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Estrellina e la stufa russa

A sud del sud del mondo c'è El Bolsòn, a un tiro di schioppo dal Cile. Dal `69 qui sopravvive una comunità hippy sfuggita alla dittatura e insidiata dal consumismo

Iprimi hippies si videro nel 1969, poco dopo il concerto di Woodstock. Viaggiavano in autostop o su vecchi pulmini Volkswagen con le tendine laterali. Indossavano sandali di cuoio e portavano un nastro fermacapelli sulla fronte. Gli adesivi sul cruscotto dicevano: “Fate l'amore e non la guerra”. Era quella del Vietnam. In quei mesi a El Bolsòn - un piccolo centro della Patagonia andina adagiato in una valle verdissima tagliata a zig-zag dal rìo Azul - arrivarono centinaia di giovani che volevano stare lontano da Buenos Aires, rifiutavano il consumismo e i rapporti di potere, volevano costruire un nuovo modello di vita. C'erano anche gli attori che avevano portato in scena il musical Hair in Argentina. Sognavano di trasformare la finzione scenica in realtà ma il progetto non andò a buon fine. Si fermarono due mesi o poco più, non avevano previsto il freddo del Bolsòn, dove d'inverno la temperatura scende a meno 14, i cumuli di neve bloccano la gente in casa per intere settimane e il sud del sud del mondo assomiglia alla Siberia. Nel `75, o giù di lì, la comunità hippy si sciolse, l'ideale della vita in comune - faticosa più di quanto i giovani avevano immaginato - era al tramonto.

Una stella in fronte

Quando faceva l'hippy, Silvia De Toro, conosciuta come “Estrellina” per via di un tatuaggio a forma di stella sulla fronte, aveva soltanto 14 anni e viveva ancora a Buenos Aires. La madre veniva da una famiglia di militari, mentre lei era militante anarchica. A 18 anni decise di andarsene a vivere in campagna, una quarantina di chilometri da Buenos Aires. Silvia frequentava la Federacion obrera, lavorava con il “Servicio solidario integral de los detenidos” e aveva non pochi problemi con la polizia. “Con noi c'era gente che ha fatto carriera: uno è giudice della Corte suprema, un altro è il presidente del Consiglio dei minori, un altro ancora è un noto criminologo”, ricorda. “A quei tempi vedevamo spesso anche Duhalde, che sarà presidente della Repubblica nel 2002. Era a capo di un partito della zona sud di Buenos Aires ed era interessato ai problemi dei detenuti. Cominciava a crearsi il suo bacino elettorale”. Silvia, che oggi ha 48 anni, era una delle compagne più attive nell'occupazione delle case libere. Un amico architetto andava al catasto e passava agli anarchici le informazioni sulle case sfitte dello stato o dell'esercito. A quel punto il gruppo occupava a colpo sicuro.

Come Aureliano Buendìa davanti al plotone di esecuzione, Silvia si sarebbe ricordata di questa esperienza molti anni dopo, quando decise di trasferirsi a El Bòlson. “La vita a Casasco, un quartiere della periferia di Buenos Aires - racconta - era diventata impossibile. Avevo due bambini piccoli. Nella scuola del più grande circolava droga, alcuni suoi compagni avevano la pistola. Decidemmo di venire qui perché è un posto tranquillo ma anche perché c'è la fiera artigianale, dove possiamo vendere i nostri braccialetti e tirare avanti con poco”. Silvia, i suoi due figli e il suo compagno cileno Daniel, approdano in Patagonia nel `93. “Estrellina” non ha esitazioni. Mette giù le valigie, sceglie un terreno libero, lontano dal centro abitato, e lo occupa insieme a un'altra famiglia. Poi traccia un perimetro con un bastone, alza un recinto e dice: “Vivremo qui”. Via dalla folla, dal frastuono e dall'inquinamento di Buenos Aires. Le due famiglie cominciano a costruirsi la casa. Normale a El Bolsòn, nessuno interviene. “I politici erano un po' distratti”, ride.

La casa, dodici anni dopo, non è ancora terminata. “E' vero, non ho titoli, né carte che dicano che posso stare lì, ma voglio proprio vedere se hanno il coraggio di cacciarmi. Mio figlio più grande ha 27 anni, vive a Buenos Aires, fa il poeta. Dice che vuole tornare a El Bolsòn con la fidanzata. Bene. Costruiremo una stanza anche per lui”. La cosa fondamentale è la stufa, una stufa russa, di quelle che si trovano nelle dacie. “È successo così: un giorno arriva un tipo da Trelew per parlarci di energia alternativa. Ci spiega che la stufa in ceramica fa risparmiare legna”. L'uomo è convincente: la stufa russa potrebbe essere un ottimo investimento. Ma costa un patrimonio, i soldi non bastano. C'è un solo modo per comprarla, una colletta. Con altre cinque famiglie, Silvia e Daniel mettono insieme il denaro per acquistare i pezzi di una prima stufa. L'uomo di Trelew gli ha insegnato come montarla, non c'è problema. Una volta pronta, la stufa va alla famiglia che ne ha più bisogno. Dopo qualche tempo ci sono i soldi per comprare la seconda stufa. Poi una terza, la quarta, l'ultima. “La stufa funziona a meraviglia, possiamo dire che è il nostro unico tesoro”, dice Silvia felice.

Mentre parla, la gente si ferma davanti alla sua bancarella e le chiede il prezzo dei braccialetti fatti con fili intrecciati sui quali, come per magia, appare il nome desiderato. Costano due pesos, cinquanta centesimi di euro. Daniel ha le dita che volano, riesce a realizzare un bracciale in due minuti. Il problema è venderli. Durante la stagione invernale a El Bolsòn, che conta in tutto 15 mila abitanti, non passa neppure un turista. “I braccialetti sono la nostra sola fonte di guadagno - dice Silvia - quanto a mangiare abbiamo un orto e una piccola serra per l'inverno”. A El Bolsòn, d'altronde, ci si arrangia ancora con il baratto. È una cosa normale. Negli anni della crisi, 2000-2002, un quarto delle famiglie ha potuto vivere grazie allo scambio.

La Fiera artigianale è un po' il motore dell'economia. Si tiene il martedì, il giovedì e il sabato. Un centinaio di bancarelle disposte in cerchio espongono prodotti di ogni tipo fatti a mano: berretti di lana, magliette con disegni psichedelici, elfi intagliati nei ramoscelli, scodelle e portafrutta in legno massiccio. Dai dintorni vengono gruppi musicali, mimi, venditori di torte salate e dolci fatti in casa, i produttori di birra El Bolsòn a fermentazione naturale. Gli uomini hanno code di cavallo imbiancate, tatuaggi sui bicipiti, orecchini. Viaggiano su vecchie Renault 12, quel modello che ha il muso uguale alla coda per cui non si capisce mai in quale direzione sia parcheggiato: “Consuma poco e qui i ricambi si trovano facilmente”, spiega Silvia. Se si è fortunati, ogni tanto si vede sfrecciare un “chopper” giallo rimesso a nuovo che ricorda Easy rider. Tutto un altro scenario rispetto a Bariloche, poco lontano da qui, dove sembra di essere in Svizzera e, anche dopo la cattura di Priebke, c'è sicuramente qualche vecchio criminale nazista nascosto in qualche baita.

Ai tempi di Videla

Negli anni della dittatura Videla, racconta Silvia, a El Bòlson si rifugiavano i giovani che non avevano i soldi per volare a Ibiza o in California: “Io sarei fuggita volentieri, ma ero minorenne”. Nel `79, quando era già separata dal marito, fu sequestrata dagli sgherri del regime e portata in un campo di detenzione e tortura, il Centro d'operazioni tattiche Martinez, avenida del Libertador 14237. “Mi hanno presa in un bar di Martinez, un barrio nella zona nord di Buenos Aires. Ero in compagnia di due amici che portavano i capelli lunghi. Non stavamo fumando spinelli, non facevamo nulla. Mia madre per fortuna conosceva un buon avvocato, il fratello del sindaco di San Isidro, una famiglia potente. È riuscita a farmi uscire dopo due settimane”. Due settimane. Sembrano brevi ma sono un'eternità, se nel frattempo qualcuno ti fa provare che cosa vuol dire il passaggio della corrente elettrica sul tuo corpo. Pochi anni dopo, nell'85, tempi di democrazia, Silvia conosce ancora una volta la galera, quattro mesi per consumo di droga e resistenza alla forza pubblica. Occupare case non è un'attività particolarmente tollerata dalla polizia.

Oggi i problemi di Silvia sono altri, una malattia del sangue, come superare la strettoia economica dell'inverno, il rischio che El Bòlson venga stravolta. “Un tempo qui ci veniva chi era costretto a vivere con poco, oggi è pieno di ricchi scappati da Buenos Aires e da Cordoba per paura dei rapimenti. Si credono i padroni del paese, girano sulle loro jeep 4x4, non rispettano la natura, non sanno neppure che cos'è questo posto”. Come se non bastasse, su El Bòlson ha messo gli occhi un certo Lewis, uno dei soci di Silvester Stallone nella catena degli Hard Rock Cafè. Si presenta dai contadini con un pacco di dollari in mano e compra tutti i terreni che trova. Ha regalato un'autoambulanza alla comunità e pare sia già in affari con il sindaco. “Il problema più grande è che manca lo Stato”, dice Silvia. Suona strano detto da un'anarchica. Il fatto è che gli amministratori locali se ne infischiano dei problemi della gente: “Ci sono bande legate a questo o a quello che ogni tanto si sparano tra di loro”.

A El Bolsòn mancano gli ospedali attrezzati: “Per fare una Tac alla spalla - racconta Silvia - ho dovuto andare a Cipolletti, seicento chilometri di qua. È vero, si può fare a Bariloche ma non c'è la convenzione”. Mancano le scuole: “Sembra incredibile, ma l'unico istituto superiore è la scuola di musica”, conclude. Non è per il passato della comunità hippy se a El Bolsòn i ragazzi suonano tutti la chitarra o la batteria.

Riccardo De Gennaro – IL MANIFESTO – 21/04/2005


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