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«Parlare
della legittimità tout-court del muro costruito da Israele
è fuorviante: il problema non è se il muro è
giusto o sbagliato, il problema di fondo è"dove"è
costruito il muro voluto da Sharon e sanzionato dal Tribunale
dell'Aja e dall'Onu. Io sostengo gli accordi di Ginevra: ci sono
dei confini dello Stato di Israele, quella che viene chiamata la
"linea verde". Se il muro fosse costruito su quei
confini sono certo che si potrebbe valutare e riconoscere anche
in sede internazionale una sua utilità.». «Due
Stati che affrontano un difficilissimo momento storico, sotto il
peso del sangue versato e il rischio di quello che ancora si può
versare, possono convenire di separarsi, anche con un muro,
nell'aspettativa, nella speranza, di riavvicinarsi in tempi più
sereni. Si può pensare che ognuno stia a casa propria,
purché appunto ognuno abbia una casa e in quella casa sia
libero e non debba chiedere il permesso di respirare. Ma il fatto
è che il muro di Sharon è nei territori occupati,
si annette un pezzo di casa altrui, e condanna gli abitanti a
un'esistenza di miseria, di disperazione, di sopraffazione e di
violenza. E questo è inaccettabile. È indubbio
che Israele ha un diritto di difesa della vita dei suoi
cittadini. Io capisco benissimo questo e ho a cuore la sicurezza
di Israele. Capisco anche che se ogni mattina hai paura per il
tuo bambino che va a scuola e non sai se tornerà vivo a
casa puoi perdere la testa, perché la paura fa perdere la
testa. Difendersi dal terrorismo è sacrosanto, lo penso
come lo pensano tutte le persone per bene. Ma avvilire, invadere,
occupare, umiliare un altro popolo - mettendolo nella condizione
di chiedere il permesso per andare a scuola, per andare a
lavorare, per respirare, per essere uomo - è veramente
questa, la difesa dal terrorismo? E mi domando: fin dove ci
porterà tutto questo? Ricordo le parole della legge: la
veritàè giustizia e la giustizia è pace.
Dov'è, qui, la verità? La giustizia? La pace? La
pace possibile? Questa politica di Sharon è la negazione
dell'altro. Sharon dice: faccio quello che voglio io. E lo dice
anche al Tribunale dell'Aja alle cui parole non vuole riconoscere
valore. Ma ricordo che il Tribunale dell'Aja è nato nel
1946 e certamente non contro Israele, ed ha giudicato crimini
contro l'umanità. Quando venissero commessi crimini contro
Israele, e intervenisse il Tribunale dell'Aja, come potrebbe dire
ancora Sharon che il parere di quei giudici internazionali non
conta nulla? Trovo nefasta questa sinergia organica tra Bush e
Sharon: quest'ultimo dice al primo "faccio quello che dico
io" e l'altro gli risponde "fai bene",
infischiandosene entrambi di qualunque richiamo internazionale ai
diritti e alla dignità umana. Anche Bush ha fatto quello
che ha voluto con una guerra insensata e ingiusta, nata e
cresciuta fra le bugie. È questo l'Occidente che vogliamo?
Questo Occidente infangato, sporcato dalla guerra, dalle
violenze, dall'odio e dal vergognoso, ignobile, spettacolo delle
torture nelle carceri irachene. So bene che l'argomento usato da
Sharon per respingere le accuse sulla sua politica e sulla
costruzione di un muro su territorio occupato è l'accusa
di antisemitismo. Non volete che facciamo il muro - dice - perché
volete che ci ammazzino, perché vi fa piacere che si
ammazzino ancora degli ebrei. Bene, io sono ebreo. E non mi fa
piacere che si ammazzino gli ebrei. E non voglio quel muro in
quel territorio e in quel modo. E non voglio neppure che altri
non ebrei, i palestinesi, debbano essere privati di dignità
e parola. Respingo, respingo con tutta la mia forza questo
vergognoso ricatto di Sharon: respingo le sue parole quando dice
all'Onu "voi non volete che ci difendiamo dal terrorismo",
perché sono ipocrite. Io voglio che Israele si difenda dal
terrorismo, e si difenda nel modo migliore che non è la
violenza e la negazione di qualunque confronto e riconoscimento
delle ragioni e della vita dell'altro. Non c'è pace senza
mediazione, senza accordo, senza discorso a due. Sharon non può
usare l'Olocausto come una vanga da dare sui denti a chi si
permette di parlare: l'Olocausto è appartiene prima di
tutto agli ebrei e poi all'umanità tutta, è memoria
e richiesta di giustizia, e non può essere usato per un
ricatto politico, per giustificare una politica prevaricante.
Rivendico il peso morale dell'Olocausto. E non accetto che Sharon
sia l'unico depositario della decisione su chi sia antisemita e
chi no. Ricordo che anche un villaggio isareliano ha votato una
petizione contro la costruzione del muro, mentre uno dei
pacifisti più convinti che personalmente conosco è
un colonnello della Golami, un corpo scelto israeliano, un uomo
con una dura esperienza di guerra. Anche in Israele oggi c'è
chi non vede più nella strada tracciata da Sharon l'uscita
dalla violenza del terrorismo e dell'odio. La mia speranza è
in queste persone».
colloquio
con MONI OVADIA 12/07/2004 , Il Secolo XIX
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