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Un Brasile al chiaro di Lula

Alle Nazioni Unite prima ha parlato Lula, presidente del Brasile; subito dopo Bush, presidente degli Stati Uniti. Due discorsi così diversi da far pensare ad un errore Cnn. Forse la regia si era distratta in favore di Blob mescolando nello stesso contenitore summit con impegni talmente lontani da rendere grottesco lo svarione.

Lula raccontava degli uomini che muoiono di fame in un mondo dove il progresso stellare delle scienze e della tecnologia potrebbero permettere la dignità di tutti ed evitare la disperazione del terrorismo. Bush coniugava terrorismo e fanatismo trascurando il disagio che ne è alla radice per affidare alla missione americana il dogma dell'esportare, con armi preventive, la democrazia nel mondo. Impossibile rintracciare, almeno sfuocati – insomma, appena un segno frettoloso – gli affanni di donne e uomini che le parole di Lula avevano evocato. Milioni senza acqua, qualcosa da mettere in bocca o un libro per imparare a dialogare col resto del mondo. Pezzi di carne, braccia da fatica, e basta.

E diventano pallide ombre i drammi e le sofferenze nell'appello al mondo libero della Casa Grigia della Washington repubblicana; ombre ben nascoste nell'angolo di un contenitore destinato agli “inevitabili disagi di ogni transizione”.

Fra i due discorsi nessuna polemica: disegnano soltanto mondi diversi. Il mondo sopra e il mondo sotto non riescono a confrontarsi. Due scenari per due folle che non si sfiorano nel programmare il futuro ed è la tragedia che Lula annuncia di temere, una tragedia che si mescola senza essere invitata.

Riappare nell'acidità di certi commenti una parola del passato: Lula è solo un “terzomondista”. Accusa terribile negli anni '60, peggio che essere comunista. Nelle versioni benevole diventa sinonimo di utopia. E Lula diventa l'ultimo sognatore con la cravatta mentre Bush garantisce la concretezza dell'industria e dei mercati.

Un anno fa, ormai ad un passo dalla presidenza, Lula ripeteva che “il mondo è più grande voleva ispirare il proprio governo. L'altro impegno era far mangiare milioni di brasiliani: almeno un pasto al giorno. All'alba guardano il sole pensando: oggi come farò? Due “rivoluzioni impegnate a combattere una guerra dalla quale potremmo uscire vittoriosi” perché la scienza “ci aiuterà ad impedire che, dal mattino alla sera, 24 mila persone muoiano di fame. Fra loro tanti brasiliani”. Il dilemma delle promesse elettorali rimodula le acrobazie di ogni presidente latino e non solo attorno ai tropici, anche in Europa e in ogni altra parte: tener fede agli slogan dei comizi senza che l'ingombro della lealtà sociale faccia precipitare economia e affari impoverendo i deboli e rallegrando i soliti protagonisti. Ecco il filo su quale Luis Ignacio da Silva sta ondeggiando con le casse quasi vuote e una crisi universale che rattrista le ammiraglie della finanza. Il Brasile è una delle pance deboli dell'economia del mondo: resistere gli è difficile con mezza popolazione senza niente. Agli amici che lo festeggiavano alla vigilia della vittoria, Lula invitava alla calma: “Fino a metà del 2004 ho le mani legate. Niente risorse, prestiti internazionali col contagocce: serve tempo per sedurre gli investitori stranieri”. Pur seduto su una cassaforte le cui risorse non sono del tutto esplorate, s'incupiva all'idea che la pazienza della sua piccola gente potesse scivolare dall'entusiasmo alla delusione.

Dopo un anno l'erosione dei consensi c'è stata. Ma quasi il 60 per cento ha ancora fiducia. Perfino i Sem Terra, senza che occupano briciole di latifondi sterminati e in abbandono, e li difendono per sopravvivere; i Sem Terra avevano votato per Lula con riserva. Adesso ricominciano ad occupare alzando strani cartelli: “Non protestiamo contro il presidente, ma contro la fame”. Due miracoli lo salvano.

Del primo non ha merito: i brasiliani che brontolano arrivano sempre alla stessa conclusione. E poi, chi verrà? Di Lula si fidano da vent'anni. Lo hanno seguito in ogni battaglia quando era all'opposizione. Meglio aspettare. La seconda ragione favorevole è l'aver mantenuto una delle due promesse annunciate con l'enfasi di una profezia: il mondo è più grande dei grandi, diventando non solo il leader di ogni movimento popolare e politico della sinistra latina. Senza volerlo il confronto della storia sbiadisce nella fantasia dei giovani (il 58 per cento del continente ha meno di 25 anni) l'icona di Castro, ormai memoria lontana e comprensibile solo a chi non rinuncia alle speranze con le quali ha cominciato a diventare adulto, tanto tempo fa. L'immagine dell'ex tornitore che ha sfoltito la barba e si è messo la cravatta, sta prendendo il posto fra i diseredati (lo ripetono Tv e i giornali di Sudafrica, Argentina, Brasile) di un altro ideale al tramonto: Nelson Mandela. Non solo perché le trasparenze si somigliano ed anche Lula (senza paragoni) ha storie di galera e di perseguitato, ma per il pragmatismo delle proposte sulle quali costruisce la concretezza di programmi possibili. Possibile – continua a chiedere – che quattro paesi continente come India, Cina, Russia e Brasile debbano subire le decisioni degli stati Uniti, Europa e Giappone per sapere se domani sono ancora vivi o travolti da una crisi che li sbriciola? Non solo parole. La sua politica estera cerca soluzioni di amicizia economica: importazioni ed esportazioni stanno crescendo nel quadrilatero di una deregulation internazionale. La posizione critica del suo ministro Celso Amorin, ha trasformato il Brasile nel paese guida del gruppo dissidente che – nel bene e ne male – ha messo in ginocchio il congresso dei potenti a Cancun. E' un punto di riferimento dietro al quale non s'intrecciano teorie o i sogni da cantare in piazza: economia e finanza di quattro “continenti” trascurati stanno rafforzando quei legami che Lula non smette di intrecciare nella quotidianità di scambi e conveniente fino a ieri quasi formali, oggi ormai solide.

Nei paesi attorno al Brasile ha animato i primi entusiasmi. In Argentina dove è andato per l'insediamento del nuovo presidente, lui e Castro si sono divisi la folla: per età e trasversalità delle classi. Soprattutto per la prospettiva che offrivano: Castro aggrappato al passato delle rivoluzioni, Lula con lo sguardo rivolto al domani della sopravvivenza da costruire assieme. Cinquantenni col basco alla Guevara, e i ragazzi che ascoltavano fiduciosi l'uomo impegnato a traghettarli verso “una società normale”, alla fine hanno mescolato gli applausi per Lula. Anche quest'America considera la normalità un privilegio forse a portata di mano.

Ieri Lula e Fidel si sono abbracciati a Cuba in una delle visite che il presidente del Brasile continua girando il continente. Era andato a Buenos Aires a spiegare a Kirchner come sia possibile cambiar faccia ad un paese con le tasche vuote. Riforme sociali impossibili senza soldi, ma riforme morali quante se ne vuole. La gente sa capire. Kichner toglie l'impunità dei militari che torturavano, e riapre i processi ed esalta la folla forse rianimando, per la solidità di una popolarità in crescita, la fiducia della finanza internazionale. Lula va a bacchettare il Chavez del Venezuela: chiacchierone con buone intenzioni. Ma l'incapacità politica ed una rozzezza da caserma sciolta in discorsi roboanti che non finiscono mai, fanno traballare nei dubbi l'evoluzione della sinistra riformista della regione. A proposito di democrazia. Nei due giorni dell'Avana cosa dirà a Castro? Cercherà di mitigare le manifestazioni che possono trasformarlo nell'ultimo intransigente latino in rivolta contro gli stati Uniti. Il Lula sindacalista sa misurare passi morbidi. Ha risposto negativamente a chi gli chiedeva di visitare i 75 detenuti politici appena condannati, oppure incontrarne mogli, figli e amici. Equidistanza, anche se sotto l'ufficialità e la promessa di petrolio in cambio di vaccini, aragoste contro strutture industriali, crediti per 400 milioni di dollari e l'impegno a far riammettere Cuba nell'Organizzazione degli Stati Americani; assieme a queste cose riparlerà con Castro dell'evoluzione delle strategie necessarie a un continente che sta pr scoppiare. Alzare la voce non serve e non basta. Lula è presidente eletto in una campagna elettorale con tanti partiti. Fidel resta il monumento di un solo concorrente. Il giovane e il vecchio hanno prospettive diverse, anche biologicamente. E il viaggio diventa il viaggio di chi vuol forse tranquillizzare sull'embargo e il nuovo isolamento imposto dall'Europa, ma col suggerimento di ripristinare consensi ed entusiasmi nella moderazione: gli avvenimenti ormai lo pretendono. Quasi un passaggio di consegue. Se la politica estera gli dà ragione, le delusioni della realtà interna sono in agguato. Ma gli elettori restano pazienti, infinita pazienza brasiliana. Hanno sempre digerito quasi tutto senza l'apocalisse che ha sconvolto i paesi attorno. I militari argentini hanno ucciso 30 mila persone; la dittatura delle alte uniformi, meno di 300. Non occorre imporre la non memoria. La fantasia del popolo corre avanti e preferisce dimenticare. Lo stesso Lula ne è un esempio. Qualche settimana fa dietro il feretro di Roberto Marinho, Lula scioglieva pubbliche lacrime di commozione. Non una recita: commozione autentica. Eppure Marinho, nonno mediatico di Berlusconi, non era solo il padrone di tutte le frequenze messe a disposizione da un governo militare alla sua Rede Globo: negli angoli del Mato grosso o dell'Amazzonia i suoi satelliti portano la Tv e gli “ordini” che i telegiornali impartivano per il voto. Ha appoggiato il golpe che ha portato Lula in prigione. Per tre volte “personalmente”, come lo stesso Marinho ripeteva, ha inventato candidati, ogni tanto seri (Cardoso), spessi ridicoli e lasdri (Collor) per impedire la vittoria di “quel tornitore che alza troppo la voce”. Eppure Lula non lo odiava: era una presenza da combattere, un mito negativo, ma sempre mito. E quando lo ha perduto, le lacrime sgorgavano sincere. Anche perché ha bisogno della grande Tv. Economia ferma, da otto anni stipendi bloccati e l'inflazione non scende sotto il 20 per cento. Ripresa paralizzata. Riforma tributaria rimasta a mezz'aria. Le grandi proprietà non hanno sofferto più del necessario. Il progetto “fame zero” funziona, ma il problema resta enorme e ci vorrà tempo. E quel certo malessere suscitato per gli accordi politici con i partiti che hanno partecipato a tutti i governi della destra. Per mantenere la maggioranza in parlamento regala due ministeri al Pmdb, sempre presente fra chi comanda a Brasilia. E per bilanciarne l'influenza porta i ministri da 28 a 34. 2Ma un anno non basta per cambiare la cultura del potere che regola il Brasile da quattrocento anni”, scrive Mimo Carta su carta Capital. “Ho imparato ad aver pazienza”, raccontava Lula prima di diventare presidente. E il paese lo ha capito. Con qualche mal di testa. Gli intransigenti del PT, il suo movimento, stanno tentando uno strappo di protesta. Tutti giovani: Babà (si firma proprio così, senza cognome), Eloisa Elena e Luciana Geuro. Vogliono tutto, subito e senza compromessi. “Come Altamirano con allende, ed è finita come è finita...”, commento di Jose Dirceu, cervello del PT e ministro alla presidenza. Buona famiglia di San Paolo, era scappato a Cuba dopo la presa di potere dei militari. Richiama il vizio universale di una certa borghesia colta. La Geuro è figlia di un ministro ed è cresciuta senza gli affanni di Lula nella casa del padre sindaco di Porto Alegre. Lei e gli altri rappresentano il cinque per cento del partito. Non si decidono ad uscire: protestano da mesi, ma temono l'isolamento perché le voci della gente ripetono: aspettiamo. Olao Letubal, proprietario della banca Itau, assieme alla Banesco, secondo colosso del paese, dopo aver finanziato la campagna di Serra concorrente di Lula alle elezioni, sta cambiando idea: “E' un genio politico. Purtroppo la classe dirigente inefficiente che fino a ieri ha governato, gli ha consegnato un paese a pezzi”. Letubal dov'era?, è l'ironia lasciata ai posteri da Raimondo Faora lo storico che ha ricostruito i caratteri e gli avvenimenti della colonia e dell'indipendenza brasiliana partendo dal Portogallo del '300. Un volume che ispira ogni libro d'università: “Os domos do poder”, i signori del potere. “E' giusto che Lula dialoghi con banche e i signori dell'industria, ma qualcosa di più deve fare con i Sem terra”. Lula gli voleva parlare per chiedere consiglio sul “qualcosa”, ma Faora se ne è andato lasciandolo nel dubbio. Un anno di presidenza non ne hanno cambiato il carattere. Prima di partire per l'Avana ho letto un'intervista di Castro dove gli elogi si allargavano alle abitudini familiari: “Marisa, sua moglie, è una cuoca unica al mondo”. Leggeva e guardava chi gli stava attorno”: “Voi, cosa dite?”. Senza civetteria, verifica sempre. I casi sono due: o Fidel si aggrappa a Lula con ogni aggettivo o la cucina quotidiana di Fidel è davvero poca cosa. Testimonianza di chi ha assaggiato le lasagne “all'italiana” della Signora Da Silva quando abitava a San Bernardo do Campo ed era ancora moglie del candidato sempre sconfitto dalle Tv di Marinho.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 28/09/2003




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