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Buenos Aires, spazzatura da leggere

Libri dalla spazzatura. Un caso editoriale. Una delle sorprese culturali dell'Argentina del dopo crisi. In un viale del quartiere Almagro, lontano dalla Buenos Aires da cartolina che vende nostalgie d'epoca ai turisti, tutte le mattine dopo le dieci Washington Cucurto tira su la saracinesca di "No hay cuchillo sin rosas" (Non c'è coltello senza rose). Washington è un ex impiegato della biblioteca comunale Evaristo Carriego. "No hay cuchillo sin rosas" è il laboratorio che ha affittato tre anni fa per lavorare ai libri di "Eloisa Cartonera". Cinquantacinque titoli pubblicati finora. Scrittori emergenti e grandi classici. Prezzo di copertina: quattro pesos, poco più di un euro, un terzo del prezzo medio di un'edizione economica in libreria. Il cliente può scegliersi la rilegatura. Tutti pezzi unici. Tutti fatti a mano con il cartone comprato ai cartoneros, il popolo dei senza lavoro che rovista nella spazzatura per sopravvivere.

Lo sciame di fantasmi che di notte scende in strada armato di vecchi carrelli da supermercato non è scomparso con la lieve ripresa economica dell'ultimo anno. La rinascita argentina non l'ha riassorbito. L'era aperta dal governo di Nestor Kirchner - nome forte della sinistra peronista, il presidente più popolare dai tempi di Juan Domngo Peròn - non è riuscita a cancellarlo.

Ora che Buenos Aires ha meno paura ed è tornata a spendere, ora che i ristoranti affacciati sul lungo fiume di Puerto Madero sono tornati a popolarsi di clienti smaniosi di darsi un tono da upper class, l'esercito muto dei cartoneros continua a marciare lungo i viali del centro. Arriva dopo il tramonto con carovane di carri stracolmi. Piramidi di esseri umani e sacchi neri. O con la ferrovia Mitre, dove nessun controllore osa ormai chiedere i biglietti. Il governo della capitale ha tentato un lungo braccio di ferro per liberarsi di quegli ingombranti pendolari della miseria. Quando ha capito che non si sarebbero mai fermati ha raddoppiato le corse notturne. La maggior parte di loro viene dall'enorme periferia, una volta operaia, della capitale.

Non sono barboni. E non sono sempre stati poveri. Lo sono diventati, lentamente, inesorabilmente, scivolando dentro l'enorme precipizio scavato durante gli anni Novanta, giorno dopo giorno, privatizzazione dopo privatizzazione, sotto i piedi del Paese a reddito fisso, dei poveri cristi con busta paga a fine mese.

A vagare come ombre dietro a pile di cartone nella notte di Buenos Aires non sono solo i figli delle baracche. E' anche gente per cui la fame è stata a lungo una circostanza vaga e remota. Figli di immigrati cresciuti con la promessa del viaggio in Europa, minuscoli lussi e ambizioni da piccola borghesia emergente. Ora rovistano tra i cassonetti con addosso le giacche striminzite dei professori poveri. Ex impiegati statali, ex segretarie d'azienda, coppie che frugando tra i rifiuti riescono a mettere insieme quei dieci chilogrammi di carta che, rivenduti all'ingrosso fruttano due pesos, cinquanta centesimi di euro. Alcune centinaia di loro da qualche mese si accampano ogni notte a plaza Casa Cuna, un grande piazza tra la stazione Constitución e un ospedale infantile non distante dal centro. Giurano che non si muoveranno da lì finché il sindaco non offrirà uno spazio coperto in cui aspettare i camion che all'alba li riportano a casa. Lo sgombero è stato più volte minacciato, ma il governo progressista della città di Buenos Aires, vetrina dell'Argentina del nuovo corso, non ha dato ancora ordine alla polizia di intervenire.

Prima della crisi del 2001, prima della svalutazione del peso, quando ancora l'Argentina viveva nella bolla di sapone della parità fittizia con il dollaro, tra i rifiuti si cercava quasi sempre vetro. “Con la crisi le cartiere hanno chiuso” racconta Cucurto. “Bisognava comprare la carta in Brasile pagandola in dollari. Costava il triplo”. E' così che nella città con le migliori libreria del continente sono raddoppiati i raccoglitori di carta straccia.

Nei laboratori di "Eloisa Cartonera" lavorano in venti. “Chi raccoglie la carta, fabbrica anche il libro” spiega Cucurto. «Taglia il cartone, lo dipinge. Poi rilega». La carta viene comprata a un peso e mezzo al kilo, sette volte il prezzo di mercato. La manodopera vale quattro pesos l'ora. I fratelli Ramos, David e Alberto, venti e ventisette anni, hanno lasciato la strada per lavorare nella casa editrice a tempo pieno.

Il laboratorio in origine era una gallerie d'arte. La proprietaria l'ha ceduta diventando socia della casa editrice. Per attrarre l'attenzione dei vicini, all'inizio, Cucurto aveva aperto una frutteria dentro il laboratorio. Patate, fagioli, cipolle e una pila di libri nell'angolo. Poi le cose sono cominciate ad andare bene. Le pagine culturali dei grandi giornali argentini si sono accorte del curioso via vai nella ex galleria di Almagro. Alcuni libri di "Eloisa Cartonera" sono stati lanciati nella categoria "rivelazioni". L'inserto culturale dell'autorevole "el Clarín", il principale quotidiano del Paese, ha definito l'impresa “un boom editoriale”. Cinquemila libri venduti. Un'altra galleria presa in prestito nel quartiere. "Belleza y Felicidad", si chiama. Tre grandi stanze luminose, ritagli di carta e stoffa dappertutto, l'intera collezione di titoli esposta tra scaffali di piante grasse.

“Vogliamo aiutare autori giovani a farsi conoscere” dice Cucurto. Intanto continuano ad arrivare inediti di scrittori già noti. Ricardo Piglia, César Aira e Rodolfo Enrique Fogwill. La famiglia del poeta brasiliano Haroldo de Campos, morto due anni fa, ha autorizzato la pubblicazione del libro postumo "El ángel izquierdo de la poesía" ("L'angelo mancino della poesia"), uscito in due volumi. Ottenuta l'autorizzazione per lanciare gran parte dell'opera dello scrittore cileno Enrique Lihn (1929-1988). C'è anche qualcosa del peruviano Oswaldo Reynoso.

Cucurto si affanna a raccogliere i libri degli altri, a mettere in circolazione nomi nuovi. Alla fine ha deciso di tirare fuori dal cassetto un paio di vecchi testi suoi, "Cosa de negros" ("Roba da neri") e "Cuando me muera quiero que me toquen cumbia" ("Quando morirò vorrei che mi suonassero la cumbia").

L'immagine della casa editrice è nelle mani di Fabián Barilaro, altro socio dell'impresa, che si presenta così: “Il nostro obiettivo è diffondere la letteratura, ma quello che vogliamo è offrire lavoro, stimolare la voglia di fare, dimostrare che i cartoneros possono fare altro che raccogliere cartone. Abbiamo bisogno che il progetto funzioni commercialmente per poter continuare a pubblicare, non riceviamo sussidi. Se non si vende non si può neanche produrre”. “Il prezzo basso è fondamentale perché i libri possano circolare”.

I soci dicono di non avere margini di guadagno. Per ora riescono a malapena a coprire le spese e i salari.

“Non so dove quest'impresa andrà a finire. Per adesso è un progetto comunitario, con la cultura come asse portante” spiega Cucurto.

In realtà i piani per il futuro abbondano. C'è chi propone di creare una un circuito alternativo di punti vendita per strada affidato ai cartoneros, chi chiede di investire in campagne di alfabetizzazione da realizzare con i testi di Eloisa. “Potremmo insegnare una professione ai cartoneros, formarli perché conoscano gli autori con cui lavoriamo. Insomma, per ora ciò ci limitiamo a prendere qualcosa dalla spazzatura, a dare valore ai rifiuti” si schernisce Washington Cucurto. “Tutto ciò che facciamo, dopo tutto, è trasformare l'immondizia in libri”.

Angela Nocioni – LIBERAZIONE – 23/02/2005


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