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Paolo Flores d'Arcais

Francia vota per noi

La Francia è sotto shock, ma sarebbe opportuno che l'intera Europa si sentisse sotto shock, si sentisse in pericolo, si sentisse in «emergenza democrazia». E che soprattutto sotto shock si sentissero - anche se ciò può apparire paradossale - le destre europee che credono ancora e per davvero nella democrazia liberale.

Andiamo con ordine. In pericolo è tutta l'Europa. È l'intera Europa, non la sola Francia, ad avere «mal à la democratie». È dappertutto in Europa, infatti, che quasi un elettore su cinque sceglie il più feroce e ottuso populismo antidemocratico (e spesso xenofobo). A Rotterdam, una delle culle della tolleranza, la città di Erasmo, il «Leefbaar Rotterdam» ha di recente conquistato 17 seggi su 45, diventando il primo partito della città. Per fortuna ad Amsterdam e l'Aja il partito di Pym Fortuyn ancora non fa presa, ma il risultato olandese resta comunque impressionante.

Ad Amburgo, il partito dell'ultra-conservatore Ronald Schill aveva sfiorato il 20% nelle municipali. In Belgio, il partito nazionalista fiammingo di Vlaams Blok aveva ottenuto ad Anversa, su un programma che incoraggiava la difesa della razza, il 30%. E in Danimarca il Danske Folkeparti aveva raggiunto il 12% nelle elezioni politiche, con una propaganda indirizzata contro immigrati e omosessuali.

Ma soprattutto, bisogna considerare che mentre in questi paesi (e in Francia) il populismo antidemocratico si presenta chiaramente sotto le proprie bandiere, anche negli altri paesi (Italia e Germania, soprattutto) tocca quote di consensi analoghe, che però risultano più o meno mascherate all'interno delle coalizioni di centro-destra. E questa presenza populista e antidemocratica dentro maggioranze che già governano (in Italia) o potrebbero governare questo autunno (Germania) è perfino più pericolosa del fenomeno lepenista in Francia.

In Italia, del resto, uno dei più noti esponenti della Lega di Umberto Bossi (l'on. Borghezio), ha così commentato i risultati francesi: «La sfolgorante affermazione di Le Pen premia la coerenza e il coraggio di un leader che ha saputo denunciare senza ipocrisia i gravissimi pericoli, per la Francia e per l'Europa, dell'invasione extra-comunitaria. È una bella notizia che riempie di gioia coloro che combattono la stessa battaglia». E Borghezio sa di cosa parla, poiché in effetti i temi lepenisti sono gli stessi che la Lega agita ogni giorno, trascinando sempre più spesso sulle sue posizioni l'intero governo italiano.

Il presidente del partito ex-fascista, Gianfranco Fini (attualmente vice presidente del consiglio) si è naturalmente affrettato a prendere le distanze da Le Pen, ricordando come il suo partito avesse troncato i rapporti di fratellanza con il «Front National» quattro anni fa (sic!). Dunque, fino a quattro anni fa condivideva quelle posizioni (e al governo con Berlusconi Fini è andato, la prima volta, ben otto anni fa). Ma soprattutto, mentre rilasciava al quotidiano «La Repubblica» queste claudicanti giustificazioni, un gruppo di squadristi, con bandiere nere, saluti romani, invocazioni di «duce, duce», capeggiati da un consigliere provinciale del suo partito (dunque da una figura istituzionale), la signora Barbara Saltamartini, cercava di impedire in un teatro romano la rappresentazione di una piece antifascista.

Ancor più grave, se possibile, la scarsissima attenzione che i massmedia italiani hanno dedicato al gesto squadristico, di modo che nessuno ha preteso dagli esponenti del governo una solenne condanna e delle misure conseguenti. E il 25 aprile, festa nazionale in cui si celebra la vittoria della Resistenza antifascista, a festeggiare la liberazione sono stati ancora una volta sindacati ed ex-partigiani, e qualche sindaco democratico, non certo i governanti del centro-destra.

Non c'è da stupirsi. Berlusconi non è Chirac, per Berlusconi l'antifascismo è, nel migliore dei casi, un fastidioso optional, non certo l'orizzonte comune della convivenza civile e politica. E i suoi primi mesi di governo sono stati tutti all'insegna di un populismo antidemocratico e antiliberale addirittura sfrenato: non usa il linguaggio di Le Pen (non sempre, almeno), ma accusa le manifestazioni sindacali di fare il gioco dei terroristi, licenzia i ministri degli esteri europeisti, chiede l'epurazione dei giornalisti non allineati nella Tv di Stato, cerca di distruggere l'autonomia dei magistrati. Indro Montanelli, grande giornalista e grande anticomunista, diceva che anche Berlusconi usava il manganello dei fascisti, sebbene in forma nuova, videocratica.

In Germania nulla di tutto ciò, si dirà. E tuttavia i sintomi inquietanti non mancano. La destra del bavarese Edmund Stoiber fa molta attenzione a quello che dice, per evitare che i propri discorsi e i propri slogan possano essere accusati di «haiderismo», ma la sterzata a destra del partito, rispetto ai tempi del cancelliere Kohl (che pure non scherzava) è netta, inequivoca, pesante. Ed è solo in virtù di questa sterzata, e del carattere aggressivo che sempre più acquista la propaganda contro socialdemocrazia e sindacati, e contro ogni forma di pensiero e attività «progressiste», che si spiega il riassorbimento (per il momento) dei fenomeni populisti e addirittura neo nazisti. Quei voti e quei consensi vanno oggi a Stoiber, ma sono consensi che con una destra democratica non hanno molto a che fare. Il populismo antidemocratico tedesco appoggia oggi Stoiber solo perché Stoiber non fa nulla (a differenza di Chirac) per rifiutarlo.

Perché questo è il punto cruciale: in ogni paese europeo esistono ormai due destre, una conservatrice ma liberale e una decisamente estranea e nemica rispetto alle fondamentali regole della democrazia. Questa seconda destra - che per comodità definiamo populista - non è più marginale. È una presenza ormai massiccia e condizionante. La destra conservatrice, ma democratica, può assumere solo due atteggiamenti verso la destra populista e antidemocratica: quello di Chirac, di condanna esplicita, di rifiuto totale, fino al punto di preferire una sconfitta elettorale (e dunque la vittoria delle sinistre) pur di non chiederne i voti in occasione dei ballottaggi (è successo alle scorse politiche, vinte da Jospin). O quello di Berlusconi (che in forme più sofisticate sembra anche la scelta di Stoiber) secondo cui i nemici sono solo e sempre a sinistra.

Tertium non datur. E allora: poiché in realtà gli unici pericoli per la democrazia vengono oggi in Europa proprio dal populismo, dallo sciovinismo, dalla xenofobia, una destra democratica (anche se radicalmente conservatrice) è tale solo se fa dell'antifascismo, dell'antipopulismo, dell'antixenofobia, la sua scelta prima e irrinunciabile. Se invece è disposta, pur di combattere i suoi avversari di sinistra, a transigere su questi valori, finirà prima o poi per venire a patti con la spregiudicata demagogia (l'ossessione della sicurezza, ad esempio) che la destra populista e xenofoba agita contro i principi della democrazia liberale.

Uno dei motivi del sorprendente risultato francese, infatti, consiste anche nello spazio che Chirac ha colpevolmente regalato alla propaganda di Le Pen proprio sul tema della sicurezza. Il problema certamente esiste, ma se si accetta anche in dosi minime il suo uso demagogico (pur di mettere in difficoltà la sinistra), si risvegliano gli istinti più oscuri di chi vedrà in ogni «altro» (l'immigrato, l'omosessuale, il dissidente) un pericolo e un nemico. E alle dosi minime faranno seguito le dosi massime, le overdose che sfociano nella xenofobia populista.

Questa tentazione di dare spazio (ancorchè minimo) agli argomenti della destra estrema, anziché combattere quella destra con la più radicale energia, come l'unico vero nemico che mette oggi a repentaglio la convivenza civile, è la tentazione a cui tutte le destre europee dovrebbero sottrarsi, e a cui invece troppo spesso pagano un obolo (con conseguenze che potrebbero essere devastanti e irreversibili).

Chirac forse lo ha capito, se ha ritrovato i toni e le parole con cui il De Gaulle della Resistenza aveva altre volte parlato ai francesi (con ben altra credibilità, bisogna riconoscere). Ma lo hanno capito davvero gli Stoiber e gli Aznar? O non sono pronti a flirtare con le tematiche populiste pur di combattere il nemico a sinistra?

Anche le sinistre, naturalmente, hanno le loro colpe. I commentatori politici tendono però a trascurare la più grave e ad accanirsi su quelle secondarie. Che senso ha, infatti, recriminare sulle «divisioni» della sinistra che sono ovviamente una delle ragioni della sua sconfitta? Anche il signor De La Palisse ci sarebbe arrivato! Il problema è semmai capire il perché di tali divisioni, e se sia possibile qualche rimedio.

Ora, la vera colpa della sinistra, in Francia come in Italia, in Spagna come in Germania o in Olanda o in Portogallo, è di non aver capito il vero significato dell'ondata di antipolitica (o più esattamente: di anti-partitocrazia) che da anni e in misura crescente va investendo le democrazie europee. Le sinistre hanno visto in questa ondata solo un pericolo, e non anche un ammonimento e addirittura una chance. Hanno visto nel disgusto di tanti cittadini per i partiti tradizionali semplicemente un rinnovato fenomeno di «poujadismo» (come si diceva in Francia) o «qualunquismo» (come si diceva in Italia). Una disaffezione dei cittadini per la democrazia, insomma.

E invece no. La critica radicale dei partiti, che arrivava alla disaffezione e al non voto, era ed è anche questo naturalmente. Ma anche qualcosa d'altro e perfino di opposto. Nella protesta antipartitocratica si mescolano anche sacrosante esigenze di una più autentica democrazia, che i partiti - diventando macchine burocratiche autoreferenziali - hanno invece negato. I partiti, insomma, sono stati fin troppo spesso la causa di quella «eclissi» della democrazia, che vivono come shock solo ora che si presenta con gli abiti immondi del lepenismo, ma che essi stessi hanno giorno per giorno alimentato allontanandosi dai cittadini e disprezzandone le critiche.

Le sinistre avrebbero dovuto, invece, riconoscere le potenzialità progressiste di questa critica dei partiti e della politica tradizionali, e - ascoltandola - avrebbero dovuto rinnovarsi radicalmente nelle forme organizzative e nei contenuti della propria azione. Le varie liste «marginali» di sinistra prendono nel loro insieme più voti di Jospin. C'è una critica di sinistra della partitocrazia, che non va identificata con gli slogan di Arlette, anche se poi nelle urne si trasforma in voti per i trozkisti (o, ancor più, in astensioni). Questa critica va ascoltata. Altrimenti la sinistra regala alla destra (anzi al populismo antidemocratico nelle sue varianti, da Le Pen a Haider a Berlusconi) l'intera ondata di antipolitica, che è ondata per il momento inarrestabile, ma anche ambigua e contraddittoria, poichè elementi autenticamente democratici e progressisti si mescolano con umori reazionari.

Come reagire, dunque. Si tratta, intanto e innanzitutto, di porre un argine alla «politica spettacolo». Non è utopia. Si può. Basta stabilire per legge che tutte le parti avranno eguali risorse nelle competizioni elettorali, che tali risorse saranno esclusivamente pubbliche, ma non in denaro, bensì - rigorosamente - in eguali strumenti di comunicazione. E che tali strumenti (essenzialmente la televisione) non saranno spot o brevi interventi dove conta lo slogan demagogico, ma trasmissioni strutturate in modo da valorizzare l'argomentazione e rendere ininfluente il sorriso a 24 carati e lo charme da showman.

La politica, insomma, è disposta a ragionare con coerenza sulla necessità di reinventare la politica, per impedire il progredire di una eclissi della democrazia che attraverso la politica/spettacolo e la autoreferenzialità della partitocrazia apre la strada a quel vero e proprio tracollo delle libertà costituito dal populismo? Finora non ha saputo farlo, né a destra né a sinistra. Ora, dopo lo shock francese, è sperabile che arrivi - non fosse altro che per paura - il tempo della lucidità e della coerenza.

Paolo Flores d'Arcais – L'UNITA' – 04/05/2002


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