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Umberto Eco – L'UNITA'
10/11/2001

Il cuore rosso del sogno americano

Caro Furio, mi hai chiesto di ritrovarti un mio vecchio saggio sullo storico «flirt» tra la sinistra italiana e gli Stati Uniti. Avresti dovuto averlo, perché era stato preparato per un convegno, alla Columbia University, nel gennaio 1980, «L'immagine americana in Italia e l'immagine italiana in America», diretto da Giovanni Sartori e di cui tu sei stato l'organizzatore. Il mio testo, insieme ad altri interventi, era stato pubblicato come «Il mito americano di tre generazioni antiamericane». In Comunicazione di massa 3, 1980 (che tu allora dirigevi) e poi è stato ripreso da Laterza, in un volume a più voci intitolato La riscoperta dell'America, del 1984. Del mio scritto dovrebbe esistere anche una traduzione inglese pubblicata da qualche parte, ma non riesco a ritrovarne traccia nei miei archivi. In ogni caso io non parlavo tanto agli italiani, quanto agli americani, ed è per questo che mi diffondevo in notizie su personaggi come Pavese, Vittorini o Pintor.
L'avevo scritto perché immaginavo che per molti americani l'immagine della sinistra italiana fosse quella di militanti che manifestavano per il Vietnam contro «Johnson boia», e volevo far capire loro come almeno tre generazioni della sinistra italiana (forse persino molti che inneggiavano all'Unione Sovietica) erano cresciute all'ombra di un «sogno americano», e se qualcuno si era documentato per dovere d'ufficio sulle traduzioni del Diamat, la maggioranza era cresciuta (e si era aperta a ideali di libertà) leggendo i narratori americani, vedendo film americani, ascoltando musica americana (prima jazz e poi folk) e coltivando una immagine mitica e affettuosa dell'America. È un paradosso, ma è storia. Forse non lo è stata per qualche vecchio «compagno» che ha pianto per la morte di Stalin, ma lo è stata per la grande maggioranza degli intellettuali (traditori come sempre - e come giusto che siano, pronti ad alimentare le contraddizioni all'interno del loro stesso gruppo). Immagino che parte di questa storia possa suonare nuova anche a dei lettori italiani, e forse è giusto ricordarla. La citazione che segue è tratta da «l’Unità», 3 agosto 1947, all’alba della guerra fredda. Vi ricordo che «l’Unità» era il quotidiano ufficiale del partito comunista italiano, a quei tempi fortemente inteso a celebrare i trionfi e le virtù dell’Unione Sovietica e a criticare i vizi della civiltà capitalistica americana: «Verso il 1930, quando il fascismo cominciava a essere “la speranza del mondo”, accadde ad alcuni giovani di scoprire nei suoi libri l’America, una America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane e innocente. Per qualche anno questi giovani lessero, tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia... Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbek, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci... A questo punto la cultura americana divenne per noi qualcosa di molto serio e prezioso, divenne una sorta di grande laboratorio dove con altra libertà e altri mezzi si perseguiva lo stesso compito di creare un gusto, uno stile, un mondo moderno che, forse con minore immediatezza ma con altrettanta caparbia volontà, i migliori tra noi perseguivano... Ci si accorse, durante quegli anni di studio, che l’America non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti... La cultura americana ci permise in quegli anni di vedere svolgersi come su uno schermo gigante il nostro stesso dramma... Parteggiare nel dramma, nella favola, nel problema non potevamo apertamente, e così studiammo la cultura americana un po' come si studiano i secoli del passato, i drammi elisabettiani o la poesia dello stil novo».
L’autore di questo articolo era Cesare Pavese, già autore famoso, traduttore di Melville e altri scrittori americani, comunista. Nel 1953, introducendo la raccolta dei saggi di Pavese, morto suicida, Italo Calvino, allora membro del partito comunista (che lasciò ai tempi della vicenda ungherese) così espresse il sentimento che la intellighenzia di sinistra provava nei confronti degli Stati Uniti:
«L’America. I periodi di scontento hanno spesso visto nascere il mito letterario di un paese proposto come termine di confronto, una Germania ricreata da un Tacito o da una Staël. Spesso il paese scoperto è solo una terra d’utopia, una allegoria sociale che col paese esistente in realtà ha appena qualche dato in comune; ma non per questo serve di meno, anzi gli elementi che prendono risalto sono proprio quelli di cui la situazione ha bisogno... E davvero, questa america dei letterati, calda di sangui di popoli diversi, fumosa di ciminiere e irrigua di campi, ribelle alle ipocrisie chiesastiche, urlante di scioperi e di masse in lotta, diventava un simbolo complesso di tutti i fermenti e di tutte le realtà contemporanee, un misto di America, di Russia e d’Italia,con in più un sapore di terre primitive, una incomposita sintesi di tutto ciò che il fascismo pretendeva di negare, di escludere». Come era potuto accadere che questo simbolo ambiguo, ovvero questa civiltà contraddittoria, avesse potuto affascinare una generazione intellettuale cresciuta nel periodo fascista, quando l’educazione scolastica e la propaganda di massa celebravano soltanto i fasti della romanità e condannavano le cosiddette demoplutocrazie giudaiche? Come era potuto accadere che al di sotto e al di là dei modelli ufficiali, la generazione giovane negli anni Trenta e Quaranta si creasse una sorta di educazione alternativa, un proprio flusso di contropropaganda di regime?
Vorrei tracciare a vasti tratti la storia di tre generazioni di italiani che, per diverse ragioni storiche e politiche, in qualche modo si consideravano o avrebbero dovuto considerarsi anti-americani; e che, in qualche modo, da soli, contro o addirittura a sostegno della loro ideologia antiamericana, hanno elaborato un Mito americano. Il primo personaggio della mia storia firmava i suoi articoli, negli anni Trenta, come Tito Silvio Mursino. Annagramma di Vittorio Mussolini, figlio del Duce. Vittorio apparteneva a un gruppo di giovani leoni affascinati dal cinema, come arte, come industria, come modo di vita. Vittorio non si accontentava di essere il figlio del Capo, il che sarebbe stato sufficiente a procurargli le grazie di molte attrici: voleva essere il pioniere dell’americanizzazione del cinema italiano. Nella sua rivista “Cinema” egli criticava la tradizione cinematografica europea e asseriva che il pubblico italiano si identificava emotivamente solo con gli archetipi del cinema americano. Vittorio non era un intellettuale e neppure un grande uomo d’affari. Il suo viaggio in America, per gettare un ponte tra le due industrie cinematografiche, si risolse in un fiasco: gaffes politiche, sabotaggio da parte delle stesse autorità italiane(il padre guardava all’impresa con molta diffidenza), ironia da parte della stampa americana. Al Roach gli disse che al postutto era un bravo ragazzo, perché non cambiava nome? Questo modello americano rimase valido sino al 1942, quando gli americani divennero ufficialmente nemici. Ma anche nei casi di più violenta propaganda bellica, il nemico odiato era l’inglese, non l’americano. Ma forse la spia più interessante di questa sensibilità diffusa la troviamo nelle pagine della giovane intellighenzia fascista che scriveva sulle pagine di «Primato». «Primato» uscì tra il 1940 e il 1943, diretta da una delle più contraddittorie figure del regime fascista, Giuseppe Bottai. Tra i giovani collaboratori di «Primato» troviamo non solo i rappresentanti dell’antifascismo liberale (Montale, Brancati, Paci, Contini, Praz) ma anche il meglio della futura cultura comunista, Vittorini, Alicata, Argan, Banfi, Della Volpe, Guttuso, Luporini, Pavese, Pintor, Pratolini, Zavattini, ecc. Colpisce accorgersi che, nel febbraio ‘41, un brillante giovane intellettuale come Giaime Pintor potesse pubblicare sulla rivista un saggio sulla robotizzazione del soldato tedesco, ricordando che l’Europa non sarebbe mai ridiventata un territorio di libertà sino a che fosse dominata dall’ombra cupa delle bandiere germaniche. Cresciuto sotto il fascismo, sviluppando giorno per giorno,a ritocco per articolo una critica lucida e coraggiosa delle dittature europee, Giaime Pintor scrisse nel 1943, pochi mesi prima di morire nel corso della guerra di resistenza, un saggio che allora non poté pubblicare; «... l’America vincerà questa guerra perché il suo slancio iniziale obbedisce a forze più vere, perché crede facile e giusto quello che si propone. Keep smiling, «conserva il tuo sorriso»: questo «slogan» di pace veniva dall’America con tutto un seguito di musiche edificanti, quando l’Europa era una vetrina vuota e l'austerità di costumi imposta ai paesi totalitari scopriva soltanto il volto disperato e amaro della reazione fascista. L’estrema semplicità dell’ottimismo americano poteva allora indignare quanti erano persuasi del dovere di portare il lutto in segno d’umanità, quanti anteponevano l’orgoglio per i propri morti alla salute dei propri vivi. Ma il grande orgoglio della America per i suoi figli di oggi sarà la consapevolezza che essi hanno corso sulla strada più ripida della storia, che hanno evitato i pericoli e le insidie di uno sviluppo quasi senza soste. L’arricchimento e la corruzione burocratica, i gangsters e le crisi, tutto è diventato natura in un corpo che cresce. E questa è la sola storia dell’America: un popolo che cresce, che copre con il suo continuo entusiasmo gli errori già commessi e riscatta nella buona volontà i pericoli futuri. Le forze più ostili potevano incontrarsi sul suolo americano, le malattie e la miseria; ma la media di questi rischi e paure era sempre una positività, ripeteva ogni volta l’esaltazione dell’uomo. Grava sulla civiltà americana la stupidità di una frase: civiltà materialistica. Civiltà di produttori; questo è l'orgoglio di una razza che non ha sacrificato le proprie forze a velleità ideologiche e non è caduta nel facile trabocchetto dei «valori spirituali»; ma ha fatto della tecnica la propria vita, ha sentito nuovi affetti nascere dalla pratica quotidiana del lavoro collettivo e nuove leggende sorgere dagli orizzonti conquistati. Qualunque cosa pensino i critici romantici, un’esperienza così profondamente rivoluzionaria non è rimasta senza parole; e mentre nell’Europa del dopoguerra si riprendevano i temi di una cultura decadente o si adottavano formule, come quella surrealista, necessariamente sprovviste di futuro, l’America si esprimeva in una nuova narrativa e in un nuovo linguaggio, inventava il cinematografo. Che cosa sia il cinema americano molti sentono, con quell’ambivalenza di simpatia e di fastidio che è stata descritta come uno dei nostri irriducibili complessi di europei, ma nessuno forse ha posto in luce con il necessario vigore. Ora che un'astinenza obbligatoria ci ha garantiti dagli eccessi di pubblicità e dal fastidio dell'abitudine si può forse ricapitolare il significato di quell’episodio educativo e riconoscere nel cinema americano il più grande messaggio che abbia ricevuto la nostra generazione». Con l’immagine di questa America universale nel cuore, Giaime Pintor si univa all’esercito inglese a Napoli e moriva tentando di passare le linee tedesche per organizzare la resistenza partigiana nel Lazio. Da dove veniva questa immagine dell’America? Pintor e Vittorio Mussolini, da due lati opposti della barricata, ci dicono che il mito arrivava via-cinema. Ma anche la narrativa era stata un elemento di diffusione e ispirazione. E alla origine di questa diffusione noi troviamo due scrittori, Elio Vittorini e Cesare Pavese. Ambedue cresciuti in clima fascista, Vittorini tentando l’avventura di «Primato», Pavese già condannato al confino sin dal 1935. Entrambi affascinati dal mito americano. Entrambi sarebbero diventati comunisti. …Nel 1941 Vittorini preparò per Bompiani Americana, una antologia di più di mille pagine, con testi che andavano da Washington Irving a Thorton Wilder e Saroyan, passando per O. Henry e Gertrud Stein - tradotti da giovani letterati che si chiamavano Alberto Moravia, Carlo Linati, Guido Piovene, Eugenio Montale, Cesare Pavese. Dal punto di vista di oggi, la raccolta era abbastanza completa; forse eccessivamente vorace, certamente scompensata; Fitzgerald vi appare sottovalutato, Saroyan sopravvalutato, vi figurano autori come John Fante che per l’avvenire non avrebbero più occupato un posto di tale rilievo nelle cronache letterarie. Ma questa antologia non voleva essere una storia della letteratura americana bensì la costruzione di una allegoria, una sorta di Divina Commedia dove paradiso e inferno coincidevano. Vittorini aveva già scritto nel 1938 («Letteratura», 5) che la letteratura americana era una letteratura mondiale con un unico linguaggio e che l’essere americano coincideva col non esserlo, con l’essere libero da tradizioni locali, aperto alla comune civiltà dell’umanità. In Americana la prima descrizione degli Stati Uniti è alquanto omerica, con l’immagine delle pianure e delle ferrovie, delle montagne nevose e dei paesaggi sterminati da costa a costa. Una innocenza litografica, alla Courrier and Ives, un’epica non nutrita da alcuna evidenza diretta, puro onirismo intertestuale. C’era in quelle pagine la stessa libertà con cui Vittorini aveva tradotto e avrebbe tradotto i propri autori americani, tutti in «vittorinese» dove una creatività partecipante metteva in secondo piano l’esattezza filologica. Ma l’America che Vittorini disegna in quelle pagine è una terra preistorica sommossa da terremoti e derive di continenti, dove invece dei dinosauri e dei mammuths dominano i profili giganteschi di Jonathan Edwards che risveglia Rip van Winckle invitandolo a un epico duello con Edgar Allan Poe che cavalca Moby Dick. Anche i giudizi critici sono metafore, iperboli: «Melville è l’aggettivo di Poe e di Hawthorne sostantivo. Egli ci dice che la purezza è ferocia. La purezza è una tigre… Billy Budd impiccato. Egli è un aggettivo. Ma come la felicità è un aggettivo della vita. O come lo è, della vita, la disperazione». America come chanson de geste. Pound e i negri del blues. «L’America è oggi (per la nuova leggenda che si va formando) una specie di nuovo Oriente favoloso, e l’uomo vi appare di volta in volta sotto il segno di una squisita particolarità, filippino o cinese o slavo o curdo, per essere sostanzialmente sempre lo stesso: “io” lirico, protagonista della creazione».
Il libro era multimediale. Non solo libro di brani letterari e raccordi critici, ma anche una superba antologia fotografica. Immagini prese dai fotografi del New Deal che lavoravano per la Works Progress Administration. Insisto sulla documentazione fotografica perché ho saputo di giovani che all’epoca furono culturalmente e politicamente rigenerati proprio dall’impatto con quelle immagini, di fronte alle quali provarono il sentimento di una realtà diversa, e di una diversa retorica, ovvero di una antiretorica. Ma il Minculpop non poteva accettare Americana. La prima edizione del 1942 fu sequestrata. Si dovette ripubblicarla senza i testi di Vittorini e con una nuova prefazione di Emilio Cecchi, più accademica e prudente, meno entusiastica e più critica, più «letteraria». Ma anche così emasculata, Americana circolò e produsse una nuova cultura.
…Così, la generazione che aveva letto Pavese e Vittorini combatté la guerra partigiana, spesso nelle brigate comuniste, celebrando la rivoluzione d’ottobre e la figura carismatica del Piccolo Padre, e rimanendo al tempo stesso affascinata e ossessionata da una America come speranza, rinnovamento, progresso e rivoluzione.
Vittorini e Pavese erano alla fine della guerra adulti maturi, quasi quarantenni. La seconda generazione del mio affresco invece comprendeva ragazzi nati negli anni Trenta. Molti di essi entrarono all’età adulta, alla fine del conflitto, come marxisti. Il loro marxismo non era quello di Vittorini e Pavese, del tutto identificato con la lotta di liberazione e l’orrore per le dittature fasciste, più un senso di fraternità universale che una ideologia precisa. Per la seconda generazione il marxismo era una esperienza di organizzazione politica e di engagement filosofico. L’ideale di questa generazione era l’Unione Sovietica, la sua estetica il realismo socialista, il suo mito la classe operaia. Politicamente avversi all’America come sistema economico e politico, simpatizzavano con vari aspetti della storia sociale americana, con quella «America vera» che era stata dei pionieri e della prima opposizione anarchica, l’America «socialista» di Jack London e Dos Passos. …Tuttavia quella che ci interessa è una diversa fascia di questa seconda generazione, che poteva vivere all’interno o all’esterno dei due partiti marxisti di quell’epoca, il comunista e il socialista, e la cui definizione risulterebbe così vaga e imprecisa che sono costretto a commettere un arbitrio narrativo. Costruirò un personaggio fittizio che chiamerò Roberto. Tra i membri della classe di cui egli vuol essere il rappresentante, ve ne saranno stati di Roberti al novanta per cento e di Roberti al dieci per cento. Il mio sarà un Roberto al cento per cento. Forse tra i membri del comitato centrale del Pci non c’erano molti Roberti; ma Roberto abitava piuttosto il territorio extrapartitico delle attività culturali, delle case editrici, delle cineteche, dei giornali, dei concerti, e proprio in questo senso è stato culturalmente molto influente. Roberto potrebbe essere nato tra il 1926 e il 1931. Educato in modo fascista, il suo primo atto di ribellione (naturalmente inconscia) è stato la lettura dei fumetti tradotti (male) dall’americano. Flash Gordon contro Ming fu per lui la prima immagine della lotta contro la tirannia. L’Uomo Mascherato era sì un colonialista, ma invece di imporre modelli occidentali ai nativi della giungla di Bengali, cercava di conservare le tradizioni sagge e antiche dei Bandar. Topolino giornalista che si batteva contro i politicanti corrotti per la sopravvivenza del suo giornale, fu per Roberto la prima lezione sulla libertà di stampa. Nel 1942 il governo proibì i palloncini e pochi mesi dopo soppresse i personaggi americani; Topolino fu sostituito da Toffolino, umano e non più animale, per preservare la purezza della razza. Iniziò un collezionismo clandestino dei pezzi di un tempo. Blanda e dolente protesta. Nel 1939 il Ringo di Ombre rosse fu l’idolo della generazione. Ringo non combatteva per una ideologia o per la patria, ma per se stesso e per una puttana. Era antiretorico e perciò antifascista. Antifascisti furono Fred Astaire e Ginger Rogers, perché si opponevano a Luciano Serra pilota, il personaggio del film imperiale e littorio alla cui creazione aveva contribuito anche Vittorio Mussolini. Il modello umano a cui Roberto pensava era una accorta misura di Sam Spade, Ismael, Edward G. Robinson, Chaplin e Mandrake il Mago. Immagino che per un americano, anche in un periodo di nostalgia di massa, non vi sia nulla che unisce Jimmy Durante, il Gary Cooper di Per chi suona la campana, il James Cagney di Ribalta di gloria e la ciurma del Pecquod. Ma per Roberto e i suoi amici vi era un filo rosso che univa tutte queste esperienze: tutti erano persone felici di vivere e spiacenti di morire, e costituivano l’antistrofe retorica al superuomo fascista che celebrava Sorella Morte e andava incontro alla propria distruzione con due bombe e in bocca un fior. Amare il tip-tap significava disprezzare il passo dell’oca, prima, e guardare con ironia le allegorie stakanoviste del realismo socialista, dopo. Roberto e la sua generazione ebbero anche una musica: il jazz. Non solo perché era musica d’avanguardia, che essi non sentirono mai diversa da quella di Strawinsky o di Bartók, ma anche perché era musica degenerata, prodotta dai negri nei bordelli. Roberto fu antirazzista la prima volta per amore di Louis Armstrong. Con questi modelli nella mente Roberto nel 1944, giovanissimo, si unì in qualche modo ai partigiani. Dopo la guerra fu o membro o compagno di strada di un partito di sinistra. Rispettò Stalin, fu contro l’invasione americana in Corea, protestò per la morte dei Rosenberg. Abbandonò il partito con gli eventi ungheresi. Fu fermamente convinto che Truman fosse un fascista e che Li’l Abner di Al Capp fosse un eroe di sinistra, parente dei barboni di Pian della Tortilla. Amò Eisenstein ma fu fermamente convinto che il realismo cinematografico passasse attraverso Piccolo Cesare. Adorò Hammet e si sentì tradito quando la hard-boiled novel passò sotto l’amministrazione del maccartista Spillane. Pensò che il passaggio a nord ovest per un socialismo dal volto umano fosse sulla «road to Zanzibar» con Bing Crosby, Bob Hope e Dorothy Lamour. Riscoprì e divulgò l’epica del New Deal, amò Sacco, Vanzetti e Ben Shan, conobbe prima degli anni Sessanta (quando ridivennero celebri in America) i folk songs e le ballate di protesta della tradizione anarchica americana, e ascoltò con gli amici, alla sera, Pete Seeger, Woodie Guthrie, Alan Lomax, Tom Jodd e il Kingston Trio. Era stato iniziato al mito di Americana; ma ora il suo livre de chevet era On native grounds di Alfred Kazin. Ecco perché quando la generazione del ’68 lanciò la sua sfida, magari anche contro gli uomini come Roberto, l’America era già un modo di vivere, anche se nessuno di quei ragazzi aveva letto Americana. E non sto parlando di blue jeans o di cheewing gum, cioè dell’America che dominava l’Europa come modello di civiltà dei consumi: sto parlando ancora di quel mito maturato negli anni Quaranta, che in qualche modo funzionava ancora in sottofondo. Certo per quei giovani l’America come Potere era il nemico, il gendarme del mondo, l’avversario da battere in Vietnam come in America Latina. Ma il fronte di quella generazione era ormai quadrilaterale: i nemici erano l’America capitalista, l’Unione Sovietica che aveva tradito Lenin, il partito comunista che aveva tradito la rivoluzione e - ultimo - l’establishment democristiano. Ma se l’America era nemico come governo e come modello di società capitalistica, c’era un atteggiamento di riscoperta e di ricupero nei confronti dell’America come popolo, come melting pot di razze in rivolta. Essi non avevano più presente l’immagine del marxista americano degli anni Trenta, l’uomo delle Brigate Lincoln in Spagna, il «premature anti-fascist» lettore della «Partisan Review». Essi identificavano piuttosto un campo labirintico in cui si intrecciavano le opposizioni tra vecchi e giovani, bianchi e neri, immigrati freschi e gruppi etnici stabilizzati, maggioranze silenziose e minoranze vociferanti. Non ponevano alcuna differenza sostanziale tra Kennedy e Nixon, ma si identificavano col campus di Berkeley, con Angela Davis, con Joan Baez e Bob Dylan prima maniera.
È difficile definire la natura del loro mito americano: in qualche modo essi usavano e riciclavano pezzi di realtà americana, i portoricani, la cultura underground, lo zen, non più i comics ma i comix, e quindi non Mio Mao (Felix the Cat) ma Fritz the Kat, non Walt Disney ma Crumbs. Amavano Charlie Brown, Humphrey Bogart, John Cage. Non sto tracciando il profilo di alcun movimento politico preciso tra ’68 e ’77. Forse disegno una foto ai raggi X, scoprendo qualcosa che continuava a vivere sotto la superficie maoista, leninista o guevarista. E so di fotografare qualcosa che c’era, perché questo qualcosa è esploso nel e dopo il 1977. La rivolta studentesca di quegli anni assomigliava più a una ribellione di ghetto negro che alla presa del Palazzo d’Inverno. E persino sospetto che il modello segreto delle Brigate rosse, ovviamente inconscio, sia la Famiglia Manson.
Non posso certo parlare della generazione presente con lo stesso olimpico distacco con cui ho parlato di quella degli anni Trenta. Sto cercando solo di isolare, nella confusione del presente, il modello di una immagine-mito americana. Inventata come le precedenti, prodotto di creolizzazione.
Non è più un sogno, perché può essere raggiunto a poco prezzo via Icelandic Airwais. Il nuovo Roberto è forse stato membro di un gruppo marxista-leninista nel 1968, ha lanciato qualche bomba Molotov contro un consolato americano nel 1970, alcuni cubetti di porfido contro la polizia nel 1970, e contro la vetrina di una libreria comunista nel 1977. Nel 1978, evitata la tentazione di unirsi a un gruppo terrorista, ha raccolto qualche soldo ed è volato in California, diventando magari rivoluzionario ecologo o ecologo rivoluzionario. L’America è divenuta per lui non l’immagine di un rinnovamento futuro ma il luogo dove leccarsi le ferite e consolarsi di un sogno distrutto (o dato per morto troppo in anticipo). L'America non è più una ideologia alternativa, è la fine dell’ideologia. Egli ha ottenuto con facilità il visto, perché di fatto non è mai stato iscritto a uno dei partiti della sinistra storica. Se fossero ancora vivi Pavese e Vittorini non avrebbero potuto ottenerlo, perché essi, i padri del nostro sogno americano, avrebbero dovuto rispondere «sì» sul formulario consolare che chiede se si sia mai stati iscritti a partiti che intendano sovvertire la società americana. La burocrazia americana non è un sogno. Al massimo un incubo. C’è una morale in questa mia storia? Nessuna, e molte. pere capire l’atteggiamento italiano verso l’America, e in particolare l’atteggiamento degli italiani antiamericani, dovete ricordarvi anche di Americana e di quanto accadde in quegli anni. Quando gli italiani di sinistra sognavano del compagno Sam e puntando il dito verso la sua immagine dicevano: I Want you.


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