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Il cartello rosso di Lula, Kirchner e Chavez

Petrolio e debito estero. A margine della cerimonia di insediamento del fronte delle sinistre unite al governo dell'Uruguay, si è svolto ieri un vertice tra i presidenti di Brasile, Argentina e Venezuela. Lula, Kirchner e Chavez hanno deciso di adottare una posizione comune di fronte agli organismi internazionali per contrattare tempi e modalità di pagamento degli interessi sul debito e hanno firmato accordi per la cooperazione energetica.

L'adozione di una posizione unica sulla questione del debito estero è la risposta alla richiesta di Nestor Kirchner. I neoperonisti al governo dell'Argentina insistono da due anni con la potenza continentale brasiliana (con cui si contendono la guida politica del Mercosur, il mercato comune tra Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) per rivolgersi con una voce sola al Fronte monetario internazionale e alla Banca mondiale.

La cornice dell'intesa petrolifera, che prevede l'esplorazione di nuovi giacimenti attraverso la cooperazione tra Petrobras (l'impresa statale di petrolio brasiliana) e Pdvsa (quella venezuelana), è il miraggio di un'unica industria pubblica del greggio in cui far confluire tutte le compagnie statali di idrocarburi del continente: Petrosur, una vecchia proposta di Hugo Chavez che continua a giocare la carta del petrolio, di cui il Venezuela è ricchissimo (secondo fornitore degli Stati Uniti) sul tavolo delle trattative per la costruzione di un'unione politica latinoamericana.

Con il neopresidente uruguaiano Tabaré Vazquez, moderatissima guida di un governo la cui maggioranza interna è in mano alla ex guerriglia guevarista dei Tupamaros, Chavez ha firmato ieri un contratto che prevede lo scambio tra petrolio e generi alimentari, di cui Caracas è importatrice perché un modello economico tutto basato sulla rendita petrolifera soffoca dai tempi del Venezuela Saudita lo sviluppo di una seria politica agricola. L'Uruguay, assetato di petrolio perché l'unica industria statale che funziona è quella della raffinazione, ha nell'agricoltura l'unico capitale rimasto integro dopo il tracollo economico del 2002.

Gli accordi economici firmati ieri nell'incontro tra i presidenti di Brasile, Argentina e Venezuela sono per buona parte corollari dell'intesa siglata da Lula e Chavez lo scorso 14 febbraio a Caracas. I ventisei contratti di cooperazione firmati in quell'incontro dal rappresentante del Paese politicamente ed economicamente più influente del continente e il presidente della principale potenza petrolifera d'America (i nuovi giacimenti di gas e petrolio pesante scoperti nell'Orinoco potrebbero raddoppiare le risorse venezuelane di idrocarburi) più che un pacchetto di scambio economico commerciale sono il frutto di un processo di riallineamento politico regionale. Nonostante una spinta all'integrazione fosse già iniziata da parte brasiliana durante la presidenza di Fernando Henrique Cardoso, che come ora Lula subiva allora la pressione della lobby degli industriali paulisti ansiosi di guadagnare quote di mercato, è stata la conquista del governo da parte del Pt a spostare l'asse politico di Brasilia dall'antica competizione con Buenos Aires a un ruolo di leadership nelle trattative per l'allargamento del Mercosur. Il Venezuela, che del Mercosur è ormai un associato di fatto anche se manca un'adesione formale, ha paradossalmente svolto un ruolo fondamentale in questo slittamento brasiliano per la situazione di estrema debolezza in cui Hugo Chavez si è trovato nel dicembre 2002. Fu allora, quando una serrata decisa dalle opposizioni per far cadere il presidente sopravvissuto al golpe dell'aprile 2002 paralizzò per due mesi (fino al febbraio 2003) l'industria del petrolio, che Lula esplicitò in maniera inequivocabile la sua posizione nelle politiche continentali andando in soccorso a Chavez.

Quando l'intera economia venezuelana era paralizzata dall'assenza di combustibile e si contavano i giorni aspettando la caduta del governo considerata a quel punto ormai inevitabile, Brasilia spezzò l'isolamento venezuelano inviando una petroliera della compagnia statale Petrobras a Caracas e definendo la decisione “uno sforzo per contribuire alla normalizzazione della situazione”.

L'invio della petroliera fu il primo risultato della missione di Marco Aurelio Garcia, consigliere di Lula per le questioni internazionali. Quella mossa segnò l'irruzione del Brasile nell'assedio politico-economico a Chavez di cui l'ambasciata statunitense a Caracas non negava la paternità e aprì, di fatto, l'inizio di una nuova stagione della diplomazia brasiliana. Molti, tra i critici di Lula, considerano il suo ministero degli esteri ben più a sinistra di lui e hanno a lungo attribuito a Marco Aurelio Garcia, e non al presidente, la reale regia dell'apertura al Venezuela e alle sue proposte di integrazione continentale. Fatto sta che allora, con quella mano tesa, Lula sparigliò le carte dell'ambasciata statunitense a Caracas già pronta a gestire una transizione di governo.

Il gruppo internazionale del governo del Pt ha svolto un ruolo discreto, ma fondamentale, anche per risolvere la crisi diplomatica tra Bogotà e Caracas che fino a poche settimane fa minacciava di complicare, e non di poco, le trattative per alcuni degli accordi economici siglati ieri a Montevideo. Benché la Colombia (governata dall'ultradestra) non rientri direttamente in quei contratti, l'interruzione di ogni rapporto commerciale tra Bogotà e Caracas deciso da Chavez in rappresaglia contro le ingerenze del presidente colombiano, avrebbe quanto meno rallentato la traduzione in pratica degli accordi impedendo a Bogotà di praticare la politica della doppiezza che finora ha consentito a Uribe di gridare pubblicamente contro Chavez continuando però a fare affari con il Venezuela e con il Mercosur da cui, pur detestandolo, non vuol essere eliminata come partner economico (pena l'isolamento continentale). Conseguenza politica di quella fortunata mediazione (che ha sbloccato l'accordo per la costruzione di un gasdotto fino al Pacifico e il libero accesso del carbone colombiano in Venezuela) sarà l'incontro entro la fine del mese di marzo tra Lula, Chavez e Uribe con l'esplicito proposito di includere la Colombia nel quadro delle operazioni commerciali avviate da Venezuela e Brasile. Quell'incontro a tre, al quale non parteciperà l'argentino Kirchner, sarà il frutto più maturo dell'abile lavoro di tessitura che il gruppo dei consiglieri di Lula per la politica internazionale continua discretamente a svolgere lungo la rotta Brasilia-Caracas, Caracas-Brasilia.

Angela Nocioni – LIBERAZIONE – 03/03/2005


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