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A ovest dell'Islam

Dall'Iraq insanguinato e trincea avanzata del Jihad globalizzato, all'interminabile conflitto israelo-palestinese, ferita aperta nel cuore del tormentato, ed esplosivo, Medi Oriente. E ancora: la strategia dei terroristi, le risposte dell'amministrazione americana, la lotta strisciante, senza esclusione di colpi, per la successione al regno saudita. Una indagine a tutto campo, lucida, argomentata, appassionante, è quella che Gilles Kepel – docente all'Istituto di Studi politici a Parigi (Iep) dove dirige il programma di dottorato sul mondo arabo-musulmano, tra i più autorevoli studiosi del fondamentalismo islamico – ci offre in Fitna, Guerra nel cuore dell'Islam, un'indagine che, ripercorrendo i grandi avvenimenti degli ultimi anni, fornisce una chiave di lettura utile a comprendere la profonda crisi che attraversa il mondo islamico. Il concetto di fitna, spiega l'autore, possiede una connotazione assolutamente negativa: “significa seduzione, guerra interna all'Islam, forza centrifuga portatrice di distruzione, di implosione e di rovina per la comunità, laddove il jihad sublima invece le tensioni interne e le proietta fuori di sé. E' una minaccia permanente che grava sulla perennità della società musulmana”. Al tempo stesso, Fitna. Guerra nel cuore dell'Islam è anche un severo atto di accusa della politica Usa del post 11 settembre: “L'imperizia dei dirigenti americani – rileva il professor Kepel – non avrebbe potuto portare ad un vicolo cieco più completo. Al di là del disordine al quale hanno condotto le armi, che non lascia intravedere affatto una vittoria rapida per gli Stati Uniti (e meno ancora un successo duraturo per i jihadisti), il fatto più sconvolgente, all'indomani dell'11 settembre e del concatenamento delle sue conseguenze, è l'arresto totale del progetto sociale e politico che avrebbe dovuto sbloccare il Medio Oriente.

Gli avvenimenti successivi all'11 settembre 2001, a partire dall'escalation terrorista e dalla glbalizzazione del jihad, vanno letti, è la tesi del suo libro, come una “fitna”, una guerra nel cuore dell'Islam. Quali sono i fondamenti di questa asserzione?

Occorre partire da uno scritto molto importante di Ayman al Zawahiri, il medico egiziano che è la mente operativa di Al Qaeda. Ebbene, in quello scritto, dal titolo emblematico Cavalieri sotto la bandiera del Profeta, pubblicato sulla stampa araba europea nel dicembre 2001, al Zawahiri riflette sul fallimento del Jihad negli anni Novanta. Dall'Egitto all'Algeria, dalla Cecenia al Kashmir: l'avanguardia jihadista aveva fallito nell'obiettivo dichiarato di distruggere gli “Stati empi” e costruire sulle loro rovine lo Stato Musulmano fondato sulla shar'ia (la legge islamica, ndr.). Dalla constatazione di quella sconfitta bruciante, il numero due di Al Qaeda prende le mosse per delineare un cambiamento radicale di strategia: nel mirino dei jihadisti non c'era più come bersaglio unico il “nemico vicino” (Egitto, Algeria, Arabia Saudita...) ma il bersaglio principale diviene il “Nemico lontano”, l'America, il centro dell'Occidente “cristiano giudaico” mortalmente ostile all'Islam incontaminato vagheggiato dai jihadisti. Da questo cambio di strategia nasce la stagione dell'orrore, la distruzione delle Torri Gemelle, le stragi che si susseguono in ogni angolo del pianeta, Giakarta, Madrid, Istanbul, Bali, Casablanca, Ryad, Taba...

Dal punto di vista dei jihadisti, quale bilancio si può trarre di questa strategia dispiegata a livello planetario?

E' un bilancio a due colonne. Nel passivo va registrato il fatto incontestabile che i jihadisti non sono riusciti in alcun posto a prendere il potere. Uno Stato Jihadista era quello dei Talebani in Afghanistan, spazzato via nell'autunno del 2001 dall'esercito americano. Non abbiamo assistito ad una trasformazione del terrorismo in una vittoria politica. I jihadisti amplificano e traducono in chiave islamica l'idea dell'avanguardia che usa il terrorismo per mobilitare le “masse della Umma” (la comunità islamica), indicando loro la strada di un'affermazione identitaria contro l'Occidente “neocolonizzatore” e l'élite arabe e musulmane “collaborazioniste”. Il passaggio al terrorismo del 2001 è stato teorizzato, come detto, da al Zawahiri, il quale riteneva che i colpi spettacolari assestati al “nemico lontano”, i governanti degli Stati del mondo musulmano, facilitandone il rovesciamento grazie alla mobilitazione popolare al seguito degli attivisti del Jihad. Ma su questo piano, il salto di qualità non è avvenuto...

Questo è il bilancio “passivo”. Ma in “attivo” cosa possono mettere i jihadisti?

La capacità di innalzare il livello dello scontro e di farlo uscire dai confini geopolitici tradizionali, quelli cioè del Medio Oriente e del Golfo Persico. Il jihadismo si è globalizzato, ramificato, modernizzato...

Modernizzato?

Certamente. Il modo di tenere insieme il network del terrore denominato Al Qaeda è molto moderno, in particolare per ciò che concerne l'abilità dei jihadisti a usare i moderni sistemi di comunicazione, internet, web...Senza il web, il “network” Al Qaeda per come si manifesta non esisterebbe...

L'aspetto mediatico come parte del nuovo jihad globalizzato?

Direi che ne rappresenta uno dei suoi fondamenti. La parola “Al Qaeda” in arabo significa “la Base”. E per base si può intendere il campo di addestramento dei mujahidin, come fu Tora Bora in Afghanistan, ma può anche essere intesa, in chiave modernizzante e mediatica, come “database”, nel senso che questi terroristi sono legati in modo informale grazie alla rete di internet; veicolano le loro idee, i loro programmi, le loro indicazioni operative sulla rete elettronica, riuscendo a raggiungere i loro affiliati più lontani. Questa è la loro forza ma anche il loro limite...

Quale sarebbe il limite?

I jihadisti si sono dimostrati molto abili nello spettacolarizzare l'azione terroristica, puntando sulla valenza simbolica dell'obiettivo colpito, ma non sono riusciti a mobilitare le masse. Pensiamo al crollo delle Torri Gemelle: la sceneggiatura dell'attentato era da Hollywwod: l'emozione suscitata in noi occidentali non era dovuta solo alla dimensione dell'attentato, al numero delle vittime, ma da quelle immagini, così interne al linguaggio visivo emozionante del cinema americano e proprio per questo non saranno dimenticate da noi occidentali. Il terrorismo funziona sul lato della sovrastruttura ma non ha la capacità di tradurre la visibilità dell'atto violento in trasformazione politica. Il network Al Qaeda è capace di essere semplice sempre in prima pagina ma conquistare il potere è ben altra cosa, come dimostra l'Iraq...

In che senso l'Iraq è paradigmatico di questa sua asserzione?

I jihadisti pensano che l'Iraq sia il cimitero dell'esercito americano, il nuovo Vietnam, ma si può pensare all'Iraq anche da un punto di vista diametralmente opposto: l'Iraq come terra della fitna, del caos, dell'implosione, della distruzione all'interno dell'Islam. Ora, dell'inferno iracheno, noi occidentali abbiamo in mente soprattutto i rapimenti di giornalisti, di volontari delle Ong, le barbare decapitazioni di ostaggi come il povero ingegnere britannico Kenneth Bigley; ma non si deve dimenticare che la grande maggioranza dei morti sono iracheni, sono arabi e musulmani. Il progetto jihadista è quello di creare una situazione molto difficile per gli americani in modo da costringerli alla ritirata, ma da un altro lato vediamo che la società irachena è sempre più stanca di questa immane mattanza. Da questa stanchezza nasce il distacco della popolazione dai gruppi terroristici. L'emblema di tutto ciò è Falluja: una città assediata dalle truppe americane, svuotata dalla popolazione civile, dove agiscono i tre gruppi jihadisti più importanti. La capacità dei jihadisti di mobilitare la popolazione sembra minima. Non dimentichiamo che i jihadisti sono tutti sunniti, e i sunniti sono solo il 17% della popolazione, a fronte dell'oltre 64& di sciiti. Gli sciitii, come hanno lasciato intendere i loro leader più rappresentativi, del Grande ayattolah moderato al-Sistani al più radicale Moqtada Sadr, sono pronti a partecipare alle elezioni del gennaio prossimo, ambendo chiaramente alla conquista politica del potere. Il Nord curdo è pronto a partecipare, la maggioranza sciita altrettanto, e dalla stessa componente sunnita vengono segnali importanti in questa direzione. La mobilitazione della società civile è di fondamentale importanza per isolare e sradicare il terrorismo jihadista; ma su questa strada si para un ostacolo grossissimo...

Di quale ostacolo si tratta?

L'antiamericanismo. Un sentimento molto diffuso in Medio Oriente. E alla base di questa ostilità c'è l'appoggio totale offerto dagli Usa alla politica del pugno di ferro condotta da Ariel Sharon contro il popolo palestinese. Se l'Occidente vuole davvero vincere la guerra al terrorismo deve dimostrare alle masse arabe di non essere un nemico, e può farlo solo se cessa di essere identificato con la politica di Sharon. Il movimento jihadista ha fatto leva sul conflitto israelo-palestinese per cercare di volgere a favore dell'islamismo radicale gli effetti perversi della nuova politica estera americana nel Medio Oriente e nel mondo, così come è stata concepita e presentata dall'ideologia neoconservatrice e, in una certa misura, attuata dalla Casa Bianca.

Alla fine di questo “dare” e “avere”, quale bilancio è possibile trarre dell'azione del terrorismo jihadista?

Sebbene abbia mancato il proprio obiettivo politico, il terrorismo dimostra tuttavia con forza, a dispetto della repressione, la propria tenuta. Da questo punto di vista, la caccia americana ha evidentemente fallito il suo obiettivo di sradicarlo. Ma, nella strategia della Casa Bianca e del Pentagono, la lotta contro Al Qaeda, che offre l'opportunità di mobilitare gli appoggi internazionali nella “guerra al terrore” e di coagulare l'elettorato americano al seguito di Bush, non rappresenta che un tassello del mosaico del “nuovo secolo americano”, per usare una espressione cara ai neoconservatori. In Medio Oriente, essa si articola con il rimodellarsi della regione che passa attraverso l'abbattimento del regime di Saddam Hussein e la creazione di un Iraq “democratico” e filoamericano”. Ciò deve consentire la ricostruzione su fondamenta stabili dei due pilastri della politica degli Usa nella regione: la sicurezza di Israele e l'approvvigionamento petrolifero. Per l'America di George W. Bush la lotta contro il terrorismo è subordinata a questo scopo.

Nel suo libro lei sostiene che la partita decisiva per l'esito di questa “Fitna” si giocherà nelle periferie europee.

E' così. Oggi in Europa vivono milioni di cittadini di origine musulmana. Questi nostri cittadini sono visti dai jihadisti come un enorme bacino di proselitismo: la strage di Madrid è stata compiuta, con il supporto di pochi elementi esterni, da marocchini residenti in Spagna, alcuni dei quali peraltro pienamente integrati nella società spagnola. La sfida lanciata dai jihadisti è terribile: edificare sul vecchio continente una cittadella interiore irrigidita nei suoi articoli di fede in piena “terra di miscredenza”. Ma la maggioranza di questa popolazione pensa e agisce come “europei” di religione islamica. Il centro della loro identità è il sentirsi parte di un'Europa multietnica e multireligiosa. Da questo punto di vista ha una straordinaria rilevanza la mobilitazione per la liberazione degli ostaggi che ha avuto come protagoniste le comunità islamiche, in particolare in Francia e in Italia. Una rivolta morale, prima che politica, di quanti, da europei islamici non hanno inteso lasciar campo libero agli assertori, dal versante jihadista, della guerra di civiltà. Di fronte alla sfida jihadista che investe l'Europa e le sue periferie, non c'è altra scelta che aprire le porte ad una piena partecipazione democratica della gioventù di origine musulmana alla vita sociale, civile, politica, attraverso gli strumenti – soprattutto educativi e culturali – che favoriscano la mobilità sociale e accompagnino l'emergere di nuove élite provenienti da questi ambiti: così questi potranno, al di là delle chimere del jihad e della fitna, e al di là dei confini d'Europa, incarnare il nuovo volto di un mondo musulmano riconciliato con la modernità.

Intervista di Umberto De Giovannangeli – L'UNITA' – 22/10/2004


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