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L'osceno stratagemma

E' uscito nelle librerie “I figli di Plaza de Mayo”, il libro (edito da Sperling & Kupfer) nel quale Italo Moretti ha raccolto il frutto della sua inchiesta in Argentina. Moretti, volto ben noto del giornalismo televisivo, ha fatto tappa a Buenos Aires nell'ufficio da cui le nonne dei bambini desaparecidos proseguono la loro coraggiosa e durissima ricerca e dove bussano ogni giorno ragazzi che hanno dei dubbi sulla propria storia. Tra il 1976 e il 1983 i militari argentini sequestrarono cinquecento bambini piccolissimi come “bottino di guerra”, uccidendo i loro genitori. Ecco, in anteprima due storie.

Le tombe degli NN cominciano a scoprirsi nel 1985. Medici legali stranieri diretti dall'americano di Oklahoma dottor Clyde Snow stanno addestrando i loro colleghi argentini alla tecnica di rimuovere i cadaveri onde stabilirne la causa del decesso (...)

“Stiamo indagando sulla morte e incontriamo la vita”, dichiara il dottor Snow nel processo contro i generali e ammiragli autori del genocidio. “Possiamo dire a una madre che sì, la figlia è morta, ma che da qualche parte sta vivendo suo nipote. Le nonne di Plaza de Mayo adesso sanno che ha un senso ricercare il bambino e sperare di trovarlo”. Al numero 3284 di Calle Corrientes, a Buenos Aires, quarto piano, interno H, c'è la sede nazionale dell'Associazione Abuelas de Plaza de Mayo (...)

Con nonna Amelia ci incontriamo senza aver preso appuntamenti. Amelia Herrera de Miranda è una delle abuelas presenti ogni giorno.

“Quando nel cimitero aprirono la prima delle cinque casse, pensai di aver ritrovato i corpi di mia figlia Barbara, di mio genero Roberto Lanuscou e dei miei tre nipoti: Roberto, Barbara e Matilde, la più piccina. Matilde aveva sei mesi in quella notte del 4 settembre 1976, quando un centinaio di soldati distrussero la loro casa con i carri armati, i bazooka e una mitragliatrice antiaerea”.

“Il comando militare dichiarò che cinque sovversivi erano morti in una intensa sparatoria; sin vergüenza, svergognato, pensi che dopo il bombardamento dovettero chiamare i pompieri del corpo volontario di San Isidro. Spento l'incendio, fu loro impedito di avvicinarsi alle macerie”, prosegue nonna Amelia.

“Faceva molto caldo, quel pomeriggio, al cimitero. Il direttore ci aveva indicato l'isolato 28, tra croci rovesciate e fiori secchi di morti dimenticati. O di morti senza nome, come i miei morti. Il cranio di mia figlia lasciava vedere il foro del proiettile che l'aveva ucciso. “Che bei denti”, esclamò una delle abuelas che m'accompagnavano. Ultima fu dissepolta la bara di Matilde, la più piccola. Da una copertina rossoverde cadde un ciucciotto, della bambina nessuno segno. “Era troppo piccina perché potessimo trovarne i resti”, osservò un medico come per chiudere la pratica”. La verità, indecente, la scoprì il medico legale venuto dall'Oklahoma. “Analizzammo quanto restava della famiglia Lanoscou”, dice il dottor Snow, “e riconoscemmo le ossa dei genitori e dei due figli maggiori; ma la della creatura, di Matilde, neppure un frammento. Recuperammo sabbia e terriccio ammucchiatisi intorno alla fossa e li setacciammo. Lavorammo il materiale che non aveva passato il setaccio e lo facemmo asciugare. Lo esaminammo fino all'ultimo grammo, per concludere con certezza assoluta che la cassa non aveva mai racchiuso il corpo di Matilde”. Sette anni prima, i militari avevano messo in atto l'osceno stratagemma. Seppure ferita, Matilde era sopravvissuta alla strage. Un'infermiera testimoniò che era stata curata a Buenos Aires, in un ospedale delle forze armate. “So che appena guarita mia nipote fu data in adozione”, lamenta nonna Amelia. “Non so con chi né dove vive”. Amelia Herrera de Miranda continua a sperare. Si augura che anche Matilde si interroghi sulla sua identità, o che un giorno chi la prese e l'allevò “possa scontrarsi con la sua coscienza”. “Sono rimasta sola”, si sfoga. “Anni fa ho perso il marito, e mio figlio maggiore, ne ho avuti due, è morto in un incidente stradale. Vivo lontano da qui, due ore di autobus all'andata e due per il ritorno, ma sono sempre qui. Rispondo al telefono, mi do da fare. Qui ci unisce lo stesso dolore. Ci intendiamo. Non puoi sempre piangere sulla spalla di un'amica. Prima e poi, si stanca”.

Claudio dei miracoli

E' dolce, intelligente, generoso, felice, se si può dirlo di un orfano di desaparecidos che sfuggì miracolosamente prima alla morte, poi all'adozione di un impostore dalle mani insanguinate, per ricevere infine l'affetto immacolato di due nuovi genitori. E fortunato, perché quando aveva vent'anni nello stesso giorno ha incontrato la abuela e appreso che il famoso musicista rock da lui venerato è...suo fratello. Lui, Claudio Novoa, abitando lontano dalla capitale, è venuto a Buenos Aires desideroso di narrarmi questa storia, dove la verità è scoppiata magari tardi ma inimmaginabile, con un finale simile più a una fiction sdolcinata che a una autentica avventura umana. “sono nato nel 1976, non so dove né quando. Papà, Gaston Roberto Gonçalves, fu preso il 24 marzo 1976, il giorno del golpe, e non ricomparve più. Mamma, Ana Maria Granada, incinta di cinque mesi, riuscì a scappare. Partorì e ci nascondemmo a San Nicolás, dalle parti di Rosario, ospiti di una famiglia amica, marito, moglie e due bambini, di quattro e cinque anni. Esercito e polizia attaccarono la casa l'11 novembre 1976, avevo cinque mesi. Tempo fa, ho visto gente di San Nicolás che ricordava: fu un'azione di guerra, con bombe incendiarie e granate, alla quale sopravvissi solo io, seppure semiasfissiato. Rimasi tre mesi in ospedale, dove venne più volte uno dei poliziotti che avevano partecipato al massacro. Voleva adottarmi a ogni costo, sosteneva di avermi salvato la vita.

Il giudice per i minori preferì affidarmi ad una coppia senza figli di Solano, periferia di Buenos Aires: Luis Novoa ed Elena Rodriguez. A otto mesi, divenni Claudio Novoa.

Loro non avevano nulla a che fare con i militari; credevano che mia madre fosse morta in un incidente stradale; dicevano così le carte del tribunale è così dissero anche a me.

Ma io mi chiedevo: mamma è morta, e i parenti? Se ci ripenso, non mi spiego una cosa. Leggevo i giornali, sapevo tutto sui crimini della dittatura, eppure non ho mai pensato che mia madre e mio padre potessero essere due dei trentamila desaparecidos; chissà perché, ancora non me ne rendo conto.

Dovetti aspettare il 1995. Nonna Matilde, la madre di mio padre, mi cercava da quasi venti anni.

Nel 1984 Estela Carlotto, presidente delle abuelas, l'aveva messa in contatto con i medici legali. Essi accertarono che a San Nicolás una giovane donna era stata uccisa con altre quattro persone e che il figlio di cinque mesi si era salvato.

In tribunale, un fascicolo conteneva il materiale relativo all'attacco, compreso un documento di identità di mia madre: le generalità, false; autentica, naturalmente, la foto.

Mostrarono le foto-tessera a mia nonna; non dubitò: “E' lei!” anche le impronte digitali rilevate sul cadavere corrispondevano a quelle depositate nel registro dello stato civile. Sembrava fatta e invece la ricerca della nonna si bloccò per anni. La mia famiglia adottiva, avendo cambiato domicilio da più di dieci anni, figurava irreperibile.

L'idea vincente venne a un medico legale. “Si vota per le presidenziali, il ragazzo è maggiorenne”, ragionò. “Cerchiamo il suo nome sulle liste elettorali e sapremo dove abita”.

Finalmente lo seppero. Alla fine del 1995 un' auto si arrestò davanti casa, a Guernica, dove vivevo con mia madre adottiva; eravamo rimasti soli, io e lei, perché mio padre adottivo era morto quando avevo tre anni. L'uomo dell'auto aspettò che mamma uscisse: parlottarono tra loro, mamma tornò indietro con lui, stupefatta. Le cose che ci diceva parevano inverosimili. Mi sollevò molto sapere che la mia famiglia biologica non mi aveva dimenticato. Nonna Matilde e la mia madre adottiva hanno legato subito, si vogliono bene. Ma non è finita. C'è anche la scoperta di un fratello, musicista, e che musicista!, il mio idolo da quando avevo dodici anni. Sembra una frottola, più che una storia vera. Me la svelò l'uomo dell'auto, il dottor Alessandro, quel giorno memorabile. Il musicista è mio fratello da parte di papà e della sua prima moglie, porta il suo secondo nome, Roberto, Roberto Gonçalves. In Argentina, però, e in tutta l'America Latina, è conosciuto come Moreira, il bassista dei mitici Los Pericos. Pensa che andavo a sentire Los Pericos fin da ragazzino; se potevo, viaggiavo con gli amici dove davano il concerto; a Mar del Plata mancò poco che gli parlassi, me lo impedì la ressa degli ammiratori.

A Buenos Aires, una sera, feci la fila davanti al suo camerino; dovetti rinunciare, stavo lavorando nel locale. Anche lui ignorava di avere un fratello. Non appena lo venne a sapere, mi telefonò dalla Spagna, dove si trovava in tournée; l'aveva informato la moglie. Quando tornò e ci incontrammo, non finivamo mai di raccontarci le nostre vite. Adesso sono pure zio di tre nipoti, i suoi tre figli; spesso dormono da me. Ho messo su famiglia. Io gestisco un negozietto di video, la mia compagna insegna ai bambini handicappati. Stiamo affittando un appartamento con una stanza in più. Ci è nata una bambina”.

L'UNITA' – 11/03/2002

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