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EDICOLA
MARIELLA MORESCO FORNASIER

O.N.U. - le speranze deluse dei Popoli Indigeni
introduzione a
Dei diritti umani e territoriali dei popoli indigeni e tribali , Fondazione Roberto Franceschi, 2001


Trecentocinquanta milioni di persone nel mondo vivono una particolare situazione di emarginazione e violenza. Tante sono infatti le persone che appartengono ai popoli indigeni. Un’appartenenza che significa, nella quasi totalità dei casi, miseria, spoliazione delle terre ancestrali, privazione dei diritti civili e politici (molto spesso anche la violazione dei diritti umani fondamentali, quali il diritto alla vita) e continua minaccia di estinzione fisica e culturale.
Il riconoscimento dei loro specifici diritti, in quanto popoli, è l’obiettivo che da molti anni i rappresentanti indigeni stanno perseguendo con tenacia, combattendo contro l’indifferenza, le incomprensioni e l’ostilità dei rispettivi governi, che vedono minacciato il loro predominio politico, economico e culturale sulla popolazione indigena.
Accogliendo le richieste dei rappresentanti indigeni, che da molti anni vedevano dibattere le tematiche che li riguardavano all’interno di un Gruppo di Lavoro della Commissione sui Diritti Umani (gruppo ai cui lavori partecipavano senza alcun diritto decisionale), l’Onu ha istituito il Decennio dei popoli indigeni (1994-2004).
Tra altri importanti obiettivi relativi alla promozione e protezione dei loro diritti specifici vi è quello, di grandissimo rilievo politico e culturale, dell’;inserimento nel diritto internazionale dei princìpi del diritto e delle concezioni filosofiche indigeni.
Un riconoscimento di altissimo valore dell’importanza di queste culture e della loro attualità in un mondo sempre più teso alla cancellazione delle differenze.
Nel mentre i popoli indigeni ottenevano inequivocabili riconoscimenti formali, si evidenziavano con sempre maggior forza i limiti del Gruppo di Lavoro, che non costituiva un valido interlocutore delle istanze e delle denunce dei rappresentanti indigeni circa le gravi e continue violazioni dei loro diritti perpetrate nei rispettivi Paesi.
Le discriminazioni razziali, la spoliazione spesso violenta dei loro territori e delle risorse naturali, la mancanza di assistenza sanitaria e di istruzione, le condizioni di lavoro sottopagato e svolto in condizioni degradanti, la forzata integrazione culturale e la conseguente perdita di identità venivano considerati temi non pertinenti e non incontravano, di conseguenza, un ascolto adeguato.
La drammaticità della condizione indigena non riusciva a imporsi all’attenzione degli organismi internazionali. Nacque quindi l’idea di costituire un Foro Permanente, uno spazio che non solo accogliesse le denunce ma che fosse anche preposto al dibattito e alla ricerca di soluzioni concrete.
Nel 1992 la Conferenza Mondiale sui Diritti Umani di Vienna accolse questa idea, per la cui realizzazione le Nazioni Unite organizzarono negli anni seguenti due seminari, a Copenhagen e a Santiago del Cile. Altri incontri furono organizzati dagli indigeni in Cile e a Panama, mentre nel biennio 1999-2000 si riunì a Ginevra uno specifico Gruppo di Lavoro.
Il risultato di tanto lavoro è stato ufficializzato il 27 luglio 2000, quando il Consiglio Economico e Sociale ha approvato la Risoluzione della Commissione sui Diritti Umani sulla costituzione del Forum Permanente.
Nonostante alcuni risultati positivi, anche in questa occasione è emerso molto chiaramente quanto sia ancora lungo e difficoltoso il cammino dei popoli indigeni per vedere concretamente riconosciuti i loro diritti.
Negli organismi Onu la forza decisionale dei governi è incomparabilmente maggiore di quella dei rappresentanti indigeni, che si trovano in una condizione contraddittoria e quindi di grande debolezza contrattuale: quella di presentare istanze e richieste di difesa dei diritti violati dagli Stati di appartenenza di fronte a un organismo creato in rappresentanza degli stessi Stati.
L’inizio dei lavori per la costituzione del Forum Permanente fu salutato con grande entusiasmo e grandi aspettative da parte degli organismi e dei movimenti indigeni.
Entusiasmo e aspettative che si sono notevolmente affievoliti nel corso degli anni fino a giungere a un drastico ridimensionamento al termine dell’iter che ha portato alla sua attuale configurazione.
Il Forum, di cui restano ancora da definire la nomina dei membri e aspetti organizzativi e di reperimento delle risorse, ha fortemente deluso chi sperava in una dimostrazione di sensibilità da parte dell’Onu nei confronti dei diritti di tanta parte di popolazione mondiale.
Il Forum non è, come auspicato, né "dei" né "per" i popoli indigeni, ma solo sui "temi indigeni" e i suoi membri sono indicati come "esperti" designati dal Consiglio Economico e Sociale e non come "rappresentanti" dei popoli indigeni che, in merito alla loro nomina, verranno semplicemente "consultati" senza godere di alcun effettivo diritto decisionale.
Che il Forum, nella sua costituzione attuale, sia l’espressione dei governi (fortemente contrari all’ipotesi di un organismo forte che vedesse riconosciuta pari rappresentanza a Stati e popoli indigeni) risulta evidente facendo il confronto tra la velocità (circa 3 anni) con cui è stato istituito e la esasperante lentezza dell’elaborazione della Dichiarazione dei Diritti dei popoli indigeni, non ancora giunta al termine dopo oltre 15 anni di lavoro. Un lavoro sul quale ora incombono ulteriori pericoli di indebolirne la potenzialità.
Non è un caso che, così come sono stati aggirati altri punti di contrasto tra governi e indigeni, anche il concetto di "popolo", che costituisce il fulcro della futura Dichiarazione, sia stato eliminato dalla terminologia del Forum.
Da anni, infatti, i lavori sulla Dichiarazione sono fermi in particolare all’art. 3, quello che unisce al concetto di "popolo" il diritto di autodeterminazione, previsto dalle norme internazionali. Un obiettivo ritenuto irrinunciabile dai popoli indigeni e altrettanto fortemente rifiutato dai governi, dato che l’autodeterminazione implica l’autonomia nella gestione del proprio territorio, all’interno del quale le comunità indigene avrebbero una distinta organizzazione sociale e una autonoma gestione delle risorse economiche e ambientali, comprese le differenti specie vegetali e animali presenti sui loro territori e delle quali alcune grandi industrie stanno brevettando il patrimonio genetico, violando quello stesso diritto di proprietà che in altre occasioni viene difeso come il fondamento stesso del sistema capitalista.
È comprensibile come l’attuale costituzione del Forum, svuotato politicamente e indebolito nella rappresentanza indigena, sia stato ritenuto accettabile dai governi e velocemente approvato nella sua veste di semplice organo "consultivo".
Gli indigeni, cui è stato concesso un solo intervento nella seduta di approvazione del nuovo organismo, non solo non hanno più alcun potere di modificarlo ma vedono fortemente limitata anche la possibilità, nelle future sessioni di lavoro sulla Dichiarazione, di difendere con successo il concetto stesso di "popolo", per il quale si stanno battendo da oltre 15 anni.
Al di là delle enunciazioni di principio, risulta evidente come gli organismi internazionali e gli Stati da essi rappresentati sono molto lontani dal volersi confrontare paritariamente e dal volere garantire i diritti di popoli portatori di culture che esprimono concezioni filosofiche, stili di vita e modalità di relazioni sociali fortemente in contrasto con il modello dominante, del quale costituiscono, con la loro stessa esistenza, una messa in discussione profonda.

MARIELLA MORESCO FORNASIER



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