| BIBLIOTECA | | EDICOLA | | TEATRO | | CINEMA | | IL MUSEO | | Il BAR DI MOE | | LA CASA DELLA MUSICA | | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | | | NOSTRI LUOGHI | |
ARSENALE |
| L'OSTERIA | | LA GATTERIA | | IL PORTO DEI RAGAZZI |

EDICOLA
Chiara Ceneroni
L'UNITA'
06.06.2002

Inchiesta: la sete della Sicilia



Ormai è emergenza permanente. La popolazione siciliana è ridotta alla sete. Ne soffre anche l’agricoltura, l’industria e ovviamente il turismo.
Eppure, come si legge nel rapporto
L'acqua rubata. Dalla mafia alle multinazionali di Umberto Santino, presidente del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato, «sull’isola piovono in media 7 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, quasi il triplo del fabbisogno calcolato in 2 miliardi e 482 milioni di metri cubi, tra fabbisogno agricolo, industriale e alimentare». Ma poi basta qualche giorno senza pioggia, com’è accaduto in questo anticipo d’estate, per lasciare a secco l’isola, paralizzando le attività produttive. In alcune zone, addirittura, l’allarme è costante, come nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna.

Il mistero dell'acqua che c'è
Ma se le risorse idriche ci sarebbero, ed anche in abbondanza, perché esiste un problema dell’acqua così urgente e prioritario? Perché l’acqua non viene opportunamente raccolta e distribuita?
Molti ne hanno scritto e discusso, ma una risposta semplice la si può leggere nel
rapporto di sintesi sull'emergenza idrica in Sud-Italia del 2001 curato dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria (INEA): «La carenza idrica sempre più frequente in Sicilia oltre a dipendere da eventi siccitosi, dipende dallo stato in cui versano le fonti di approvvigionamento e le reti di adduzione e distribuzione idrica. Visto il numero di dighe e invasi artificiali di cui dispone la regione, il problema potrebbe sicuramente essere meno rilevante. Vanno segnalate alcune carenze manutentive delle fonti di approvvigionamento e di molti tratti della rete idrica che hanno determinato come conseguenza il fatto che le dighe siciliane ad oggi invasino una quantità d’acqua molto al di sotto delle loro possibilità e che le portate addotte ai comprensori irrigui risultino insufficienti a soddisfare le esigenze di una moderna agricoltura».

Questa è la verità. Le dighe e gli invasi ci sono. Centinaia di miliardi di denaro pubblico sono stati spesi per la loro realizzazione. Però in tutta l’isola non c’è una sola diga in grado di funzionare a pieno regime. Ci sono dighe che da vent’anni attendono di essere completate, altre non sono state collaudate affatto, altre richiederebbero piccoli interventi di manutenzione per tornare a funzionare. Significativo è il caso della diga di Blufi, denunciato nalla relazione di accompagnamento della proposta di legge del 4 giugno 2001 di due deputati di Forza Italia per una Commissione parlamentare d'inchiesta sull'emergenza idrica in Sicilia. «Per la diga di Blufi il Comitato interministeriale per la programmazione economica ha stanziato 133 miliardi di lire per il completamento, ma la burocrazia da un lato, e la cattiva volontà di chi è chiamato ad operare dall'altro, fanno sì che questi fondi rimangano fermi», recita la relazione.
Altre dighe, le poche funzionanti, possono contenere solo una parte della capienza possibile, come la diga Ancipa, che potrebbe contenere 34 milioni di metri cubi d’acqua, ma ne raccoglie solo quattro. Per evitare crolli, infatti, il Servizio Nazionale delle Dighe ha ordinato solo il parziale riempimento delle dighe. E così metà dell’acqua disponibile si perde in condutture fatiscenti, gestite senza raziocinio.

Le colpe dello spreco
Di chi è la colpa di tutto questo spreco?
Sicuramente di una cattiva gestione politica, segnata dal clientelismo. Perché i soldi ci sono, è che si spendono male. L’opera pubblica viene sempre più spesso utilizzata come occasione di speculazione e di accaparramento del denaro pubblico, in un groviglio di interessi che coinvolge imprenditori, amministratori, politici, mafiosi. La storia è vecchia: si indicono le gare d’appalto, i vincitori si accaparrano i soldi pubblici investiti e i lavori vengono avviati. Poi si spendono tutti i fondi necessari (per destinazioni diverse), e i lavori restano incompiuti. Esemplare a questo riguardo la vicenda della diga del Gibbesi, vicino Ravanusa. Qui nel 1978 la Cassa del Mezzogiorno finanziò il progetto di costruzione di una diga per utilizzare sia a scopo civile sia a scopo agricolo il grande invaso del Gibbesi. Sono stati spese alcune centinaia di miliardi ma il lavoro è rimasto a metà. Basterebbe niente per finirlo, qualche centinaia di milioni, e se il lavoro finisse almeno in questa parte della Sicilia il problema sarebbe risolto; ma tutto è fermo. Così la maggior parte dei cantieri giacciono abbandonati; altre volte vengono sequestrati dai tribunali dopo aver collezionato decine di varianti d’opera che ne hanno moltiplicato il costo, prosciugando le casse della Regione. Insomma, come usa dire chi in questa terra ne ha viste tante, «in Sicilia l’acqua non si beve, si mangia».

A peggiorare ulteriormente il quadro già critico, si aggiunge poi il problema della frammentazione della gestione. Così - denuncia Umberto Santino nel suo rapporto - «in Sicilia si dovrebbero occupare di acqua 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali, e 400 consorzi». Una dispersione di energie, oltre che una moltiplicazione di centri di potere, di punti di controllo sul denaro, sul lavoro, sulle persone e sui voti…

L'acqua di Cosa nostra
Soprattutto non va dimenticato che l’acqua è uno dei settori in cui i gruppi mafiosi locali hanno esercitato maggiormente il loro dominio e che all’origine di molte guerre di mafia ci sono proprio le rivalità per il controllo dell’acqua. I mafiosi controllano la spartizione degli appalti, praticano i pizzi sulle imprese, forniscono loro materiali e servizi, o sono direttamente impegnati nell’attività imprenditoriale. Noti rappresentanti dei clan mafiosi, inoltre, hanno privatizzato le acque sotterranee e controllano i pozzi. Il paradosso che si crea, allora, è che mentre l’acqua dovrebbe essere un bene pubblico, spesso i Comuni si trovano costretti a prendere in affitto i pozzi dei privati e a pagare profumatamente quella che dovrebbe essere la loro acqua. E’ quello che è successo a Palermo, come denuncia il rapporto del Centro Siciliano di Documentazione Giuseppe Impastato, dove la mafia ha assunto il controllo di migliaia pozzi che attingono alla falda freatica nella fascia costiera, costringendo l’Azienda Municipale locale (Amap) a comprare a caro prezzo l’acqua.

Cosa è stato fatto?
Quali interventi sono stati adottati fino ad oggi per risolvere il problema dell’emergenza idrica in Sicilia?
Qualche anno fa si pensò di risolvere il problema della gestione frammentata nominando commissario il presidente della Regione. Per il 2000 un’ordinanza di protezione civile stanziava 54 miliardi per opere urgenti da realizzare nel giro di nove mesi e disponeva poteri di approvazione rapida dei progetti per il presidente della Regione. Ma le inadempienze della Regione indussero il ministro dei lavori pubblici a nominare, nel febbraio del 2001, un commissario dello Stato, il generale dei carabinieri Roberto Jucci. Uomo assai capace, che negli ultimi anni aveva finalmente affrontato in modo serio il problema dell’acqua, proponendo anche l’istituzione di una Authority, che sovrintendesse a tutta la questione dell’acqua in Sicilia, gestendo unitariamente le dighe, il sistema idrogeologico, le condotte di adduzione e gli impianti comunali. La crisi sembrava dunque finalmente avviarsi ad una soluzione, quando, circa un anno fa, si insediò la giunta regionale di centro destra e il neoeletto presidente della Regione, Salvatore Cuffaro, tutt’ora in carica, pretese di assumere direttamente il compito di commissario delle acque, licenziando il generale Jucci.
«Giocheremo da protagonisti e tra le priorità vi è la soluzione del problema dell’acqua in Sicilia» disse Cuffaro nel discorso programmatico al momento del suo insediamento a Palazzo d’Orleans. Ma un anno dopo l’acqua manca ancora. E con il sopraggiungere di un’altra estate, l’emergenza idrica si rinnova. A Palermo la gente è di nuovo scesa in piazza a manifestare contro un razionamento che lascia a secco molti quartieri della città e contro un’amministrazione pubblica che sembra assistere inerte. Intere famiglie si sono riversate nelle strade per reclamare provvedimenti urgenti, quelli promessi ma mai arrivati.

La risposta delle istituzioni
Sul piano nazionale, il presidente del Consiglio dei Ministri con decreti successivi ha dichiarato, fino al 31 dicembre 2002, lo stato di emergenza per la crisi di approvvigionamento idropotabile nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Palermo, Trapani, Messina, Catania, Siracusa e Ragusa. Mentre alla Camera è stato presentato il già citato progetto di legge (N. 867 del 14 giugno 2001) per l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’emergenza idrica in Sicilia, che «abbia il compito di individuare i motivi delle gravi inadempienze pubbliche perpetrate e ricercare le responsabilità del mancato utilizzo dei fondi e di conseguenza del mancato intervento, in tempi utili, affinchè si possano scongiurare le ripetute crisi idriche».
Inoltre il 16 maggio scorso il ministro degli Affari regionali, La Loggia, ha annunciato ufficialmente, tra le misure per combattere la mancanza di acqua in Sicilia, anche il ricorso alle navi con dissalatori, in grado di trasformare l'acqua salata in acqua potabile.
Ma il commissario straordinario Cuffaro ha risposto che sarebbe troppo oneroso per la Regione Sicilia, che «non ha intenzione di sciupare denaro».
Sempre a maggio sono stati stanziati dal Governo 45 milioni di euro, parte da versare ai contadini per risarcirli dei danni subiti, parte da utilizzare per la riparazione della rete idrica siciliana ridotta a un colabrodo.

A livello regionale, invece, il provvedimento più consistente finora adottato dal presidente Cuffaro è stato quello di ricostituire le unità di crisi nelle prefetture delle Province dell'isola. Con le unità di crisi i prefetti avranno a disposizione fino a 25 mila Euro (una somma alquanto modesta) per affrontare il “pronto intervento”, oltre alla possibilità di requisire, in caso di necessità, i pozzi dei privati.

Tutto è pronto? Mancano solo gli interventi.

Chiara Ceneroni, L'Unità, 06/06/2002


| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|