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Moni Ovadia

E' un raggio di sole l'ebrea che difende l'SS

Si è aperta alla Spezia l'udienza preliminare per giudicare i responsabili della strage nazista di Sant'Anna di Stazzema in cui vennero trucidati 560 civili, donne, vecchi e bambini. Il Secolo XIX ha riferito ieri che uno degli accusati, sergente delle SS, oggi quasi ottantenne, per le bizzarrie dell'iter burocratico di legge si è visto assegnare come avvocato d'ufficio di accettare la difesa dell'ex sottufficiale che fu membro di un corpo di assassini votati all'obbedienza assoluta ad Adolf Hitler e alla sua volontà.

A dispetto delle sua identità ebraica, la signora Federica Eminente dovrà impegnarsi con tutte le sue forze e tutte le ami della sua professionalità, per fare avere a questo sterminatore il minimo della pena e, qualora possibile, l'assoluzione. Tutto ciò rappresenta forse un intollerabile scandalo per tutte le vittime della barbarie nazifascista? Rappresenta forse un intollerabile dolore per coloro che vissero gli orrori dell'inferno su questa terra? Le loro sofferenze non potremo mai conoscerle fino in fondo e tanto meno condividerle. Ma sul piano morale, a mio parere, la scelta non costituisce un vulnus, al contrario essa è simbolicamente la vittoria dell'umanità contro l'antiumanità.

Il destino talora pone una persona di fronte a scelte laceranti. Si tratta di veri e propri dilemmi che rimettono in questione i principi etici che l'umanità ha conquistato a prezzo di inenarrabili dolori prodotti dall'olio. La relazione con il nostro prossimo, con l'altro da noi in particolare, ci sollecita ad un confronto serrato con una domanda sempre aperta: siamo responsabili per il voto altrui? Se sì, in che misura? Fino a quale conseguenza possiamo spingere il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” (Levitico 19,18) fondante dell'etica monoteista di cui, bon gré mal gré, siamo tutti figli.

Come dobbiamo comportarci con il nemico in generale e con il nemico assoluto incarnazione del male in particolare? La spiritualità cristiana ci invita al perdono. Personalmente ritengo questa via una scorciatoia, una rescissione del nodo gordiano che rischia di indebolire fino a sfibrare l'insolubile relazione di libertà e responsabilità. E poi, come si fa a perdonare in conto terzi? Penso che il perdono debba essere conquistato attraverso il lungo travaglio di una richiesta fatta a se stessi e lo si debba ottenere se e quando ci si sente perdonati avendo pagato tutti i prezzi che ci sono da pagare. L'accoglimento del volto del nemico è un altro paio di maniche. Il grande filosofo e maestro dell'ebraismo Emanuel Levinas, il cui pensiero sulla responsabilità che portiamo del volto del nostro simile è memorabile, ebbe a dire, in occasione del processo al boia nazista Klaus Barbie – organizzatore della deportazione e dello sterminio degli ebrei francesi – che considerava la concessione di un giusto processo con tutte le prerogative di legge ad un uomo la cui orribile colpa era notoria e provata, un modo per mettere in atto il precetto biblico: “Ama il prossimo tuo”.

La Bibbia ci racconta che il Santo Benedetto decise di lasciare in vita il fratricida Caino ammonì ogni uomo a non fare giustizia sommaria contro di lui, per farci capire che siamo responsabili per il nostro simile, chiunque egli sia. Il riconoscimento della pari dignità e del pari diritto di fronte ad una giustizia giusta – anche a chi si è macchiato dei più orrendi delitti – è il modo più radicale di accogliere il volto altrui nelle condizioni estreme. Del resto, un uomo che prenda coscienza dei propri delitti contro l'idea stessa di essere umano, non può che chiedere di essere giudicato con il massimo della giustizia e della severità. Solo allora può sentirsi autenticamente perdonato.

L'avvocato Eminente, con la presa in carico della difesa di un reo di crimini contro l'umanità, compie un atto di alto profilo civile e morale, il cui valore è accresciuto dal fardello di angoscia che una simile scelta deve pur comportare. Sono degne di grande stima persone che autenticamente credono nell'uguaglianza di tutti gli uomini e si sforzano, conseguentemente, di praticare un umanesimo radicale. Per l'irriducibile antagonismo verso le idolatrie, per la ripulsa delle tirannie, per la ribellione alla schiavitù, per avere creato l'idea di universalismo, per queste ed altre consimili ragioni, i nazifascisti progettarono di sterminare l'Ebreo. Non per le penose giustificazioni pseudo-socioeconomiche che ancora impunemente spargono il loro lezzo marcio per l'etere mediatico.

Un ebreo che difende un nazista in un giusto processo è un raggio di luce in un'epoca di tenebre fatta di rigurgiti antisemiti, guerre preventive, terrorismi, muri della discriminazione e prepotenze dei potenti.

Moni Ovadia – IL SECOLO XIX – 04/12/2003


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