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Pinochet, il Cile non perdona

La notte del 15 settembre 1973, quattro giorni dopo il golpe militare che aveva posto fine al governo dell'Unidad Popular, la ventottenne Isabel Allende abbandonava il Cile su un aereo messo a disposizione dal presidente messicano Luis Echeverria. Come per molti altri cileni iniziava un lungo esilio che sarebbe terminato nel settembre del 1988, quando assieme alla madre Hortensia Bussi, Isabel tornava a Santiago per partecipare al referendum che restituiva al paese la democrazia. Oggi, a 30 anni dal golpe che costò la vita a suo padre, Isabel Allende è la presidente della Camera dei deputati e uno degli esponenti di spicco del Partito Socialista.

Dal suo studio nella sede del congresso si gode un buon panorama della bella città portuaria di Valparaiso, a cento chilometri da Santiago, recentemente nominata patrimonio mondiale dell'umanità. E' questo, insieme al Palazzo presidenziale della Moneda, il centro politico del Cile, oggi in fibrillazione per l'avvicinarsi del trentesimo anniversario del golpe dell'undici settembre, una data che continua a dividere gli animi di un intero paese.

Con che animo, secondo lei, il Cile arriva a questo anniversario?

E' una data importante, un'occasione unica per poter fare i conti col nostro passato. Trent'anni sono una cifra rotonda e allo stesso tempo un periodo sufficientemente ampio per far reincontrare tutti i cileni intorno a una serie di principi irrinunciabili, una sorte di minimo comune denominatore etico al quale nessuno può sottrarsi. A mio avviso questa base per la convivenza pacifica dei cileni deve partire dal principio del “Nunca mas”, del mai più. Non vogliamo più vedere dei settori della società civile invocare l'intervento delle Forze armate per risolvere una crisi di natura politica, non vogliamo assistere mai più alla rottura del sistema democratico, agli omicidi, alle torture, a migliaia di persone emarginate dal lavoro, costrette a scappare dal proprio paese.

Il capo dell'esercito, generale Juan Emilio Cheyre, ha pronunciato il primo mea culpa ufficiale dell'istituzione per le violazioni ai diritti umani commesse durante l'ultima dittatura militare. Il gesto è stato ricevuto con soddisfazione dal governo del presidente Ricardo Lagos. Ma nelle Forze Armate esiste una forte inquietitudine a causa di una serie di inchieste giudiziarie attualmente in corso sugli anni del regime, per le quali sono indagati un centinaio di ufficiali e ex ufficiali. Qual'è, a suo avviso, il sentimento predominante oggi tra i militari cileni?

Non credo, francamente, che esista una divisione all'interno delle nostre Forze armate. Il generale Cheyre ha ricevuto un appoggio importante dai suoi commilitoni. Certo, esiste ancora un nucleo duro, formato da generali in pensione ancora fedeli ad Auguso Pinochet e che vorrebbero un'amnistia generale, un colpo di spugna. Ma sono minoritari. Per quanto riguarda le inchieste in corso il governo è stato chiaro; la giustizia deve fare il suo corso naturale e i militari, come tutti gli altri cittadini, devono collaborare per il bene del paese.

Che cosa è cambiato in Cile dal ritorno della democrazia?

Abbiamo fatto importanti passi avanti. Quando io tornai dall'esilio nessuno pronunciava chiaramente la parola “assassinato”: si diceva che c'erano stati degli “eccessi” e il colpo di stato veniva chiamato “intervento militare”. Oggi non solo si parla di quanto è successo, ma ci sono inchieste aperte, alcuni dei protagonisti accettano di parlare, nuovi programmi televisivi raccontano quello che è successo senza censure. Più del 70% dei cileni, oggi, ammette che nostro paese c'è stato un terrorismo di Stato, pensato, diretto e coordinato da quelle stesse istituzioni che avrebbero dovuto proteggere, non reprimere, i cittadini.

Che cosa manca perché venga definitivamente completata la transizione democratica cilena?

Abbiamo ancora molto cammino da percorrere. In primo luogo, dobbiamo modificare la struttura giuridica del paese ripulendola definitivamente dall'eredità lasciata dalla Costituzione pinochettista. Il Presidente della Repubblica oggi non può, come ha fatto ad esempio recentemente Nestor Kirchner in Argentina, rimuovere i capi delle Forze armate. Il potere legislativo è ancora condizionato dalla presenza dei senatori a vita, che furono nominati dal dittatore e che sono portatori di un'ideologia fortemente conservatrice rispetto ai cambi che la nostra società vuole e deve sapere affrontare. Esiste un organismo come il consiglio per la Sicurezza Nazionale, qualcosa di insolito per un paese democratico. Dobbiamo limitare le competenze della Giustizia militare. Siamo una democrazia limitata, ma qualsiasi trasformazione deve essere affrontata cercando consensi ampi.

Lei è stata eletta alla guida della Camera dei Deputati lo scorso mese di marzo. Che effetto le fa ricoprire questo alto incarico proprio quando si compiono trent'anni dalla morte di suo padre?

E' un onore immenso. So dell'importanza del cognome che porto, in Cile e fuori dal Cile, ma cerco di definire i ruoli e gli spazi. Come Presidente della Camera devo far rispettare le opinioni di 120 deputati che sono stati eletti democraticamente dalla popolazione. E' un ruolo di mediatrice, diverso da quello che ho tenuto finora nelle file del Partito Socialista. Questo non toglie che, come figlia di Allende partecipi in Cile o all'estero alle celebrazioni organizzate in memoria di mio padre.

Prendiamo l'ultimo discorso dalla Moneda di Salvador Allende. “Ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano e che servirà come lezione morale contro la slealtà, il tradimento, la vigliaccheria”. Come vedono oggi i cileni la figura di suo padre?

Sento in questi giorni che qualcosa è cambiato rispetto al passato. Il vero protagonista del golpe militare, infatti, non è Augusto Pinochet, relegato in un ruolo assolutamente secondario e rinnegato dagli stessi partiti di destra, ma Salvador Allende, il presidente destituito, il simbolo della democrazia interrotta. Credo che le idee di mio padre rimangano valide ancora oggi, anche se i tempi sono cambiati. Fu un precursore dei tempi, mise al centro della politica le esigenze della parte più umile della popolazione, propose una trasformazione della struttura economica dello stato e fece tutto questo in un contesto democratico. La rivoluzione alla cilena si svolgeva mediante le urne e il consenso popolare e non con le armi. La dittatura spezzò quel movimento ma le idee restano vive ancora oggi. Mi ricordo le sue parole. “Perché un bambino – diceva – non può avere diritto a sognare un futuro decente, ad istruirsi, a trovare un lavoro, formare una famiglia, avere una casa?”. In Europa è stata creata una rete di protezione sociale che spero non venga smantellata. Ma in America Latina e in molti altri paesi del Sud del mondo questi diritti vengono ancora negati. La battaglia contro la povertà, l'emarginazione, lo sfruttamento sul lavoro, è ancora aperta e dipende solo da noi poterla vincere.

Intervista di Emiliano Guanella – L'UNITA' – 19/08/2003




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