoleeza Rice che bussa alla porta per pretendere l'elezione a segretario dell'Organizzazione degli stati delle due americhe, di un messicano devoto e respinge l'indipendenza della candidatura di Insulza, intellettuale cileno ministro di Allende: Pinochet ha provato ad assassinarlo. Vince Insulza, gli Usa ne sono sconsolati. Lula abbraccia i cinesi a Pechino, gli indiani a Bombay ed ogni presidente dell'Africa Nera: "il mondo è più grande della banca mondiale". Distribuisce l'utopia nella speranza di disegnare un potere economico parallelo al potere delle banche e dei fondi controllati da Washington. Insomma, Lula, è l'amico simpatico ma imbarazzante del Nord, ed è la soluzione che i popoli meno felici ritengono possibile.

Per il Brasile, chi è?

Mille giorni non cambiano le abitudini di un secolo. L'idea della ragnatela nella quale egoismi e furbizie ogni giorno avvolgono il suo ottimismo, è la constatazione che precede la crisi di governo e le accuse di corruzione agitate da un alleato corrotto e senza prove. Appunti che escono dal diario di chi ha attraversato il labirinto brasiliano: matasse burocratiche e sottogoverni. Le sacrestie del potere ricordano le vecchie sacrestie dei partiti mediterranei, ma con la rozzezza di una telenovela la violenza delle trappole non cambia.

Due anni fa era successo qualcosa. Il presidente Cardoso privatizza il 20 per cento del Pil, servizi pubblici essenziali, grandi industrie statali, trasporti, energia: terremoto che provvisoriamente sconvolge i poteri tradizionali. Hanno bisogno di tempo per ricomporre le strategie angosciate dalla crisi economica. Si rivolgono a Lula come al bagnino salvagente. Faccia giusta per controllare l'emergenza e fermare le rivolte della disperazione. La concretezza del sindacato la cui sostanza è intrecciata Partito dei Lavoratori nucleo forte del governo, può favorire il ritorno dei capitali stranieri. Calcolo perfetto. Economicamente il Brasile oggi respira, ma i problemi sociali restano. Lula sta pianificandone la soluzione nel secondo mandato, dopo la riconferma a presidente del 2006. Cominciano le manovre per impedirla. Lo svuotamento quotidiano non ha per bersaglio la sua popolarità: resiste sopra il 68 per cento malgrado ogni giornale e ogni Tv continuino a lapidarlo. L'obiettivo è isolare il presidente dalle anime progressiste del partito dando fiato ai conservatori interni il cui compito è spostare il governo verso un centro moderatissimo, talmente simile al centro moderato del presidente Cardoso da permettere a Cardoso di tornare in scena per sfidare la presidenza di Lula senza suscitare apprensioni. Fa subito di più: chiede a Lula di non ripcandidarsi "per il bene del Brasile".

Il PT uscirebbe travolto dalla sconfitta; del primo movimento strutturato della sinistra latina non resterebbe niente. Solo fantasmi. E i notabili riavrebbero ogni potere.

Lo scontro è cominciato un anno prima per impedire la rielezione di Lula. Il 90 per cento dei media appartengono a chi ringrazia ma vuol mandarlo a casa. Lentamente, uno scandalo alla volta, per non turbare l'economia: al primo rimpasto di governo certi investitori stranieri hanno già congelato i programmi. Nessun brasiliano che conta vuole spaventarli. Anche Washington è in apprensione perché il Brasile rappresenta il punto d'equilibrio di una politica continentale alla quale non è permesso retrocedere alle abitudini anni '70. Colpi di mano e militari occhiali neri appartengono alle comparse del passato.

Ecco perché Lula non si tocca, ma gli uomini attorno vanno decimati. Cominciano i veleni. Lula sembra solo; gli è successo altre volte, amarezze del passato. Ha sempre rimontato ed é diventato presidente. Adesso, chissà.

Due libri - il primo oggi in edicola con l'Unità - spiegano quali trappole e quali speranze accompagnano Lula nel cammino verso le prossime elezioni: "Lula, mille giorni difficili": ne ha scritto la prefazione.

E un ritratto del suo Brasile: "Favelas e grattacieli", prefazione di Walter Veltroni: uscirà giovedì 28 luglio.

Maurizio Chierici – L’UNITA’ – 21/07/2005




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