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Spagna, gli scheletri nell'armadio

Ho inviato un plico a José Luis Zapatero, Palazzo del Governo, Madrid. Tranquillizzatevi, non contiene un pacco bomba, anche se c'è qualcosa di esplosivo: le testimonianze sul sistema poliziesco del franchismo. Ora che il Governo spagnolo ha creato una commissione per affrontare la storia non scritta delle vittime del regime del Generalissimo dal 1938 al 1975 è giusto che i vari Martinez, Gonzalez, Echeveste, Arneaz, Zabala, come altre migliaia di vittime di Franco, abbiano un risarcimento ai loro eterni gemiti. Io, quei gemiti, li ho conservati per qualche anno: aprivo una busta e sentivo sordi lamenti... sentivo anche gli echi di torture e sofferenze e striduli rumori di garrota.

Non dovrebbe dunque essere difficile per la Commissione istituita dal primo ministro spagnolo trovare i documenti e le testimonianze. Per me, ad esempio, tutto è cominciato nell'anno 2000, venticinque anni dopo la morte del Generalissimo e la fine della dittatura, in una palazzina anonima ad un piano, squadrata, color rosso attorniata da pini, sugheri e querce. Su un lato una sbarra arrugginita alzata. Siamo sulla strada che porta da Caceres a Monserraz, dolci ondulazioni verdi e assolate, speroni di arenaria, campo di volo di avvoltoi irrequieti. Questo edificio segnava, sino al 1996, una frontiera, quella tra la Spagna e il Portogallo, due Paesi rimasti chiusi a lungo nel loro isolamento. Il Portogallo di Salazar e Caetano è stata la più vetusta dittatura europea, 48 anni di torture e esili, di sogni chiamati Lusitania e di colonialismo assurdo e ostinato; la Spagna ha marcato il suo Novecento nel segno di Francisco Franco, dalla guerra civile alla morte del dittatore.

Come "La zattera di pietra" di José Saramago, la penisola iberica ha veleggiato su rotte oscure e equivoche, distaccata dal resto dell'Europa. Poi tutto si è sbrogliato di colpo nel 1974, esattamente trent'anni fa. Sembra un'altra vita, ma non la è. Il 25 aprile scorso qualche sparuta bandiera rossa nel Rossio di Lisbona ha rievocato la pacifica Rivoluzione dei Garofani; il 20 novembre dell'anno prossimo è probabile che le bandiere della libertà svolazzeranno nelle piazze di Madrid per ricordare la fine di un incubo.


Davanti a quella palazzina di confine mi ero già fermato una volta, trent'anni fa, cercando di raggiungere Lisbona nelle ore confuse e convulse del dopo rivoluzione. Minuziosi e scrupolosi agenti della Guardia Civil cercavano di impedire ai giovani d'Europa di scoprire il fascino di una rivolta che d'improvviso scuoteva la sonnolenta penisola iberica.


Sono tornato in quel luogo, oggi così appartato e quieto, per girare il film "Alla rivoluzione sulla Due Cavalli", da me sceneggiato e tratto da un mio romanzo edito da Sellerio. Non avevo l'ambizione di raccogliere i fili della memoria, ma non sono stato capace di resistere alla tentazione di scoprirne di nuovi. Così, nell'attesa delle riprese, sono salito al primo piano di quell'edificio abbandonato, accompagnato dalle voci amplificate degli attori che recitavano la scena di un interrogatorio di un poliziotto spagnolo ai tre ragazzi protagonisti del film, Victor, Marco e Maria. Ho visto un armadio e d'istinto l'ho aperto: stipati dentro c'erano centinaia di bollettini in carta ciclostilata. Fogli ingialliti, ben piegati, cellofanati con carta velina. Le pagine sono un po' ingiallite, ma leggibili. Un miracolo che i topi non le abbiano rosicchiate portandosi via un pezzo di storia del Novecento.


Si tratta in gran parte di relazioni della Direzione Generale della Sicurezza - Commissario Generale di Investigazione Sociale. Insomma, l'armadio della vergogna della vecchia Spagna franchista.
D'istinto ho afferrato una dozzina di relazioni che mi sono portato in Italia. Ora le riguardo e le rileggo cercando di seguire le tracce di quanti hanno patito il regime di Franco. La truce biografia dell'ex dittatore spiega che uno dei suoi ultimi atti - era il settembre 1975 - fu quello di ordinare l'esecuzione di cinque militanti della resistenza. Ormai accerchiato dalle democrazie europee (nel '75, oltre al regime salazarista, erano caduti anche i colonnelli greci), malato e agonizzante, il Generalissimo non rinunciò a mantenere il pugno di ferro sino alla fine del suo respiro. Con proverbiale serenità e ludica freddezza tipica dell'amante della disciplina militare, Franco orchestrò un regime fatto di tanti silenzi e omissioni, spionaggi e delazioni, lasciando che il passare del tempo risolvesse i problemi del Paese e che una patina di dimenticanza coprisse l'operato sotterraneo del suo regime. La movida spagnola di oggi si spiega anche così: una brusca accelerazione rispetto alla lentezza di quasi quarant'anni di dittatura. E, come spesso accade, nella fretta si rischia di dimenticare, di scordare il sacrificio della guerra di Spagna e il clima di oppressione che si respirò dal 1939 al '75.


A me sono bastati dei fogli ingialliti e mangiucchiati per chiarirmi le idee di cosa è stata la macchina statale franchista: una micidiale e sistematica opera di indagine poliziesca.
Duecento fogli in ciclostile contengono il verbale della riunione dei capi dell'Investigazione Sociale, cioè la polizia politica, nel gennaio 1965. È un quadro completo e dettagliato delle "organizzazioni nemiche del regime". Si spiega nei particolari come operano le organizzazioni sindacali, universitarie, sociali e umanitarie e come si stanno organizzando i partiti clandestini, regione per regione, dal Partito Comunista al Partito Socialista Operaio Spagnolo, dalla Democrazia Cristiana ai movimenti separatisti, dai partiti catalani ai gruppi dell'estrema sinistra. Molta attenzione viene concessa ai fuoriusciti, in particolare quelli che sono in esilio in Francia. E si indicano azioni precise di infiltrazione. Sentite cosa propone il delegato regionale di Investigation Social di Barcellona: "Nel tempo della vendemmia in Francia si concentrano nella zona di Figueras molti lavoratori spagnoli che vanno nel vicino Paese per realizzare diversi lavori... organizzare una infiltrazione in questo luogo sarebbe una cosa altamente positiva per il nostro Servizio".
Un'altra nota informativa, datata 27 luglio 1974, spiega ai membri della Investigation Social come è organizzato l'esilio dei membri del Partito Comunista in Germania Orientale. In realtà a raccontarlo è un vecchio militante del Pce che, decisosi a rientrare in patria, si è prestato ad una "franca collaborazione". E ciò, secondo la segreteria generale della Investigation Social, è una cosa importantissima poiché"a Berlino Est è costituita la base operativa più importante del comunismo spagnolo". Il povero comunista, stanco di vivere nelle brume della Repubblica Democratica Tedesca - come dargli torto - e nostalgico del sole e del mare Mediterraneo, non sembra però fornire notizie di grande rilevanza, stando a ciò che è scritto nel Bollettino informativo numero 34 del 1974. Gli uomini della Rdt prendevano in ogni caso le loro precauzioni, sapendo di avere il fiato della Investigation Social spagnola sul collo. Le riunioni del Comitato centrale del Pce si svolgevano in un edificio di Berlino denominato "Casa del Maestro". I vertici erano annunciati come riunione del "Romanische Institut". Nel Bollettino n. 43 si spiegano quindi le divisioni all'interno dei comunisti (tra seguaci di Santiago Carrillo e Enrique Lister), l'organizzazione del partito a Berlino (dalle cellule ai vertici), l'esistenza di diverse associazioni di appoggio (come l'associazione "Mujeres del Mundo entero") e la formula usata in Rdt di "traduttore di libri" dietro la quale si celano gli estensori della "propaganda politica ufficiale, riviste e periodici". Poi ecco spuntare l'elenco dettagliato di tutti i comunisti rifugiati in Rdt, delle loro famiglie e delle attività che svolgono. Persino le scuole che frequentano i loro figli. "Goodbye Lenin" viene voglia di dire leggendo vite dimenticate e perdute oltre la Cortina di Ferro.


Prendo in mano adesso il Boletin Informativo n. 37 del 27 di agosto 1974, pochi giorni dopo la Rivoluzione portoghese. La firma del responsabile di questo sperduto avamposto di frontiera lo protocolla con la data del 27 agosto al numero 1669. Il titolo della prima pagina è: Movimiento Comunista in Espana con le sue di San Sebastian, Bilbao e Valencia. Apro ancora a caso e piombo sulla vicenda di una "nuova detenzione in San Sebastian". Vi si narra di come la locale Secion de Investigation Social abbia scoperto reiterate riunioni di comunisti, anzi prevalentemente di comuniste. Non credo di fare un torto a nessuno citandole per nome: Maria Luisa Malo Martinez nata nel 1956, Julia Maria Concepcion Inza Martinez de Falcon, Maria Aranzazu Eizaguirre Soraluce, Maria Mercedes Bereciartua Unanu. Si segnalano anche altre presenze femminili: Dorotea Bautista Olascoaga e Maria Luisa Otano. Due di esse sono già state in prigione. Le riunioni clandestine sono seguite dagli agenti della locale Secion de Investigation Social: si tengono in un luogo chiamato "Los Luises del Antiguo" di proprietà della Chiesa.


Scritti molto fitti e con caratteri ancora più minuscoli sono contenuti nei Bollettini della Comisaria General de Investigation Criminal che giungono al posto di frontiera. A giudicare da annotazioni e sottolineature, il dirigente locale sembra più propenso ad occuparsi di criminalità comune che non di politici. I potenti mezzi della polizia arrivano a inviare fotocopie di gioielli e orologi Omega e di Seat 1500 e 124 che spariscono ovunque nel Paese del Generalissimo.


La composizione e lo stile dei bollettini non cambia dopo la morte di Franco: stesse pagine in ciclostile, stesse intestazioni, stesso metodo di lavoro e di analisi del caso. L'ultimo ciclostile è invece il Bollettino del 2 febbraio 1977 e racconta dell'arresto di Santiago Carrillo Solares, allora segretario del Partito Comunista, avvenuta in Calle Padre Jesus Ordeneza, a Madrid. Le frasi sono ora spoglie di enfasi, appaiono minute e stringate testimonianze dei fatti e contengono brevi dichiarazioni dei detenuti. Non c'è più animosità né intenzione nel racconto, non c'è più la logorroica descrizione di ogni dettaglio. L'arresto di Carrillo e di altri dirigenti del Pce si merita adesso solo otto pagine. Con pazienza si racconta che Santiago Carrillo - rientrato in Spagna dal febbraio '76 - telefona a "El Pais" per annunciare il suo arresto e che la pratica è ora all'esame al Giudice di ordine pubblico. L'estensore della nota informativa presagisce che si chiude un'epoca, quella della clandestinità e dell'esilio. Un lungo sacrificio di vite appeso oggi alla tenuta dell'inchiostro di una Olivetti 22.


Marco Ferrari - IL SECOLO XIX – 14/10/2004


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