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Moni Ovadia

I CONFINI DELLA DIGNITÀ

«Parlare della legittimità tout-court del muro costruito da Israele è fuorviante: il problema non è se il muro è giusto o sbagliato, il problema di fondo è"dove"è costruito il muro voluto da Sharon e sanzionato dal Tribunale dell'Aja e dall'Onu. Io sostengo gli accordi di Ginevra: ci sono dei confini dello Stato di Israele, quella che viene chiamata la "linea verde". Se il muro fosse costruito su quei confini sono certo che si potrebbe valutare e riconoscere anche in sede internazionale una sua utilità.».
«Due Stati che affrontano un difficilissimo momento storico, sotto il peso del sangue versato e il rischio di quello che ancora si può versare, possono convenire di separarsi, anche con un muro, nell'aspettativa, nella speranza, di riavvicinarsi in tempi più sereni. Si può pensare che ognuno stia a casa propria, purché appunto ognuno abbia una casa e in quella casa sia libero e non debba chiedere il permesso di respirare. Ma il fatto è che il muro di Sharon è nei territori occupati, si annette un pezzo di casa altrui, e condanna gli abitanti a un'esistenza di miseria, di disperazione, di sopraffazione e di violenza. E questo è inaccettabile.
È indubbio che Israele ha un diritto di difesa della vita dei suoi cittadini. Io capisco benissimo questo e ho a cuore la sicurezza di Israele. Capisco anche che se ogni mattina hai paura per il tuo bambino che va a scuola e non sai se tornerà vivo a casa puoi perdere la testa, perché la paura fa perdere la testa. Difendersi dal terrorismo è sacrosanto, lo penso come lo pensano tutte le persone per bene. Ma avvilire, invadere, occupare, umiliare un altro popolo - mettendolo nella condizione di chiedere il permesso per andare a scuola, per andare a lavorare, per respirare, per essere uomo - è veramente questa, la difesa dal terrorismo? E mi domando: fin dove ci porterà tutto questo?
Ricordo le parole della legge: la veritàè giustizia e la giustizia è pace. Dov'è, qui, la verità? La giustizia? La pace? La pace possibile? Questa politica di Sharon è la negazione dell'altro. Sharon dice: faccio quello che voglio io. E lo dice anche al Tribunale dell'Aja alle cui parole non vuole riconoscere valore. Ma ricordo che il Tribunale dell'Aja è nato nel 1946 e certamente non contro Israele, ed ha giudicato crimini contro l'umanità. Quando venissero commessi crimini contro Israele, e intervenisse il Tribunale dell'Aja, come potrebbe dire ancora Sharon che il parere di quei giudici internazionali non conta nulla? Trovo nefasta questa sinergia organica tra Bush e Sharon: quest'ultimo dice al primo "faccio quello che dico io" e l'altro gli risponde "fai bene", infischiandosene entrambi di qualunque richiamo internazionale ai diritti e alla dignità umana. Anche Bush ha fatto quello che ha voluto con una guerra insensata e ingiusta, nata e cresciuta fra le bugie. È questo l'Occidente che vogliamo? Questo Occidente infangato, sporcato dalla guerra, dalle violenze, dall'odio e dal vergognoso, ignobile, spettacolo delle torture nelle carceri irachene. So bene che l'argomento usato da Sharon per respingere le accuse sulla sua politica e sulla costruzione di un muro su territorio occupato è l'accusa di antisemitismo. Non volete che facciamo il muro - dice - perché volete che ci ammazzino, perché vi fa piacere che si ammazzino ancora degli ebrei. Bene, io sono ebreo. E non mi fa piacere che si ammazzino gli ebrei. E non voglio quel muro in quel territorio e in quel modo. E non voglio neppure che altri non ebrei, i palestinesi, debbano essere privati di dignità e parola. Respingo, respingo con tutta la mia forza questo vergognoso ricatto di Sharon: respingo le sue parole quando dice all'Onu "voi non volete che ci difendiamo dal terrorismo", perché sono ipocrite. Io voglio che Israele si difenda dal terrorismo, e si difenda nel modo migliore che non è la violenza e la negazione di qualunque confronto e riconoscimento delle ragioni e della vita dell'altro. Non c'è pace senza mediazione, senza accordo, senza discorso a due. Sharon non può usare l'Olocausto come una vanga da dare sui denti a chi si permette di parlare: l'Olocausto è appartiene prima di tutto agli ebrei e poi all'umanità tutta, è memoria e richiesta di giustizia, e non può essere usato per un ricatto politico, per giustificare una politica prevaricante. Rivendico il peso morale dell'Olocausto. E non accetto che Sharon sia l'unico depositario della decisione su chi sia antisemita e chi no. Ricordo che anche un villaggio isareliano ha votato una petizione contro la costruzione del muro, mentre uno dei pacifisti più convinti che personalmente conosco è un colonnello della Golami, un corpo scelto israeliano, un uomo con una dura esperienza di guerra. Anche in Israele oggi c'è chi non vede più nella strada tracciata da Sharon l'uscita dalla violenza del terrorismo e dell'odio. La mia speranza è in queste persone».



colloquio con
MONI OVADIA

12/07/2004 , Il Secolo XIX



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