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Gli uruguayani decidono: l'acqua non si può privatizzare

L'acqua non si può privatizzare. Lo ha deciso un referendum popolare. Il giorno del voto che ha consegnato alla sinistra del Frente Amplio il governo del Paese e la maggioranza alla Camera e al Senato, gli uruguayani sono stati chiamati a decidere anche la costituzionalizzazione del divieto di vendere la gestione dell'acqua a privati. La percentuale definitiva è ancora incerta, ma i primi dati assicurano la vittoria. Promosso da un coordinamento di associazioni interne al Frente amplio, il referendum è frutto di una lunga battaglia svolta insieme a movimenti sociali brasiliani e boliviani. Innanzitutto la comunità per la difesa dell'acqua di Cochabamba, la città boliviana che minacciò di accogliere con la dinamite le compagnie private chiamate dal governo per ridisegnare la gestione delle reti idriche.

Non è una battaglia locale - spiega Antonio, uno dei coordinatori della campagna - noi stiamo seduti sopra il sistema acquifero Guaranì, la riserva d'acqua dolce più grande del mondo. Se è vero che l'acqua, come ora il petrolio, sarà l'oggetto delle prossime guerre per l'accaparramento delle risorse naturali, noi potremmo essere la frontiera più calda del conflitto”.

L'Uruguay non è nuovo all'utilizzo dello strumento referendario per tentare di bloccare i progetti governativi di privatizzazione. Nel dicembre del 2002 fu un referendum popolare a impedire l'associazione con imprese private (secondo molti, una privatizzazione mascherata) dell'impresa petrolifera statale che raffina il petrolio comprato in Nigeria e in Medio Oriente.

La questione del sistema acquifero del Guaranì, un oceano sotterraneo di acqua potabile dal nord est brasiliano alla pampa argentina, un milione e duecentomila chilometri d'acqua, è tornata alla ribalta di recente, quando durante l'inchiesta del Congresso statunitense sugli attentati dell'11 settembre 2001 saltò fuori un documento che rivelava il piano alternativo di risposta all'attacco terroristico consigliato da uno dei consiglieri dell'amministrazione americana al presidente Bush. Bombardare e invadere la Triplice frontiera, la zona di confine del Cono sur che sta al centro del grande lago sotterraneo di acqua dolce. Il piano alternativo a un attacco all'Afghanistan fu subito scartato, ma sulla triplice frontiera l'attenzione è rimasta alta. Tanto che i servizi segreti argentini, molto vicini a quelli statunitensi dai tempi delle “relazioni carnali” con Washington vantate dall'ex presidente Menem, hanno dovuto spiegare più d'una volta ai colleghi nordamericani che “qualsiasi terrorista si sia rifugiato lungo i confini se ne è sicuramente andato da almeno dieci anni”.

L'area, dove si sono stabilite molte comunità arabe, è infatti ritenuta nascondiglio di terroristi islamici di provenienze varie. I servizi locali smentiscono, ma il Pentagono ha insistito a lungo per realizzare proprio lì esercitazioni congiunte di militari presi in prestito da Paesi latinoamericani.

La quantità d'acqua già sfruttabile del Guaranì equivale a quattro volte la domanda totale annua dell'Argentina. I presidenti di Brasile e Argentina l'hanno dichiarata riserva strategica continentale e si preparano a difenderla con gli strumenti giuridici offerti dal Mercosur. Il Pentagono insiste nello sfornare documenti in cui si segnalano “cellule dormienti” piazzati sulla Triple frontiera e chiede il pattugliamento congiunto del fiume Iguazù.

Angela Nocioni – LIBERAZIONE – 02/11/2004


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