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Palloni e tazzine in cambio di petrolio così l'Agip compra gli indios amazzonici

Tarangado (Amazzonia ecuadoriana) Il riso? “Ce lo siamo mangiato”. I piatti? “Tutti rotti”. Il pallone? “Bucato”. Mai sventolata invece la bandiera ecuadoriana, gialla e rossa e blu, che gli Huaorani non avevano mostrato di desiderare troppo. Dev'essere stato per compiacere il governo di Quito che l'Agip l'ha aggiunta alle regalie da barattare, cinque secoli dopo la scoperta dell'America, con l'ultimo tesoro degli indigeni: il petrolio.

“Ci hanno imbrogliato”, piangono adesso gli Huaorani. L'11 dicembre 2001 avevano accettato che l'Agip trivellasse la foresta amazzonica in cambio di: “un quintale di riso, un quintale di zucchero, due secchi di burro, due barattoli con il coperchio, due padelle, quindici piatti, quindici cucchiai”. E poi: “due palloni da football, una rete...”.


Perline colorate? No, l'Agip ha preferito far luccicare “colaciones” per i bambini, e però “una sola volta e unicamente nei mesi di gennaio, marzo e maggio dell'anno 2002”. Attrezzature sportive, e però “una sola volta e unicamente nel mese di gennaio dell'anno 2002”. Utensili da cucina, e però “una sola volta e unicamente nel mese di febbraio dell'anno 2002”. Anche la generosità ha un limite.


L'incredibile accordo è stato firmato dal direttore generale di Agip Oli Ecuador, Franco Polo, e dai rappresentanti dei duemila Huaorani che vivono nella jungla ecuadoriana. Oggi Franco Polo è rientrato in Italia, dove prosegue la sua carriera nel gruppo Eni. I rappresentanti degli Indigeni, accusati di essersi fatti corrompersi, non sono stati rieletti.


“Rumore, cattivi odori, inquinamento del suolo e delle acque: le trivellazioni ci stanno avvelenando”, sono insorte ben presto le sei comunità di questo antico e fiero popolo amazzonico che si erano lasciate illudere dal brillio delle pentole e dal profumo de burro. I Tarangado. I Tiweno. I Damointado. Gli Awaro Tomo. Gli Enquerido. I Quihuaro.


Grandi cacciatori di tapiri e pescatori di lucci giganti, all'occasione guerrieri feroci, in definitiva cuori semplici. Quando le prime piogge nere hanno imbrattato i banani e i cespugli della manioca si sono limitati a scuotere la testa, quando nei fiumi i pesci si sono messi a galleggiare pancia all'aria hanno implorato l'intervento del dio Itita, quando i bambini hanno preso ad ammalarsi di malattie sconosciute – alle pelle, ai bronchi – hanno sfogato la propria rabbia come ai tempi delle perline. Il primo uomo bianco che si è avventurato tra il rio Villano e il rio Liquino, ricordano a Puyo, non è tornato indietro 2Matado. E sì che era un missionario e non si occupava di petrolio”.


Puyo è l'avamposto della civiltà occidentale, nella regione ecuadoriana di Pastazam, e Tarangado il cuore della giungla. Decine di chilometri di foresta impenetrabile. Quaranta minuti di volo quando le piogge lo consentono. A bordo di quei microscopici apparecchi che sembrano sempre sul punto di arrendersi al vento, ma sono gli unici a potersi tuffare nei canyon della selva per sorvolare fiumi, cascate, palme secolari, grovigli di liane e infine atterrare – terrorizzando colonie di scimmie e di pappagalli – in radure di poche decine di metri.


Come la radura di Tarangado. Dove oggi per l'uomo bianco sono nuovamente sorrisi e passi di danza, ma sola perché sul mosquito ha volato anche Ana Yeti Huaha. La sposa del capovillaggio. Trasportata e curata a Puyo con una colletta, per una brutta dermatite da idrocarburi, e poi costretta a rimanere in città due settimane. Gli Huaorani hanno impugnato l'accordo? E allora addio anche all'armadietto farmaceutico, naturalmente con i medicinali “scelti a discrezione dei medici dell'Agip”. E soprattutto addio ai voli pagati per le emergenze sanitarie. Restano le scatolette di sardine, “due per famiglia”, le lattine d'olio, “Una per famiglia”, i barattoli di tonno, “due per famiglia...”.


Un goloso ricordo, ormai, Reso ancora più struggente dai vapori caldi della giungla che avviluppano tutto, le capanne con i tetti di paglia e i sentieri di fango, gli orti coltivati a patate, i caschi di banane, i bambini nudi, gli anziani una volta regali nei costumi piumati e adesso avvilenti, e avviliti, nei travestimenti occidentali.


Ma oggi Ana Yeti Huaha riabbraccia il suo Quinta Yeti Huamoni, oggi è festa: e non importa se nessuno a Tarangado è in grado di articolare una parola di spagnolo, il pilota traduce l'essenziale e l'essenziale è che le perline sono finite, è rimasta la bandiera a testimoniare il grande imbroglio.


Guardalo lì, il vessillo tricolore, ancora stirato e inamidato. L'asta è un ramo giovane di eucaliptus, la stoffa è cotone stampato, i giovani del villaggio se la passano di mano e i vecchi non lo vogliono toccare. Loro non lo sapevano neppure, di essere seduti su un tesoro. E comunque non l'avrebbero voluto.


Wao”, si batte il petto Quinta Yeti Huamoni che solo per convenzione è il capovillaggio, perché non esistono gerarchie tra gli Huaorani, “cowode”: e wao vuol dire “noi, gli uomini”, e “cowode “gli altri che uomini non sono”. Comincia così la storia del grande imbroglio. Raccontata a gesti. Tradotta dal pilota.


“I cowode vennero attraverso la selva una prima volta e non chiesero niente, portarono medicine contro la malaria. Noi regalammo in cambio piume d'aquila arpia, frammenti di spirito, perché nella giungla è lo spirito che guida gli uomini”.

“La seconda volta i cowode portarono fratelli Huaorani, con sé, ma erano fratelli che da tempo avevano lasciato la foresta. E i fratelli raccontarono di molte meraviglie, mostrarono il bastone della luce e regalarono ami d'acciaio per pescare, sementi di mais da coltivare e giurarono che si poteva avere fiducia”.


“E come rideva terrorizzata Dayuma la prima donna Huaorani a volare, la terza volta che i cowode arrivarono dal cielo. Fu lei l'unico Wao ad avere il coraggio di provare, dimostrò tornando viva che si poteva guardare in faccia il futuro. Errore tragico”.


“Lo spirito della foresta aveva sotterrato profondo il pertrolio”, traduce il pilota, “perché il petrolio non serviva agli uomini. Lo spirito della foresta ti indica i frutti che puoi mangiare e ti fa incontrare il tapiro da uccidere, scegliere il giorno giusto per nascere e quello per morire, ti insegna a respirare come respirano l'albero e il fiume, il sole, il vento”.


Lui – lo spirito – non avrebbe mai permesso ai Wao di ferire la terra per succhiare il sangue nero, i Wao lo sapevano questo: ma pensarono che se a farlo fossero stati “gli altri” non sarebbe successo niente. Perciò accettarono di incontrarono i cowode fuori dalla foresta, dove lo spirito non c'è e non suggerisce cosa fare.


Quinta Yeti Huamoni ora abbassa lo sguardo e tace. Fa male ricordare. L'imbroglio degli “altri” ma anche la propria creduloneria, e la meschina avidità di un po' di cibo nuovo, di giocattoli, di immunità dal male. Dalle febbri e dalla malaria, dalla morte, come se lo spirito della foresta non avesse sempre provveduto a quel che doveva essere. Un imbroglio e un tradimento, sono stati. Difficile perdonare e perdonarsi.


Ora i vapori della pioggia recente si sono dissolti e la jungla è uno sfolgorio di colori, un brontolio di rumori d'acqua, un chiocciare di uccelli e un echeggiare di più misteriosi sibili e stridii. Bambini corrono sulla pista d'erba. Il pilota indica il cielo che si sta velando di nuovo e fa cenno di andare, meglio non rischiare un decollo sotto la pioggia.

“Il petrolio è laggiù”, dice: “oltre quella collina”. Gli occhi di Quinta Yeti Huamoni hanno un lampo feroce. Ana gli prende la mano e ringrazia in spagnolo, “gracias”, per essere ritornata a casa.


Gli indios: il fiume inquinato brucia le mani alle nostre donne


“En la ciudad de Puyo, a los 10 dias del mes de diciembre del 2001...”.

Nella citta di Puyo, il 10 dicembre del 2001, tira un fortissimo e provvidenziale vento del nordest che impedisce ai piccoli aerei di decollare. Rimangono perciò nei loro villaggi gli Huaroani, i nativi dell'Amazzonia ai quali l'Agip ha chiesto il permesso di esplorare, trivellare e prosciugare dal petrolio i sacri territori. Sacri per il dio Itota, ma anche per lo Stato ecuadoriano, che ha riconosciuto solennemente i diritti storici e legali degli Huaorani una decina d'anni fa.


Al riparo dal vento, al primo piano di una palazzina tappezzata con i calendari del cane a sei zampe, s'incontrano quel 10 dicembre i vertici dell'Agip e i rappresentanti – soltanto i rappresentanti – dei duemila fierissimi indigeni amazzonici.


Gli indigeni hanno ceduto alle richieste, alla fine: in cambuio di aiuti per lo sviluppo.

“Un quintal de arroz”, riso, “un quintal de azucar”, zucchero. “Dos latas de atun”, tonno, “un litro de aceite”, olio. Il riso e lo zucchero devono bastare per tutte e sei le comunità coinvolte, con l'olio si sciala: ne toccherà una bottiglia per le sei famiglie degli Akaro Tomo, una per le cinque famiglie degli Enquerido e dei Tarangado, una per le dieci dei Damointado, una per le dodici dei Tiweno, una prolificissimi Quiharo che di famiglie ne vantano ventidue. Poca una bottiglia, per loro? Ci guadagneranno in salute. Si sa che i grassi fanno male.


Il documento, carta intestata di Eni group, passa di mano in mano in un clima di assoluta serenità. Tutti qui gli aiut? Ma no, Agip “se compromete” anche “en area social”. Ecco perciò due palloni da football,e una palla da indoor, caso mai agli indigeni venisse voglia di giocare a pallavolo.


Non ci sono indoor nella giungla? Sottigliezze. Il procuratore generale di Agip Oil Ecuador e i rappresentanti dei nativi si scambiano grandi strette di mano, ecco qui “una falce, due rastrelli e dei machetes” per la manutenzione delle piste aeree che sono ovviamente delle radure. La baracca che funge da scuola per i bambini degli Enquerido perde i pezzi? Là, trecento dollari di pittura. E duecento per sei valigette del pronto soccorso, una per comunità. E ottanta dollari (al mese!) per ognuno dei sei profesores che si prenderanno la briga di andare a insegnare nella jungla.


Il procuratore generale di Agip oil Ecuador si chiama Franco Polo, firma per primo. Certo qualla costruzione di un ambulatorio a Quiwado per 2500 dollari...”Ma lei sarà ricordato come un benefattore”, lo adula il presidente dei rappresentanti degli Huaorani, Ricardo Nenquinhui Nihua. Oggi Franco Polo è rientrato in Italia, promosso responsabile dell'ufficio geologico del gruppo Eni. Ricardo Nenquinhi Nihua è scomparso.


Sarebbe finito come sempre, se al posto del petrolio ci fossero stati oro e spezie e tabacco. Con i nativi infinocchiati e i nuovi conquistadores ricevuti a corte. Ma si sa come sono i pozzi di petrolio: qualche controindicazione la provocano. La rottura di una condotta qui, uno smottamento là, i fetori nell'aria e gli animali che se ne vanno, la caccia che non procura più il cibo sufficiente, la pesca magra, i germogli avvelenati...


A Tarangado, cuore della foresta amazzonica ecuadoriana, Quinta Yeti Huamoni spiega a gesti che i maiali selvatici sono scomparsi. Che la sua Ana si è bruciata le mani a fare il bucato nel fiume. Che gli Huaorani temevano solo il serpente, “prima”, e adesso hanno paura di tutto.


E dire che Ricardo Nenquinhi era stato così convincente: “Finalmente avremo le pentole per cucinare1 Due. “I mestoli per servizre la zuppa di fave”! Due. “Il sale!” Una busta per famiglia, “cada dos meses”, inizio della fornitura a febrero e termine a junyo.


Con gli Huaorani impegnati in cambio “ad appoggiare, a non interrompere e a dare tutte le facilitazioni necessarie all'Agip”. E naturalmente “a non emigrare o insediarsi fuori dall'area della loro comunità”. In riserva, insomma, caso mai qualche altro nativo meno accomodante si fosse sognato di prenderne il posto.


A Puyo, nello stesso ufficio di quel memorabile 10 dicembre 2001, il gentilissimo ingegner Carlos Lara cerca oggi di nascondere l'imbarazzo: “L'Ecuador è una terra di grandi contrasti”. Pausa. “Quito non ha nulla da invidiare alle grandi metropoli dell'Occidente”. Sospiro. “Ma poi ci sono i villaggi abitati da popolazioni che vivono allo stato primitivo...”.


Come cinquecento anni fa, quando i conquistadores apparvero gli indios seminudi e tatuati? Quando un chilo d'oro veniva barattato con una manciata di perline colorate? “Dovete capirmi. Io non sono autorizzato a parlare. Io posso solo dire che certe cose, viste con ottica europea, sembrano assurde. Mentre qui hanno un senso”.


A Quito, al decimo piano di un imponente edificio battezzato Puerta del Sol, Livio Bulbi ha sostituito Franco Polo al timone dell'Agip Oil Ecuador. Ma non può parlare neanche lui: “E' impegnato in riunione. Domani? No, non è possibile neanche domani. Sfortunatamente sta per partire e non sappiamo quando torna”.


Agenda fittissima di impegni, per il successore dell'ingegner Franco Polo. Comprensibile. L'Agip è in Ecuador dal 1987 e ha firmato un contratto per l'esplorazione e lo sfruttamento petrolifero del cosiddetto bloque 10, regione di Pastaza, Amazzonia occidentale. Un progetto impegnativo e battezzato con il nome del fiume che attraversa il bloque, il rio Villano, al quale è stata aggiunta l'indicazione geografica: norte, nord. Villano Norte. Per gli Huaorani è diventato l'equivalente del Grande Spirito Maligno.


Lo Spirito buono, quello che accorda il respiro della foresta con il rspiro di ogni singolo Huaorani, si è ritirato più a sud. Lungo il rio Liquino. “Per noi – si infiamma Juan Enomenga, il nuovo rappresentante degli indigeni – l'accordo con l'Agip non vale più. Carta straccia. Non solo hanno provato a comprarci con quattro perline, come quelli che pensavano di aver scoperto l'America mille anni dopo di noi. Ma non hanno neppure rispettato i patti, L'assistenza medica, i farmaci? All'inizio qualcosa, poi mai più visto niente. Le scuole? Figurarsi. Ci hanno consegnato i piatti e le tazzine, sì. La bandiera dell'Ecuador. Però mica ci avevano detto che il petrolio sarebbe finito nelle falde”.


A Tarangado, Ana Yeti Huaha mostra il braccio e le mani piagate: “Acqua nera”. Più su, lungo i crinali e le valli che si aprono verso la piana di Triunfo, ci sono anche i laghi neri. E là si chiamano Shell, Texaco le multinazionali che hanno investito le perline nei territori degli indigeni. No, non erano previste le lluvia negras e la defoliazione dei banani, la fuga degli animali, le morie dei pesci quel 10 dicembre 2001. Però l'Agip si era, come dire? Cautelata.


Capitolo adeguatamente intitolato Esonero delle responsabilità, paragrafo uno: “Le sei comunità indigene riconoscono ed accettano che saranno uniche responsabili per qualsiasi atto, od omissione, nell'esecuzione di questo accordo”. Paragrafo due: “Allo stesso modo per incidenti, danni a terzi, inquinamento ambientale...”.


Sì, anche per le eventuali perdite, fuoriuscite, esalazione, contaminazioni. Così se alla fine decideranno di appellarsi al collegio arbitrale della Camera di commercio di Quito, deputato a dirimire “le controversie originate dall'interpretazione dei patti sottoscritti”, gli Huaorani otterranno il risultato di denunciare se stessi.


Gabriele Garcia, vescovo di Puyo: “Sono brava gente. Ma ingenui. E in questa brutta storia sono stati anche loro accecati, come dire? Dai falsi valori dell'Occidente”. Le perline.


L'Agip: Altro che tazzine


Le quindici tazzine, agli indigeni? “Le hanno chieste loro”. Il litro d'olio? “Una precisa volontà contingente” Il pallone? “Un di più”.


Tutto vero, quanto pubblicato dal Secolo XIX, regolare il contratto che concede all'Agip il diritto di trivellare la foresta amazzonica in cambio di stoviglie, condimenti, giocattoli e persino una bandiera agli Huaorani, popolo primitivo che i conquistadores, cinquecento anni fa, avrebbero facilmente sommerso di perline.


A Quito, nella elegante sede di Agip Oil Ecuador, l'imbarazzo è palpabile: “Non possiamo dire niente”. A san Donato Milanese, quartier generale dell'Eni, ammettono la meschinità delle regalie.


“Ma si tratta di atti che hanno inteso soddisfare necessità momentanee”, spiega un gentilissimo alto dirigente, ben altro è l'impegno profuso dalla multinazionale italiana in Ecuador: “Dal 1998 a oggi, sette milioni di doari”.


Potete esibire il rendiconto? “No”. Può farlo la Petroecuador, azienda statale con la quale avete stipulato il contratto di estrazione? “Forse”.


MacchP, a Quito neanche la Petroecuador è in grado di scandagliare gli archivi, “sonmo vecchie pratiche e non c'è mica un accordo quadro”, figurarsi. Bisogna fidarsi dell'Eni: “La nostra politica è sempre stata a favore dell'ambiente ed è storicamente finalizzata ad avere l'appoggio delle popolazioni locali. Facciamo molto di più di quello che dovremmo”.


L'alto dirigente parla al decimo piano di un palazzo tutto vetri, dalle finestre si possono ammirare i grattacieli di Milano, l'Amazzonia è lontana e Tarangado un villaggio sperduto nella jungla. Ma a Tarangado non hanno visto un dollaro, dei sette milioni, e le regalie – un quintale di riso, un quintale di zucchero, due scatolette di sardine, un pallone, una bandiera... - sono state consumate da un pezzo. Persino il pallone si è bucato subito.


“Ci hanno imbrogliato”, piange nel folto della selva Quinta Yeti Huamouni, il più anziano della comunità Huaorani: “Ci avevano garantito cibo e medicine e non abbiamo avuto quasi nulla, ci avevano assicurato che avrebbero rispettato la foresta e gli animali sono fuggiti. E guardate le piaghe sulle braccia della mia sposa, si è ammalata per averle bagnate nel fiume”.


Rumore. Esalazioni. Piogge nere. Sostiene l'alto dirigente che le piogge “potrebbero dipendere dal vulcano turungama”, assicura che il rumore “c'è solo durante le operazioni di scavo” e lo scavo di un pozzo dura “pochissimo, mai più di due mesi”. Le esalazioni? “Impossibili”. Fuoriuscite dalle condutture? “Macché. Pensiamo a tutto noi. Per non ostacolare gli animali, abbiamo addirittura sopraelavato le tubazioni in alcuni tratti”.


Visto da uno dei mosquitos che sorvolano la foresta amazzonica, voli a noleggio tra l'aeroporto di puyo e i villaggi più sperduti, l'oleodotto è un serpente dai riflessi di bronzo che si tuffa nella macchia e ricompare alla prima radura, sparisce nuovamente e luccica al sole un po' più su. Verso nordovest.


Nella pancia del serpente scorrono ogni giorno 35 mila barili di greggio, poca roba rispetto al milione e 700 mila che le multinazionali italiana sugge quotidianamente dalle viscere del mondo. Ma si tratta di un business garantito dallo stato ecuadoriano e perciò doppiamente prezioso.

Flask back. L'Eni sbarca a Quito nel 1988 e acquista il pieno controllo del giacimento di Campo Villano nel 2000. Campo Villano è un angolo di foresta amazzonica compreso fra l'omonimo fiume e il rio Liquino, isolato dal mondo e abitato dagli indigeni Huaorani.


Agli Huaorani, con un decreto presidenziale firmato una decina d'anni fa, lo stato ecuadoriano riconosce i diritti storici e legali sui propri territori. E la legge forestale nazionale vieta tassativamente ogni attività estrattiva. “Ma noi – spiega l'alto dirigente – abbiamo un contratto con lo stato attraverso la società Petroecuador.


Vero. E dunque lo stato ecuadoriano, appellandosi a un'altra legge – quella sugli idrocarburi – consente sia l'esplorazione che lo sfruttamento del cosiddetto bloque 10, come si chiama l'area compresa tra il Rio Villano e il Rio Liquino. E i diritti degli Huaorani? Si possono pur sempre contrattare.

“Due secchi di burro, due barattoli con il tappo, due scatolette di tonno...”.


A san Donato Milanese spiegano che “ci sono anche l'assistenza sanitaria, la costruzione di scuole, le cure gratuite in ospedale, l'evacuazione medica d'emergenza con l'elicottero”: ma alla sposa di Quinta Yeti Hamouni sono state negate cure e trasporto, pochi giorni fa, e se è tornata al villaggio di Tarangado dopo il ricovero a Puyo lo deve all'ospitalità accordata, a bordo del minuscolo aereo preso a nolo, dall'inviato del Secolo XIX.


L'oleodotto è un serpente che striscia per duecento chilometri lungo il rio Anzù, fino alla cittadina di Baeza. A Baeza incontra l'Oleoducto trasecuadoriano che proviene dalla regione del lago Agrio, altra zona di feroci contestazioni alle multinazionali del petrolio. Gli Huaorani – ma anche i Ketchua, l'etnia predominante – parlano di fuoriuscite che sfociano in veri e proprio stagni neri.

“A noi non risulta – giura l'alto dirigente dell'Eni – però in Amazzonia non lavoriamo solo noi. E più a nord Texaco e Petroecuador sono in causa per danni ambientali”.


Sostengono a San Donato Milanese che la multinazionale italiana è invece attentissima alla tutela del patrimonio naturale: appartiene anche a noi, ai nostri figli, Saremmo dei pazzi se sottovalutassimo la questione”. L'Eni assicura che il tracciato dell'oleodotto non ha rubato più di quattro metri, in sezione latitudinale, alla macchia: “Non abbiamo voluto strade. E i materiali sono stati trasportati via aria. Abbiamo abbattuto alberi, certo: però la foresta fa presto a ricrescere, ci sono chilometri e chilometri dove l'oleodotto non si vede più”.


Constatato, dall'aereo. Ma insiste Juan Gualinga, fiero amazzone del clan Sarayacu, etnia Ketchua, incontrato a Puyo che è l'avamposto occidentale della civiltà prima della jungla: “L'Agip non è diversa dalle altre compagnie. A loro interessa il business. E siccome girare fra i villaggi e denunciare cosa succede è diventato il mio lavoro, ormai, posso assicurare che gli Huaorani hanno ragione. Conoscete lo schema?”.


Lo schema lo chiamano: “Si fanno conoscere agli indigeni più sprovveduti le meraviglie della civiltà. Scatolette di tonno, magliette, qualche antibiotico, torce elettriche o anche l'alcool, magari. All'inizio, tutto in regalo. Poi arriva la proposta: ne volete ancora? Se ne volete ancora...”.


A San Donato negano sdegnati, non ci stanno a far la parte dei conquistadores senza scrupoli. Per loro l'accordo firmato l'11 dicembre 2001 e pubblicato dal Secolo XIX “è un atto provvisorio e parziale di un impegno molto più ampio”.


Certo, c'è la carta intestata dell'Eni e la firma in calce di Fanco Polo, allora responsabile dell'Agip Oil Ecuador. Certo, ci sono alcuni passaggi che possono sembrare meschini, “una bottiglia d'olio” a famiglia, due erano troppe? “Abbiamo dato quello che ci avevano chiesto in quel momento”, ecco, e così pure il riso, “un quintale” per un'intera comunità e dunque consumato in una settimana, “il pallone da football”, uno solo e cosa vogliamo farci se si è bucato subito.


Ci sono centinaia di piante spinose, In Amazzonia, le spine sono acuminate come coltelli, e poi ammettiamolo: gli indigeni non sono mai stati un granché come giocatori di calcio. A San Donato non oserebbero dirlo neanche per scherzo, ma forse erano meglio le perline.


Paolo Grecchi – IL SECOLO XIX – 11- 12 - 13/03/05


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