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Moni Ovadia

L'inclinazione macabra

La morte di un essere umano e il suo corpo privo di vita dovrebbero essere tenuti nella sfera del rispetto, lontani dalle tentazioni voyeristiche della morbosità, lontani dagli usi commerciali o speculativi. Questo per lo meno è uno dei pilastri del codice morale che ci hanno trasmesso nelle famiglie prima, nelle scuole poi. L'universo economico di cui siamo i sempre più insignificanti abitanti, è entrato in un'apparente fase espansiva inarrestabile e le forze che lo dominano impongono di infrangere i confini quale che sia la loro natura. Non sembra che vi sia più spazio né senso per i concetti di decenza, di discrezione e tanto meno dunque per i concetti di sacralità o di pietà. L'ultima frontiera è stata infranta da un sedicente artista la cui forma d'arte consiste nel trattare scultoreamente cadaveri freschi attraverso processi di “plastificazione” chimica e, per fare questo di è rivolto ad un Paese che pratica con ritmo intenso la pena di morte: la Cina. Laggiù ha provveduto ad attrezzare un efficiente ed asettico laboratorio che intrattiene rapporti commerciali, con tanto di corrispondenza tecnica sullo stato delle forniture, con la burocrazia della morte. In Cina, la sentenza capitale viene comminata non solo per i delitti connessi con l'omicidio volontario, nelle forme più o meno gravi, ma può essere eseguita contro contrabbandieri di sigarette, contro chi si è macchiato di corruzione di pubblici funzionari e naturalmente contro i corrotti stessi. Qualcuno ha notato ironicamente che se il rigore cinese fosse applicato da noi, nel nostro paese ci sarebbe una vera strage e l'artista della morte potrebbe esporre nelle sue mostre anche cadaveri “scolpiti” europei.

Da tempi immemorabili sappiamo che l'uomo è capace di ogni perversione e depravazione. Già la tragedia greca e quella romana, ci danno indicazioni in merito raccontandoci di feroci tiranni che imbandiscono ai lori odiati nemici, banchetti i cui cibi sono a basi delle carni dei figli di quegli stessi nemici. In tempi più vicini a noi, le fabbriche della morte progettate e messe in opera dai nazisti, contestualmente agli stabilimenti principali la cui attività consisteva nella riduzione in cenere di donne uomini e bambini, avevano previsto i laboratori dell'indotto.

In quelle strutture si realizzavano oggetti di uso domestico e di design dell'arredamento come materassi fatti con capelli umani o paralumi e portacenere ricavati dalla pelle o dai teschi e dalle ossa degli internati fatti passare a miglior vita. Il “dottor morte”, lo scultore che “caramella” con sofisticati processi di trattamento i cadaveri di poveri esseri umani messi a morte con un colpo alla nuca (questo tipo di esecuzione è molto economico, il costo della pallottola viene addebitato alle famiglie dei giustiziati), non ci scandalizza. Quella che lui chiama arte, ci appare un corto circuito di una psicopatologia tanatofila. Ciò che allarma e sconvolge è il numero dei “normali” visitatori delle sue personali: tredici milioni nel nostro civile e democratico Occidente. Essi garantiscono all'artista un ricchissimo business. Questa inclinazione macabra e cripto-idolatrica di tantissime persone “perbene”, è indice di una deriva dei più intimi sentimenti umani verso una legittimazione mercantile e simbolica della necrofilia. Questo fenomeno, insieme alla sconcertante vocazione per il “lifting”, pratica di imbalsamazione in vita, segnala che una parte significativa di umanità intende imboccare la china di una relazione mercantile con la morte e di conseguenza con la vita.

Moni Ovadia – L'UNITA' – 24/01/2004


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