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Paolo Flores d'Arcais
L'UNITA' – 18/09/2002

Noi dopo il 14 settembre


1) La manifestazione del 14 settembre a piazza S. Giovanni costituisce un evento storico: chi c’era lo sa, lo ha vissuto direttamente, in prima persona, sotto il profilo politico ma anche esistenziale, delle idee e della passione civile ma anche delle emozioni. Perché di entrambe le cose è intessuto l'impegno.

Chi non c’era lo ha comunque capito perfettamente dalle immagini televisive, benchè siano state immagini avare, che mai hanno fatto vedere una panoramica dell'intera “folla” (ma era un mare di persone, ciascuna con la sua esistenza irripetibile, la sua singolarità, i suoi legami di solidarietà e di affetti, altro che anonima “folla”). Perché non si trattava più di una piazza, bensì di un intero pezzo della città - da via Merulana alla piazza del Vicariato a piazza S. Giovanni a via Tasso a piazzale Appio a piazza S.Croce in Gerusalemme a via Emanuele Filiberto fino all'incrocio con viale Manzoni a...- stipato e pigiato all’inverosimile.
Anzi, stipato e pigiato ben oltre la densità per metro quadro anche delle manifestazioni più riuscite (solo in occasione della manifestazione della Cgil il 23 marzo scorso la “folla” era così fitta e compatta).

Un evento storico, perché per la prima volta in Europa è stata la società civile - i cittadini in quanto tali - ad auto-organizzarsi e ad essere protagonista. A “fare politica” a modo proprio, con entusiasmo e con serenità, con il minimalismo dell'intransigenza e della radicalità sui valori irrinunciabili, riuscendo a parlare all'intero Paese e conquistando consensi tra un elettorato “avversario” che nessuna politica tradizionale aveva in questi anni neppure sfiorato. E su temi che il pensiero unico e conformista aveva dichiarato “superati”, astratti e che “non interessano la gente” (legalità, conflitto d'interessi, pluralismo dell'informazione, diritti di chi lavora, eccetera).

Oltre alla felicità per quello che - in oltre un milione - abbiamo insieme organizzato e vissuto, è ora utile e anzi doveroso provare a trarre qualche insegnamento dai fatti.

2) I numeri, innanzitutto, perché in democrazia contano. Le cifre in assoluto sono le meno affidabili, oggetto di valutazioni abissalmente in contrasto (tra questura, vigili, organizzatori). I confronti tra manifestazioni sono invece facili e documentabili. Poiché per quella del 14 il gioco al ribasso ha raggiunto e superato non solo l'indecenza ma anche il più ridicolo infantilismo (il televideo di regime parlava di 90 mila presenze. Dietro il palco, forse!), la sfida che lanciamo è quella di un confronto in tv sulla base di filmati e foto delle manifestazioni tenute a S.Giovanni (o anche altrove) negli ultimi dieci anni (o anche più indietro, se si preferisce).

In particolare: nell'ottobre del 1998 Berlusconi mobilita le masse contro il centrosinistra proprio a S. Giovanni. I filmati sono chiari: la piazza è colma ma non deborda, la folla è fitta ma non “a sardina”, si intravede qua e là il verde del prato. Il titolo del “Corriere della Sera” recita: “Governo, un milione di no dal Polo”. Il principale quotidiano di Roma, “Il Messaggero”, varia così: “Un milione di no al governo”. Sono le cifre fornite da Berlusconi. Vengono avallate dalla maggior parte dei mass media. E giusto che siano il nostro criterio di misura.

E allora: già la manifestazione dell'Ulivo, sempre a S. Giovanni lo scorso marzo, era più numerosa. Le cifre decise dai giornali variavano tra i trecento e gli ottocentomila, ma la folla, di una densità almeno pari, debordava dal perimetro della piazza.

Quanto al 14 settembre, ho già ricordato quale fosse la realtà: una densità per metro quadro paragonabile solo a quella sotto il palco di Cofferati il 23 marzo scorso (per lo meno doppia di quella delle manifestazioni citate in precedenza). E uno spazio attorno a S.Giovanni (da via Merulana a via Manzoni a S.Croce in Gerusalemme) che ciascuno può misurare su qualsiasi cartina topografica della città di Roma. Faccia il conto di quante volte la piazza è contenuta in questo spazio, moltiplichi per il 2 della densità, e avrà la cifra vera dei manifestanti, se si assume l'unità di misura di Berlusconi. Ripeto: pronti a discuterne in tv, foto e geometria alla mano.

3) Questo “oltre un milione” di cittadini si è davvero auto-organizzato. Le cose sono andate così (e qualche sociologo farebbe bene a studiarle): un “apparato centrale” (si spera che anche i nostri avversari capiscano l'ironia) di quattro gatti (pressocchè alla lettera) ha funzionato solo da catalizzatore. Che poi la fatica, per tre o quattro settimane, sia stata massacrante, va da sé. Ma la manifestazione non si sarebbe mai realizzata se alcune centinaia (forse un paio di migliaia) di persone non si fossero improvvisate dirigenti e organizzatori in ogni angolo d'Italia. Questa è la realtà, tutta da studiare.

Parlare di “dirigenti” non è una “captatio benevolentiae”, ma la sobria descrizione del ruolo effettivamente svolto. Ciascuno di loro ha agito da dirigente - insieme - politico e organizzativo: chiarire e sintetizzare i contenuti e le parole d'ordine, prenotare e riempire pullman, promuovere la manifestazione con volantini, raggiungere tutte le aggregazioni sociali, inventarsi contatti con la stampa locale, rispondere alle polemiche avversarie, mediare i piccoli conflitti che anche nelle iniziative più solidali possono nascere. Questo fa un leader politico, questo hanno fatto centinaia (forse migliaia) di “leader del tempo libero”, politici bricoleur che hanno dimostrato sul campo (e quasi sempre senza collegamenti di nessun genere) efficienza e lucidità invidiabili (e invidiate) anche da politici di lungo corso.
Un'efficienza mostruosa, figlia esclusivamente della passione civile, superiore all'efficienza di qualsiasi sperimentato e pagatissimo management aziendale. Se in Italia si fa ancora sociologia, anche questo paradosso andrebbe studiato.

4) È su questa base che si è cancellata ogni polemica tra movimenti e partiti. Nel senso che la base dei partiti, in particolare dei Ds, si è mossa spontaneamente ed entusiasticamente, insieme a chi iscritto non è, non appena la data della manifestazione fu ribadita “ufficialmente” (lo facemmo il 14 agosto, Pancho Pardi sul Manifesto e io stesso sull'Unità) senza attendere decisioni di vertici. Anche questo risveglio delle sezioni, questo protagonismo, è importante. E sarebbe sbagliato sospettare sotterranee vene polemiche in chi si accorge del fenomeno e lo valorizza.

È perciò un errore, proprio perché il clima era di così grande comunanza (di autentica fratellanza, sarebbe giusto dire - ci accusino pure di essere giacobini) sostenere che “metà della piazza era gente mia” (o “nostra”): in questo modo si guadagna solo il sarcasmo di un grande studioso liberale e antiberlusconiano (le due cose vanno necessariamente insieme), Giovanni Sartori: “non proprio marxista, questa concezione della proprietà!”.

Quella “gente” non era di nessuno, e non era neppure “gente”. Erano cittadini, persone, esistenze irripetibili, individui, ciascuno con la sua storia, uniti da una incontenibile passione civile, che se la ridevano delle accuse di massimalismo, giustizialismo, estremismo e altre balle messe in giro dai cortigiani massmediatici del Cavaliere (e c'erano anche non poche persone di destra, che avevano votato Berlusconi). Partecipavano alla loro manifestazione. Estremisti sì, ad onor del vero. Ma estremisti della legalità, della “Costituzione eguale per tutti”, estremisti di quella intransigenza moderata che in un paese civile e democratico dovrebbe essere l'orizzonte comune di tutti e di ciascuno.

5) Non ha senso, dunque, pensare a quella piazza come ad un “Ulivo allargato”, perché è stata molto ma molto di più. Ed è proprio quel “molto ma molto di più” che spaventa Berlusconi. Sia chiaro: a S.Giovanni, in maggioranza, erano uomini e donne da anni in opposizione al Cavaliere (che avevano votato per il centrosinistra, o che non avevano votato affatto perché scontenti di un centrosinistra troppo accomodante, troppo “all'inciucio”), ma è la breccia aperta nell'elettorato di Berlusconi il fatto davvero nuovo, il “miracolo” che abbiamo cercato consapevolmente di realizzare, e a cui nessuno voleva credere. Una breccia che sta diventando voragine: ai partiti, ora il compito di non lasciarla richiudere.
Non dunque una piazza S.Giovanni radicale, a cui far seguire la conquista dei moderati con una diversa - meno radicale - politica. Sarebbe l'errore degli errori, il segno di una devastante cecità diagnostica. A raccogliere consensi crescenti tra gli elettori sempre più delusi di Berlusconi sono stati proprio i contenuti politici e civili della protesta (e della proposta) dei movimenti, a torto giudicati estremisti o massimalisti - per miopia, in qualche dirigente, o per interesse a far perdere il centrosinistra in eterno, nei Ferrara e Panebianco. Allargare quella breccia non è dunque così difficile: basta proseguire sulla strada della "Festa di Protesta" ed esplicitarne tutta la potenzialità propositiva e programmatica. Senza rinunciare di un ette a quella “radicalità”, vincente proprio presso i moderati.

Cominciando dalla coerenza rispetto a due promesse: ostruzionismo in parlamento e primarie per la designazione dei candidati. Due problemi attualissimi.

6) Ostruzionismo: a luglio, proprio su queste pagine, inviavo una lettera aperta all'on. Violante, sulla necessità di un ostruzionismo a 360 gradi. Se esercitato solo sulla legge Cirami, notavo, farebbe guadagnare solo qualche giorno. Se esercitato sistematicamente su tutti i provvedimenti del governo e della maggioranza (e in particolare su tutti i decreti legge che devono essere convertiti, su ognuno dei quali si può inchiodare la maggioranza per un'intera settimana di lavori) Berlusconi dovrà scegliere tra paralisi delle camere e ritiro della legge Cirami (e simili).

Chiedevo a Violante un solenne impegno pubblico. Che arrivò, solenne e privo si sfumature, il giorno dopo, sempre sull'Unità. È perciò cruciale non solo che questo impegno di ostruzionismo “su tutto” sia mantenuto (su questo non esiste dubbio alcuno, solo immaginarlo sarebbe offensivo), ma che ogni singolo atto quotidiano di tale ostruzionismo “su tutto” venga puntualmente comunicato all'opinione pubblica con il massimo di evidenza.

Primarie: sono state, anch'esse, reiteratamente e solennemente promesse, come un primo ineludibile passo per riavvicinare i cittadini ai politici. Ci sono due occasioni a breve: il collegio senatoriale di Pisa, dove deve essere sostituito Luigi Berlinguer (eletto al Csm) e l'elezione del sindaco di Bologna (e di molte altre amministrazioni locali).

Leggo ora sull'Unità, proprio sotto un grande articolo dedicato a piazza S.Giovanni, che i dirigenti del centrosinistra pisano hanno già deciso la candidatura del prof. Modica, rettore dell'ateneo. È probabile che si tratti del miglior candidato possibile. È certo che se davvero fosse scelta in questo modo, in un conciliabolo di apparato, la sua candidatura verrebbe svilita. Immagino che qualche associazione e club locale chiederà ufficialmente le primarie a Pisa (e certo non in polemica col prof. Modica in quanto persona). Immagino che lo farà anche il prof. Modica, per il suo stesso prestigio. Solo con vere primarie, infatti, a cui possano partecipare tutti i cittadini che si oppongono a Berlusconi, non si deluderanno le aspettative della società civile.

7) I movimenti non diventeranno un partito. Non si daranno coordinamenti stabili (e meno che mai “portavoce”), che finirebbero - malgrado le migliori intenzioni - per farli assomigliare a dei partitini. È quasi certo, del resto, che proprio di ritorno da Roma, tanti altri club stiano nascendo in ogni città, a partire da chi in un pullman, un treno, un gruppo di manifestanti, ha stretto legami anche di amicizia e ha scoperto il piacere dell'impegno civile. E vuole perciò proseguirlo. Nanni, ripetendo quanto in due altre occasioni di movimento (ben più piccine) avevano detto Andrea Camilleri e Luigi Pintor, ha concluso con un “non perdiamoci di vista”: il programma organizzativo dei movimenti è davvero tutto qui.

Paolo Flores d'Arcais – L'UNITA' – 18/09/2002


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