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Il “paso doble” di Kirchner

Nel centro di Buenos Aires, all'incrocio tra due viali alberati all'altezza dell'avenida Alvear 1400, c'è l'ingresso di un bell'edificio borghese protetto da una doppia grata di ferro con dieci poliziotti di guardia giorno e notte. Le pareti sono coperte di vernice e scritte spray: traditore, ladro, fascista.

Lì vive il giudice Boggiano, membro della Corte suprema. E' uno dei magistrati che per decenni, ben oltre la fine dei governi Menem, ha consentito all'ex presidente il controllo del massimo tribunale argentino. E' l'ultimo sopravvissuto politico della vecchia maggioranza automatica nella Corte con cui l'ultraliberista Carlos Menem ha potuto blindare lo stravolgimento dell'architettura istituzionale argentina adattandola alle necessità della destra economica che lo ha accompagnato al potere. Gli altri sono stati tutti rimossi dall'attuale presidente Nestor Kirchner, dello stesso partito di Menem, il partito giustizialista, ma cresciuto nella sua frangia di sinistra.

Boggiano non può uscire di casa senza essere coperto dalle grida dei picchetti dell'escrache che si danno il turno sul marciapiede di fronte. L'escrache è l'atto di ripudio, la rumorosa protesta con cui associazioni per i diritti umani segnalano al quartiere la presenza di torturatori del vecchio regime militare e di giudici corrotti dell'era Menem.

Paulo, nato nel 1976, l'anno del golpe, è uno degli animatore dei picchetti sotto casa Boggiano. “Ormai la svolta c'è stata. Non dobbiamo difenderci dal governo - racconta - La polizia ha l'ordine di non intervenire. Kirchner ci protegge”. Paulo, come tanti di quelli che lavorano con le Madri di plaza de Mayo (l'associazione delle madri dei desaparecidos), si dice apertamente kirchnerista. Tale si definisce anche buona parte dei piqueteros, i gruppi di disoccupati organizzati con cui il governo Kirchner ha intessuto un dialogo costante. “Accettiamo il confronto perché da questo presidente si può ottenere una buona politica sociale”, dicono quelli di "barrios de piè", uno dei gruppi più attivi del frammentato universo piquetero.

L'accenno al "verdadero" peronismo torna puntualmente nei dibattiti sul bilancio dei primi 18 mesi di governo Kirchner, come se l'Argentina fosse eternamente prigioniera del suo mito originario, come se fosse impossibile da queste parti tentare una politica di inclusione sociale senza fare i conti con la maschera del generale Peron.

Il peronismo di cui parlano è però il "peronismo di sinistra" che non è mai andato al potere, una complessa mescolanza tra il populismo nazionalista del generale Peron e le teorie dei fuochi di Ernesto Che Guevara, un immaginario che ha profondamente segnato gli anni Sessanta e Settanta a Buenos Aires e che si è nutrito del mito di Evita Peron, la giovane attrice moglie del generale diventata icona delle politiche sociali del regime. Il punto è che di quel mito Buenos Aires si nutre tuttora. Non è difficile nelle case argentine, e ancor più nelle baracche delle villas miserias, trovare il ritratto di Evita accanto a quello del Che. Evita ancora simbolo della ridistribuzione sociale della ricchezza. Come se le sue opere di munificenza in favore delle classi povere non fossero servite a costruire consenso attorno a un governo autoritario, ma fossero tuttora considerate da molti il segno di un progetto di trasformazione sociale bloccato dal golpe del 1955. Il culto della sua immagine è diffuso. La sua tomba, al cimitero della Recoleta, il cimitero dell'oligarchia della capitale, è coperta di fiori freschi ogni giorno.

Come è possibile che, a cinquant'anni di distanza, l'Argentina che si pensa progressista trovi ancora nelle formule del peronismo la risposta alle sue esigenze di trasformazione sociale e al suo bisogno di dirsi “di sinistra”? E quanto c'entra questo mito originario con lo straordinario successo di Kirchner, il presidente andato al potere nell'Argentina del “se vayan todos»” del rifiuto della classe politica, che raccoglie nei sondaggi d'opinione il 90% del gradimento popolare? Lo abbiamo chiesto a un non peronista: Carlos Gabetta direttore del "Diplo'", l'edizione per il Cono sur di "Le Monde diplomatique".

La definizione di peronismo che mi convince di più è questa: un corpo popolare con una testa fascista. E' dal '45 che in Argentina si tenta di sciogliere il nodo Peron. Il peronismo - continua Gabetta - è sempre stato un movimento borghese guidato da borghesi. L'alta adesione popolare e la vaghezza delle sue formule politiche fa sì che dall'interno sorgano fenomeni radicali, democratici, che si propongono di trasformare il peronismo in un movimento rivoluzionario. La strategia armata dei montoneros, la radicalità della Gioventù peronista erano questo. Quando nel '73 Peron tornò dalla Spagna franchista dopo essersi fatto benedire dal papa e portandosi in aereo Licio Gelli, la destra peronista ordinò il massacro dei montoneros durante la festa per il suo ritorno all'aeroporto di Buenos Aires. Più tardi sarà lo stesso Peron a cacciare i montoneros dalla Plaza de mayo. Il peronismo ha sempre tradito la sua anima progressista, la sua testa fascista si è sempre imposta”.

La testa fascista degli anni Novanta, Menem, ha però perso. L'attuale presidente rivendica la militanza montonera. “Nei momenti di crisi il peronismo si ricostruisce a sinistra - aggiunge il giornalista -. Bisogna vedere se questa volta la destra, colpita ma ancora potente, lo lascia davvero fare. Bisogna vedere se non finirà per soffocarlo o per massacrarlo come fece nel ‘73. Kirchner sta applicando con molte contraddizioni alcuni dei postulati della sinistra peronista degli anni Settanta. Sul piano economico mantiene ambiguità di fondo. Ma ha affrontato con straordinaria chiarezza l'epurazione delle caste militari. Ha obbligato il capo delle forze armate a togliere dalla parete della Casa militar il quadro del golpista Videla, ha chiesto perdono in nome dello Stato argentino per i crimini della dittatura. La destra ha reagito. In poco tempo la sua sicurezza personale ha mostrato falle da tutte le parti. Gli hanno fatto cadere un elicottero - continua Gabetta -, è andato a fuoco il motore dell'aereo presidenziale, uno sconosciuto ha passeggiato per tre ore nella casa di governo. Questi sono messaggi dei servizi menemisti, non casualità”.

La chiave del successo Kirchner - continua il direttore di "Diplo'" - nei movimenti di base è una vecchia ricetta peronista: la redistribuzione. Cosa fece Peron? Redistribuì i profitti di un'Argentina che, a differenza di quella attuale, era ricchissima. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo aver sfamato l'Europa devastata dal conflitto, l'Argentina era una miniera d'oro. Aveva crediti miliardari con la Gran Bretagna. Con cosa si sostenne il populismo di Peron? Con la redistribuzione. Il suo mito vive del ricordo di questi quattro, cinque anni gloriosi intorno al '50. L'oligarchia non capì che non doveva temerlo. Quando nel '45 Peron disse alla Borsa di Buenos Aires “salverò l'Argentina dal comunismo” la destra economica non gli credette. Nel ‘55 arriva il colpo di stato. Tutto ciò che viene dopo peggiora le condizioni di vita dei lavoratori argentini che continuano ad avere di lui un ricordo idilliaco”. Nel '73, però, torna e caccia i montoneros. “Sì - dice Gabetta -, ma non fanno in tempo a convincersi che è un fascista. Muore poco dopo. Quando i movimenti popolari oggi si definiscono "sinistra peronista" ripropongono questo vecchio equivoco”. Crede che Kirchner giochi con la retorica peronista o che stia davvero sottraendo potere alle mafie? “La mia impressione è che, non sul piano dei diritti umani ma su quello del potere economico, questo governo sia esposto a una dinamica di cooptazione. Le destre fasciste - conclude Gabetta - perderanno qualcosa, ma non tutto quello che hanno temuto gli venisse sottratto per sempre”.

Angela Nocioni – LIBERAZIONE – 07/11/2004


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