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Moni Ovadia

Giorno per giorno

L'anno nuovo mi appare sempre più una convenzione cronologica, contabile e commerciale che ci ostiniamo a festeggiare con grande dispendio di energie malgrado la sua crescente insensatezza. Abbiamo aspettato con tanta trepidazione mediatica il 2000 quasi che quella cifra avesse poteri taumaturgici sul nostro futuro, invece, poca roba. Per moltissimi versi, in luogo di procedere verso un miglioramento delle condizioni socio-economiche e dei diritti, abbiamo assistito ad una pesante regressione dei medesimi. La logica dei prepotenti e dei corrotti trionfa con il passo greve e spudorato che caratterizzava le epoche pre-democratiche. Per esempio: la quasi totalità della stampa internazionale chiama Wladimir Putin con l'appellativo di zar e magari qualcuno pensa che si tratti di colore giornalistico. No, non si tratta di un'iperbole letteraria. Di fatto, l'ex capo del Kgb detiene un potere incontrastato come presidente, nella Duma, sull'informazione e sui gangli vitali degli apparati dello stato dove ha collocato, come ogni autocrate che si rispetti, i suoi pretoriani non diversamente da come si faceva nella Roma del basso impero. Quei pretoriani, ovviamente, sono gli stessi che erano ai suoi ordini quando era un super “comunista”, ateo. Oggi esercita un potere cresciuto esponenzialmente ma di identico segno in nome di dio al quale si appella nel suo discorso alla nazione tenuto alla mezzanotte dell'ultimo giorno del vecchio anno. Oggi il nuovo zar è sicuramente un devotissimo della santa chiesa ortodossa. Questa rapida, indolore e fruttuosamente agevole trasmutazione di un uomo al vertice della ex nomenklatura sovietica, suggerirebbe ai più maliziosi fra noi che il regime sovietico, da Stalin in avanti, fu sempre un sistema di natura zarista genialmente camuffato. Gli europei esprimono pesanti riserve sulle modalità in cui si è svolta questa tornata elettorale russa, ma di più non si sentiranno di dire né di fare. La Realpolitik ha un peso specifico incomparabilmente maggiore di qualsiasi riserva morale o democratica. E poi che diamine! Les affaires sont les affaires.

Riserve elezioni dello zar Putin ha espresso anche l'amministrazione del governo statunitense e qui ancora una volta verrebbe da dire come Totò: “Mi scompiscio!”. Senti da che pulpito! L'elezione a Presidente degli Stati Uniti di George W. Bush è uno degli eventi meno democratici nella storia del Grande Paese e lui spudoratamente va in giro per il mondo a fare il piazzista della democrazia con le bombe all'uranio impoverito nella valigetta. L'unico che non ha niente da dire, che anzi approva, è il nostro presidente del consiglio che sognerebbe di avere il background slavo-orientale dello zar Wladimir. I. Nel frattempo, faut de mieux, il Cavaliere si esercita e, mutatis mutandis, come l'ultimo Romanov, mentre il Paese va alla malore, si affida ai suoi vari Rasputin per risolvere i guai con dei trucchi da fattucchiera. Gli italiani non si accorgono dei benefici, ma le aziende di proprietà dell'uomo della (propria) provvidenza sì. L'anno vecchio ci lascia in eredità per l'anno nuovo una serie di classici che si ripetono con inesorabile puntualità. Fra i più “gettonati”: ricchi ladroni che malversano senza ritegno depredando piccoli risparmiatori. Oggi la favola si intitola Enron, domani chissà, ma morale è sempre la stessa in tutti i dettagli. Il ricco ladrone, colto con le mani nel sacco, versa in gravi condizioni di salute. Personalmente non provo nessuna soddisfazione a vedere in galera qualcuno, ma vorrei che fra i trasgressori della legge, con equa ponderazione, si permettesse di versare in gravi condizioni di salute anche ad un po' di poveracci. C'è naturalmente da prevedere che le gazzette filo governative in carta e in video, appena possibile attaccheranno i giudici dei ricchi ladroni come sono abituate a fare da una lunga consuetudine. Nel frattempo si esercitano ad attaccare i lavoratori depauperati dal sedicente iperliberismo e dalla bieca speculazione sull'euro che, con accanimento a volere essere considerati cittadini e lavoratori e non risorse flessibili.

Quanto a noi, per l'anno che verrà rinnoviamo il proposito di stare dalla parte dei deboli, degli sfruttati, dei poveri, di batterci per i diritti, per la pace, per l'uguaglianza, per la giustizia sociale.

La novità degli anni a venire sta nella consapevolezza che, per molti aspetti, siamo tornati terribilmente indietro, che l'illusione delle grandi palingenesi è crollata, che il cammino verso l'emancipazione è lungo, lunghissimo. Noi ne compiremo solo un tratto, ma questo non ci esime dal fare fino in fondo la nostra parte giorno per giorno.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 03/01/2004


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