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GIULIETTO CHIESA
Specchio – La Stampa
n.294/29/09/2001

AFGHANISTAN

Quel buco nero che, nell'oblio generale, era già diventato l'Afghanistan si appresta ad affondare nei vortici della prima guerra del XXI secolo insieme a un regime che non poteva che essere terribile come la tragedia che ha cancellato un Paese e un popolo. I taleban saranno liquidati, altra soluzione non è prevedibile. Ma moriranno senza che abbiamo capito chi erano. Covo di ogni nequizia, negatori della libertà, distruttori di statue, fanatici integralisti islamici? Come probabilmente pensa il 99% degli ottocento milioni di ricchi del Pianeta? O eroi nella guerra finale tra il male (rappresentato da una miscela esplosiva di rancori, di odi, di paradisi irraggiungibili, di ingiustizie feroci, di secoli diversi portati all'improvviso a convivere senza potersi capire). Così la pensano in molti, tra i restanti cinque sesti del Pianeta, anche se nessuno saprà mai quanti sono, perché non ci saranno sondaggi d'opinione nelle pianure pakistane, nei deserti arabi, nelle montagne dell'India e nelle foreste tropicali delle Filippine, nelle taigà russa e nelle pampas argentine.

Molti pensano siano stati i taleban a distruggere l''Afghanistan. E questa è un'accusa ingiusta. Furono i nostri eroi, i mujaheddin osannati dall'Occidente, a ridurre in macerie, definitivamente, Kabul e tutto il resto. Nostri perché combatterono, per conto nostro, con le armi nostre, la guerra contro l'altro “impero del male” di cui nessuno si ricorda più. Erano buoni per antonomasia, proprio per quel motivo. Ma le loro donne erano sepolte sotto i burqua più o meno come quelle dei taleban. Erano non meno integralisti dei taleban. Erano non meno anti-occidentali dei taleban.

Il fatto è che li avevamo viziati troppo e, finita con la vittoria la guerra contro l'invasore sovietico, non seppero dividersi equamente la torta. Una torta molto, molto appetitosa. Per questo si scannarono per quasi cinque anni, altrove, alle Borse mondiali che crescevano e crescevano e crescevano che sembrava non finisse mai. Ma in quelle Borse, senza che ci facessimo troppo caso, cominciavano a circolare correnti sempre più impetuose di denari sporchi, sporchissimi, che andavano a ripulirsi – sporcando però tutto attorno – nelle grandi, piccole e medie banche del nostro mondo civile.

Sui circa 1.000 miliardi di dollari che ogni giorno si muovono nel grande Barnum mondiale della finanza, circa il 6-8% risulta di origine sconosciuta. Lo si può vedere quando si fanno le somme statistiche, ma sfugge al controllo analitico. Sfugge perché non si è voluto fare controlli, che impedirebbero il “libero flusso dei capitali”. Ma questo è un altro discorso. Il totale fa però una cifra che lascia allibiti: da 60 a 80 miliardi di dollari al giorno, sfuggono ad ogni verifica. E qui i taleban c'entrano, eccome. Come c'entravano con tutti e due i piedi tutti i capi mujaheddin nostri eroi. Perché non ci sarebbe stato un regime taleban se, a un certo punto, non si fosse posto il problema di chi avrebbe potuto, e dovuto, controllare il grande commercio dell'oppio. Ecco la torta di cui parlavamo prima. L'Afghanistan è divenuto in quegli anni il primo produttore mondiale di oppio. Prima di allora lo si coltivava in Pakistan, ma c'erano troppi occhi a guardare. Molto meglio fu riconvertire i fertili campi degli altopiani afghani, al riparo da occhi indiscreti, in terre senza Stato e senza legge, dove i piccoli lord della guerra potevano gestire le tangenti sulle carovane. Fossero stati saggi – e non banditi medievali incolti e avidi qual erano sempre stati – non ci sarebbero stato bisogno di inventare i taleban. Perché si dovrebbe sapere che la storia dei taleban comincia qui. Sono le cifre stesse a raccontarcela. Tra il 1992 e il 1995 l'Afghanistan produsse medialmente 220-240 tonnellate di oppio grezzo all'anno, rivaleggiando ormai con la Birmania per il primo posto mondiale. Quanto valeva quel business? All'incirca dieci miliardi di dollari l'anno. Ai prezzi attuali 25 mila miliardi di lire.

Andiamo oltre. Come si gestiva e distribuiva questo terrificante flusso di denaro? C'è chi ha fatto l'analisi, ma quasi nessuno l'ha studiata. Ai contadini afghani più o meno cento milioni di dollari, distribuiti su circa un milione di famiglie afghane, che definiremo benestanti, perché dotate di un reddito medio annuo di 10 mila dollari a famiglia (intendendosi per famiglia un agglomerato di persone di diverse decine di membri). Un altro 2,5% se ne andava in trasporti e per pagare i principali intermediari in Afghanistan e nel vicino Pakistan, attraverso cui passava quasi tutto il flusso della merce. Calcoliamo un altro 5% per ungere le ruote doganali, poliziesche, statali e bancarie lungo il resto del percorso verso i mercati occidentali. Restano 9,15 miliardi di dollari netti, all'anno, che furono il contributo del mujaheddin alla criminalità organizzata del mondo civilizzato.

A loro volta i mujaheddin non avrebbero potuto fare da soli. Così si scelsero come brokers i trafficanti pakistani, e quei settori dell'esercito pakistano e dei servizi segreti pakistani con i quali avevano fatto affari durante i dieci anni della guerra contro i russi. Facciamo un po' di calcoli in tasca a questi lord della guerra e ai loro protettori in Pakistan? Qualcosa come trecento miliardi di dollari, gestiti da bande criminali, sono finiti nelle banche occidentali per essere investiti, letteralmente, “dove dio suggeriva”. Ce n'era più che a sufficienza per armare e finanziare non uno ma dieci eserciti. Di certo decine di gruppi eversivi, estremisti, fanatici, esattamente come fanatici erano Gulbuddin Hekmatjar, o lo sceicco cieco Mar Abdul-Rahman, che ritroveremo processato e condannato da un tribunale americano per l'attentato alle Twins Towers del 1993.

Si può immaginare gli effetti di due decenni di traffici criminali indisturbati (qui il fanatismo non c'entra niente) sull'economia e la società pakistana, debole, non strutturata, non democratica. E' il narcodollaro il padrone del Pakistan, la linfa vitale di tutta la sua politica e del suo esercito. Solo che i mujaheddin si rivelarono incapaci di gestire il tesoro. Fu così che a Islamabad, ma anche in Texas, In California, a Riyad, negli Emirati Arabi, si pensò che sarebbe stato bene avere a Kabul un governo stabile, su un Afghanistan pacificato e amico. Tanto amico da consentire un felice passaggio dell'oppio – senza troppi intoppi – e già che c'eravamo anche un futuro, sicuro, indisturbato passaggio del petrolio e del gas proveniente dal Mar Caspio. In tal modo si sarebbero presi due piccioni con una sola fava, tagliando fuori la Russia da quell'immenso bacino energetico. Si fecero avanti così due grandi compagnie petrolifere, la Unocal, americana, e la Delta Oil, arabo saudita, tanto saudita da essere vicinissima alla famiglia reale.

La “fava” fu il regime taleban. Migliaia di studenti madrassas islamiche in Pakistan, poverissimi contadini afghani nati e cresciuti nei campi profughi, fornirono la materia prima. L'Isi (Inter service intelligence), il servizio segreto militare pakistano, si curò della loro preparazione militare, i mullah di quella religiosa. L'esercito era pronto. Furono gli aerei pakistani a partarlo in Afghanistan, armato di armi pakistane, pagate con i denari della droga (in atto) e del petrolio (prossimo venturo). Nel settembre 1996 i taleban erano al potere a Kabul, sotto la guida del mullah Mohammed Omar, tanto misterioso che non è mai andato a Kabul e se ne sta a casa sua in quel di Kandahar. Un esercito contadino che passa – secondo la leggenda – di vittoria in vittoria, sulle ali della parola di Allah, ma che fu guidato, più che dai mullah, da sottili negoziatori, che comprarono, letteralmente, a suon di centinaia di migliaia di dollari, i capi guerrieri mujaheddin. I quali ultimi divennero, nella loro maggioranza, taleban anch'essi, pur di conservare una parte dei flussi di denaro dell'oppio.

Da quel settembre 1996 il traffico della droga è stato tutto in mano taleban. Nel senso specifico che è stato affidato a loro il compito di regolare il flusso e di prendersene le briciole. Il resto è andato tutto lungo i canali di sempre. Quanto c'entra Osama Bin Laden con tutto questo? C'entra, probabilmente. E forse una parte di questo fiume di dollari è passata per le sue filiali e per le banche che gestiscono i proventi già miliardari della sua famiglia. Ma non sarei così sicuro che, eliminato Osama, presunto Goldfinger di una Spectre fondamentalista del tutto inedita, si possa considerare risolto il problema. Scriveva su Atlantic Mary Ann Weaver, una delle più acute conoscitrici del problema, nel non lontano maggio 1996, dopo le bombe terroristiche che avevano fatto decine di morti a Riyad, a Peshawar e a Islamabad: “Siamo di fronte al più grande paradosso” perché queste bombe “potrebbero essere parte di un fallout negativo – in linguaggio dei servizi segreti si direbbe blowback – della Jihad afghana organizzata dagli Stati Uniti e dall'Arabia Saudita”. E più avanti la stessa Weaver concludeva: “Le conseguenze di tutto ciò potrebbero essere, per noi, astronomiche”. Se la Cia e l'Fbi avessero letto con attenzione quei messaggi, forse oggi non ci sarebbe la guerra.

Forse la guerra non ci sarebbe se la Cia non avesse, a suo tempo, giocato col fuoco in base al principio che il fine giustifica i mezzi.

Giulietto Chiesa – LO SPECCHIO de “LA STAMPA” – n.294/29/09/2001

Primo: proibire tutto. Le “norme” in Afghanistan

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