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Moni Ovadia

La dolce tirannia dei nostri tempi

I tiranni sono odiati, temuti o amati fino al delirio. È impensabile che facciano ridere. Eppure la fantasia di un sublime poeta può creare un tiranno di irresistibile simpatia al punto da far sognare il più radicale e convinto sostenitore dei sistemi democratici che il potere di quel despota non finisca mai. Adenoid Hinkel, il "Grande Dittatore" creato dal genio di Charlie Chaplin, ha fatto breccia nel cuore di milioni di oppressi e di uomini liberi. Charlot nacque il 16 aprile 1889, Adolf Hitler il 20 dello stesso mese e dello stesso anno. L'omino buffo e il più feroce tiranno di tutti i tempi ebbero in comune anche i baffetti e il segno zodiacale. Quattro giorni di abisso. Abisso fra i due destini e le due personalità, ma fatale attrazione sul crinale di un paradosso: Chaplin fu maestro del ridere salvifico, Hitler fu ridicolo. Sì! Sanguinario, efferato, criminale, paranoico, ma terribilmente ridicolo.

Charlot colse genialmente questo tratto e lo trasfigurò con inarrivabile leggerezza intuendo che nel più brutale degli esseri umani si schiude l'inatteso bagliore di un'involontaria e remota grazia. Hitler era un elegantissimo pattinatore. Il balletto con il mappamondo è un'eco umoristica e satirica di quell'inatteso talento.
Il senso del ridicolo e una Bildung umoristica può fungere da antidoto alle derive tiranniche? Ritengo di sì, anche se talora il coté ridicolo dei tiranni non è immediato. Come nel caso di Stalin il che, tuttavia, non impedì al genio di Sciostakovic di coglierlo e di stigmatizzarlo nella sua operina satirica "Rayok" che mette in scena un'immaginaria discussione politica sulla musica fra il despota sovietico ed alcuni membri della nomenklatura. Il grande musicista, in quella sua breve composizione, fece a pezzi il linguaggio burocratico-ideologico sull'arte, di cui si servirono il dittatore georgiano e il suo ministro della cultura Zdanov, evidenziandone il carattere grottesco e caricaturale.


I dittatori criminali fanno tuttora parte del nostro mondo anche se quella dimensione umana sta vivendo il suo crepuscolo. La parabola di Saddam Hussein, efferato tiranno sanguinario ed al tempo stesso utile idiota della politica "imperiale" statunitense, ci racconta molto a proposito del declino di una posizione sociale e della sua funzionalità. Il racconto televisivo, privo di qualsiasi distanza epica o drammatica che sia, la spietata piattezza della somma dei pixel, tolgono peso a chiunque. L'occhio elettronico del grande fratello, nella sua vocazione vivisezionatrice, annienta quel tanto di enigmatico che serve ai despoti. Essi diventano un vecchio armamentario che si virtualizza. Tragicamente, non sono virtuali le terribili sofferenze inflitte da questi ciarlatani a coloro che si contrappongono alla loro retorica messa in scena. Ma, malgrado i terribili danni che essi provocano alla carne viva dei tessuti umani, il loro tramonto è inevitabile. Non servono più.


La tirannia ha assunto nuove forme ed opera con strumenti assai più sofisticati ed efficaci. I nuovi tiranni sono i potentati economici - che coniugano ricchezze personali smisurate con un funzionariato della finanza disinvolto fino al peggiore dei crimini - e i politici al soldo, pronti a varare leggi ad hoc. I casi Enron e Parmalat sono epifenomeni con un lungo periodo di latenza asintomatica, che provano il carattere della nuova malattia. Gli strumenti di questa nuova tirannia sono la digitalizzazione e l'hi-tech che crea nei sudditi l'illusione di un coinvolgimento nella divisione della grande torta, mentre si tratta di un consenziente e dolce asservimento. Non si fa niente di male, si clicca per obbedire ad una serie di ordini mascherati da opzioni con l'illusione di ottenere ciò che si vuole.


I tempi di elaborazione delle informazioni si accorciano, mentre le operazioni si moltiplicano abolendo di fatto i tempi medi e lunghi, quindi la libertà del tempo, unico santuario in cui si può costruire un'autentica libertà. Coloro che, per ragioni economiche, non possono stare al gioco, sono esclusi dai benefici della servitù e i più marginali sono relegati alla totale insignificanza esistenziale. Tutto questo non dipende che in minima parte dalla natura del mezzo che può essere anche strumento creativo. Il problema sta nella gestione del contesto culturale, nei parametri delle scelte strategiche e nelle conseguenze della determinazione di quei parametri. Il sapere critico è bandito perché inadeguato, i valori etici, poco conformi alla amorale economia digitale, non vengono riconosciuti perché non immediatamente cliccabili o doppio cliccabili. I processi di presa di coscienza, di consapevolezza e di responsabilità, in una prospettiva virtuale, cessano di essere urgenti, primari e appaiono progressivamente ingombranti quando non pleonastici.
Se poi tirannia economico-finanziaria e digitalizzazione si sposano con l'hi-tech nel campo della nano-elettronica applicata alla scienza del corpo, ecco che si prepara la mutazione dell'uomo in androide bionico. Forse è ora di svegliarsi e di intraprendere una grande battaglia per dare futuro alla condizione di essere umano. Ammesso che non sia già troppo tardi.


Moni Ovadia – IL SECOLO XIX – 22/01/04



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