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Cile, il ballo di Michelle Bachelet

Antonio Skarmeta sorride. L’ultimo romanzo, “Il ballo della Vittoria”, sta diventando un film girato in Italia come “Il postino di Neruda”, recita d’addio di Troisi. Lo produce Cecchi Gori. Non sono chiacchiere rosa attorno al set. Un nodo di dolore lega avvenimenti in apparenza lontani all’attesa di queste ore: le ore che precedono l’elezione a presidente di Michelle Bachelet.

In un paese così, fantasia e ansia politica perseguitano i ricordi di in ogni scrittore della generazione bruciata dal golpe nel quale è morto Allende. Lo strappo dell'esilio, la malinconia di quegli anni. Fino a qualche giorno fa Skarmeta si tormentava davanti ai numeri del primo ballottaggio: sommando i voti della destra di Lavin, nostalgia dissimulata per Pinochet, coi voti della destra di Pineira, Berlusconi cileno (aerei Lan Chile, Tv, eccetera), Michelle Bachelet, candidata socialista, poteva diventare prima signora della Moneda con meno del due per cento di vantaggio sul miliardario impegnato a ribadire gli egoismi senza frontiere. Uno e qualcosa per cento di vantaggio; soffio che ripete la corsa sul filo del 2000 quando Lagos, dopo buio e paura, diventa il primo socialista a sedersi nella poltrona del piccolo dottore costretto al suicidio da Pinochet. Lagos presidente è la liberazione a lungo sospirata. Nella sera del gennaio 2000 le bandiere rosse all'improvviso assediano l’hotel Carrera dove Lagos sta aspettando. Sei anni fa. Sei anni dopo il Cile è cambiato. Perfino il vecchio albergo va in pensione. Le scrivanie del ministero degli esteri lo hanno invaso. La sua terrazza si affacciava sulla Moneda e nel drammatico 13 settembre '73 strani signori controllavano gli orologi con impazienza. “È in ritardo, pasticcia come sempre...”, si inquietava Vermont Walters, facendosi largo fra i giornalisti che chiacchieravano attorno alla piscina.

Raggiunge il tavolo appoggiato alla fioriera dove due giovanottoni ne ascoltano le parole con devozione. Uno di loro è l'ingegnere Hernadez Westmoreland, americano di origine argentina, il quale bizzarramente raccoglie nel biglietto da visita il cognome di Angela, sua moglie e figlia del generale che ha perso la guerra in Vietnam. Tre anni fa, a Buenos Aires, con lacrime della nostalgia per i bei tempi passati, Hernandez Westmoreland racconta l'ammirazione per il dottor Walters. Non era solo rispetto della gerarchia che un agente Cia doveva al direttore Cia per l'America Latina: Walters è l'uomo che lo ha aiutato a realizzare il sogno d'amore. Tanto tempo prima, a Parigi, quando l'ingegnere e Angela aspettavano una bambina e il generale Westmoreland trovava disdicevole il matrimonio della sua ragazza con un guardaspalle del Kissinger impegnato nei colloqui di pace con l'ambasciatore speciale del Vietnam, Le Duc Tho; tanti anni prima, Walters lo aveva convinto ad evitare lo scandalo di una figlia madre senza marito. Quel mattino del ‘73, occhi impazienti sugli orologi, aspettavano nella terrazza del Carrera che Pinochet mandasse l'aviazione a bombardare. Walters misurava il ritardo con rabbia: “Perché abbiamo scelto il più stupido dei generali?”.

Skarmeta sospira e poi ride allegro. Ha superato l'apprensione per il colpo di mano sbandierato della destra nel “vinceremo” degli ultimi fuochi della campagna elettorale. “Sono sicuro che Michelle Bachelet diventerà presidente con un vantaggio superiore ai 42 mila voti di Lagos. Non mi aggrappo ai sondaggi. Respiro la loro delusione. Sono allo sbando...”.

Gli ultimi romanzi di Skarmeta - “La ragazza e il trombone”, e “Il ballo della Vittoria” - inseguono la storia di due ragazze. Un’adolescente incontra Salvador Allende in visita al nonno malato. Borsa trasandata, prontuario delle ricette che spunta dalla tasca della giacca elegante: “Il dottor Allende era sempre elegante...”. Vittoria arriva trent'anni dopo nella Santiago che pigramente si risveglia alla democrazia. Allende è solo un ricordo appena sussurrato. Adesso, Michelle: forse la terza donna che ispira l'ultimo romanzo? “No. Michelle - meglio dire, il presidente Bachelet - non ha bisogno di uno scrittore che le inventi una cornice. La sua biografia è la sintesi emozionale della storia del Cile: dall'Unione Popolare di Salvador Allende fino al voto che le apre il palazzo della Moneda. Una vita che sintetizza le vite di tante donne cilene. Figlia di un generale fedele alla costituzione, quindi fedele al presidente eletto dal popolo e per questo imprigionato, torturato e rilasciato quand'era uno straccio prossimo a morire, per la stessa fedeltà anche lei viene imprigionata e torturata a Villa Grimaldi. Era una studentessa. Migliaia di ragazze cilene avevano tentato di resistere al tradimento militare. Michelle lancia tegole dai tetti dell'università; come migliaia di donne ha sofferto l'esilio. Superando le difficoltà dello sradicamento e della lingua riesce a diventare medico in Germania. Ma appena la dittatura perde potere e la democrazia comincia ad affacciarsi, Michelle torna a casa per rafforzare questa democrazia e ripristinare la dignità rubata.

Nel governo di Ricardo Lagos diventa ministro della Sanità. Per la prima volta un ministro condivide la sofferenza in fila accanto ai malati che aspettano ore e ore nei corridoi degli ospedali. La sentono vicina, ne scoprono l'umanità. Il mito della sua “unicità” comincia parlando con loro. Non si era mai visto un ministro ascoltare i racconti della gente senza nome. Ma la sorpresa è la Bachelet ministro della difesa, ministro degli stessi militari che hanno perseguitato il padre, gli stessi che l'hanno incarcerata, tormentata, chiusa in campo di concentramento. Quasi pedagogicamente mostra loro di che pasta è fatta la democrazia. Torturata e figlia di un generale torturato non dimentica ma perdona per governare senza fantasmi il destino delle forze armate. Ecco la donna. Riassume le virtù del Cile, paese civile e riservato. Ne simboleggia il cammino non facile verso la normalità. Lo ha percorso tutto da sola e la solitudine non l'ha abbandonata nella campagna elettorale nella quale troppo presto chi la sosteneva pensava di avere in tasca la vittoria, mentre la signora Bachelet, il fenomeno Bachelet, la speranza Bachelet, si arrabbiava ripetendo: “Non mollate altrimenti ci mancherà la terra sotto i piedi. Ci mancherà, ci mancherà, ci mancherà”, triplicando enfaticamente l'allarme come fa ogni cileno appena l’angoscia esaspera un pessimismo endemico». Anche Skarmeta era scappato in Germania: la “nostra” Germania divisa da un muro dalla Germania della Bachelet. La signora presidente non ama i ricordi; non le piace evocare dolori e tremori. Ma Skarmeta, scrittore che sbarca in un paese dove non capiva una parola, raccoglie nel diario i passi di uno straniero alla ricerca di chissà quale diverso. Sa dire solo tre parole che spuntano come un chiodo nei ricordi d'infanzia: nonni cresciuti nel regno austro ungarico prima di prendere la nave per Antofagasta, deserto cileno. Come Neruda scivolato nel '47, in Argentina inseguito dalle polizie del dittatore Videla per il quale il capitano Pinochet stava organizzando il lager di Pisagua, Skarmeta attraversa clandestinamente le Ande.

Un'amica berlinese di un'amica argentina risponde al telefono ma del suo lungo discorso lo scrittore memorizza solo una parola: “zviebelfiche”, pesce cipolla. Lo trova sull'elenco: un ristorante. E quando si presenta ai ragazzi e alle ragazze della galassia dei Verdi, lo guardano come un marziano. Lui vestito da impiegato perbene. Loro casuals fino alla punta degli stivali che perdono la suola. Lo guardano con sospetto: chi sei ? Sono cileno, risponde, voce crepata dall'ansia. Profugo… “Mai dimenticherò l'applauso delle barbe e delle ragazze vestite male, ma che mangiavano ostriche”. E ha ricominciato a Berlino. Non ha mai incontrato Michelle Bachelet di qua o di là del muro? L'ha incontrata solo quattro anni fa quando faceva l'ambasciatore e attraversava sulla Mercedes con autista le strade che lo avevano accolto con le tasche vuote. Lei, ministro della difesa; lui capo della diplomazia. Discorsi pratici, nessun ricordo. “Il suo tedesco è eccellente…”. Non dice di più. L'impressione che suscita la Bachelet è straordinaria: “Rappresenta una sinistra moderata e matura. Nessuna retorica, mai populista”. Sorprende i generali con una conoscenza tecnica che sbalordisce l'ambasciatore. “Ha imparato in fretta...”. Ritrovarsi nella Germania dove avevano vissuto gli anni della fuga poteva sollecitarli ad evocare di migliaia di cose lontane dai codici dell'ufficialità. Ma le virtù cilene sono timide e concrete. Il nuovo presidente e l'ambasciatore di allora hanno ritenuto inutile guardare il passato. “Parliamo di domani, lasciamo stare il passato”. Skarmeta torna al futuro: “La Bachelet aprirà nuovi capitoli nella democrazia: equità sociale, politica in aiuto delle donne e l’attenzione che allargherà i diritti di chi ancora resta escluso dal miracolo economico. Una catastrofe se avessimo perso le elezioni. Avremmo interrotto l'evoluzione alla quale Lagos ha dato vigore, per ripiombare nelle paure di un paese che non c’è più”. Anche Skarmeta è ossessionato dall'orologio: “Devo votare, fra mezzora chiudono. Le previsioni dicono che domani sarà una bella giornata: sole e allegria. I ragazzi potranno ballare nelle strade”. Prendo nota pensando: speriamo ballino davvero.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 16/01/2006




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